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robertogoldin ha scritto 76 articoli per Roberto Goldin

Il Policy Planning Staff del mitico George Kennan è l’anima delle rivoluzioni democratiche nord africane.

James K. Glassman

James K. Glassman

Il 12 gennaio 2009, il sottosegretario per la Diplomazia Pubblica e gli Affari Pubblici James K. Glassman si è iscritto ad un gruppo di blogger politici egiziani presso la newsletter virtuale della American University del Cairo. E’ questa la pistola fumante “virtuale” che indica la collusione americana nella successiva cacciata di Hosni Mubarak?

Meno di due mesi prima, Glassman e Jared Cohen avevano consegnato al segretario del Policy Planning Staff di Clinton  la verbalizzazione delle istruzioni sull’accordo tra il Dipartimento di Stato con dieci partner del settore privato – tra cui Facebook, Google, MTV, AT & T, Howcast, Access 360 Media – per formare l’Alliance for Youth Movements (AYM). Durante il briefing, Glassman aprì una importante parentesi sul 6 April Youth Movement, affermando che alcuni dei suoi membri sarebbero stati presenti all’inaugarazione del primo Vertice della gioventù AYM a New York dal 3 al 5 dicembre. Alla domanda sul “rischio di scatenare qualcosa che poi si sarebbe ritorta contro, soprattutto nei confronti degli alleati”, Glassman rispose così: “Siamo molto favorevoli ai gruppi pro-democrazia che si stanno sviluppando in tutto il mondo. A volte però questo, ci mette in disaccordo con alcuni governi. “

6 April Youth Movement

6 April Youth Movement

Quando viene messo sotto pressione dal giornalista, Glassman spiega: “Ora dobbiamo lavorare con igoverni. Mi lasci dire un’ultima cosa, c’è una differenza tra il livello operativo e livello pubblico, cioè tra quello che facciamo nella diplomazia pubblica e ciò che avviene spesso nella diplomazia ufficiale. La nostra opera di comunicazione e coinvolgimento, avvviene a livello del pubblico, non a quello dei funzionari. Vien da se, la probabilità che alcuni di questi governi non siamo molto felici, delle iniziative che stiamo conducendo, ma questo è quello che facciamo nella diplomazia pubblica “.

Dopo che Jared Cohen sottolineò che le organizzazioni che stanno formandosi online sono “un nuovo tipo di organizzazione della società civile” che porterà alla fine ad una “trasformazione”, Glassman riconobbe che il governo degli Stati Uniti ha “avuto relazioni con queste organizzazioni della società civile per un lungo periodo, in posti come l’Egitto “.

Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies (CANVAS)

Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies (CANVAS)

Come Al Jazeera rivelò il dietro le quinte del colpo di stato egiziano non violento, nel quale il 6 April Youth Movement protetto dal Dipartimento di Stato ha effettivamente svolto un ruolo cruciale in questa “trasformazione”, organizzando e dirigendo le proteste che hanno rovesciato l’ex alleato americano, Mubarak . I leader del movimento ricevettero istruzioni dal Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies (CANVAS) con sede a Belgrado, che opera in stretta collaborazione con l’International Center for Nonviolent Conflict (ICNC). L’ICNC è stato fondato e finanziato interamente da Peter Ackerman, che ha presieduto la Freedom House tra il 2005 e il 2009. La Freedom House è finanziata in parte dal National Endowment for Democracy (NED), un gruppo neoconservatore guidato da specialisti in cambio regime sponsorizzato dal governo degli Stati Uniti.

Il 19 aprile 2010, Ackerman partecipò ad un evento dal titolo “Cyber-Dissidents and Political Change” promosso dal George W. Bush Istitute, guidato da Glassman dal 3 settembre 2009. “Ispirato dall’incrollabile impegno del presidente e della signora Bush di garantire a tutti la libertà,” il sito Internet riporta, “Il Bush Institute lavora per incoraggiare i dissidenti e i difensori della libertà, la creazione di una potente rete per il sostegno morale e l’istruzione.” Tra i cyber-dissidenti che hanno partecipato al convegno di Dallas c’erano Rodrigo Diamanti dal Venezuela; Arash Kamangir, provenienta dall’Iran; Oleg Kozlovsky, dalla Russia, Ernesto Hernández Busto, da Cuba (ma vive a Barcellona), Isaac Mao, dalla Cina, e Ahed Alhendi, dalla Siria. Chiaramente, alcune persone, agli occhi di Mr. e Mrs. Bush, sono viste come più meritevoli di altri.

Nel 2007, Glassman è diventato presidente del Broadcasting Board of Governors (BBG), una agenzia governativa degli Stati Uniti che trasmette la propaganda al pubblico d’oltremare attraverso la Voice of America, la Radio Free Europe / Radio Liberty, la Middle East Broadcasting Networks (Alhurra TV e Radio Sawa), Radio Free Asia e la Office of Cuba Broadcasting (Radio e TV Marti). Norman J. Pattiz, il “padre fondatore” di Radio Sawa, che è sempre più popolare in Egitto, lavora al tavolo della BBG. Pattiz è anche nel consiglio nazionale della Israel Policy Forum, che è “impegnata a mantenere una relazione forte e duratura tra USA e Israele e di portare avanti gli interessi comuni degli Stati Uniti e dello Stato di Israele.” Il consiglio consultivo Israeliano è formato da personaggi di rilievo sia nell’area militare che nell’area dell’Intelligence, in particolare David Kimche, che una volta venne descritto come la “spia leader di Israele e aspirante capo del Mossad.” Secondo un profilo del Washington Report, “L’uomo con la valigia’, soprannome dato dai colleghi di Kimche, compare in un paese africano un giorno o due prima di un grosso colpo di stato, per poi andarsene via una settimana più tardi quando il nuovo regime ha stabilmente messo radici, spesso con l’aiuto di squadre di sicurezza Israeliane. “

Prima del suo coinvolgimento nella “promozione della democrazia“, Glassman era un sostenitore dell’American Enterprise Institute, il mulino propagandistico neoconservatore che ha premuto sul concetto di “guerra globale al terrore” in primo luogo per far avanzare gli interessi nazionali di Israele. Mentre era lì, fondò il The American, una rivista rivolta agli imprenditori e ne fu suo editore capo nel periodo 2005-2007.

Il torto dell’obbedienza

Il torto dell’obbedienza

Venerdì 11 Maggio 2012 14:06

A cura di LOOP

Il torto del soldato è aver perso la guerra. Questo crede un vecchio nazista nell’ultimo romanzo di Erri De Luca, presentato mercoledì alla Casetta Rossa di Roma.

Provocazione o verità, il criminale di guerra ci obbliga a interrogarci su questioni come la colpa e l’innocenza.

“I conflitti dell’epoca moderna fondano la propria riuscita sulla messa a bilancio di vite civili, preferite a quelle dei combattenti”, spiega Erri De Luca. Sul prato del parco Cavallo Pazzo, a Garbatella, rievoca pezzi di novecento.

L’insurrezione del quartiere ebraico a Varsavia, i nazisti che costruiscono nuovi forni crematori a guerra quasi terminata, suo padre alpino in Albania: storie puntellate di altre storie e definite dalle coordinate di vittoria o sconfitta.

Anche per la generazione degli anni 60 e 70 è d’obbligo l’incasellamento. “Abbiamo vinto o  perso?”, Erri ripete la domanda pronunciata e risolta chissà da quanto.

“Se penso agli obiettivi che ci ponevamo, dico che il nostro risultato è stato mediocre”, questa la sentenza senza appello. “Se però penso al fenomeno, al processo, a noi e alle energie impiegate in quel cammino, devo dire che qualcosa di molto buono è stato fatto”.

E giù a raccontare storie di catene di montaggio in cui due operai non potevano rivolgersi la parola, se non a rischio di sanzioni. Sorti cambiate da un millenovecentosessantanove (e dintorni) che non ha vinto la guerra ma si è aggiudicato un paio di vittorie gustose.

La Storia e le storie sono spinte dal libero arbitrio ma decise dal caso. Questo è, per linee gigantesche, uno dei temi fondamentali in Il torto del soldato. “Il mondo è pieno di sentenze che restano come sospese. Il fatto che diventino esecutive dipende da circostanze spesso irrisorie”, riflette lo scrittore. Questo è ciò che accade nel romanzo, dove è l’ossessione del vecchio nazista per la Cabala a spingerlo verso il proprio destino. “Il libero arbitrio – spiega meglio – è teorico, perchè spesso ci capita di credere che dobbiamo comportarci nel modo in cui ci comportiamo. Le circostanze ci dirottano continuamente”.

L’altro tema è il rapporto fra un padre e la figlia, che scopre l’orrenda verità su di lui solo molto tardi. Non accetta che il genitore sia stato un criminale di Hitler, non chiede particolari né capi d’imputazione per non ridurre a caso specifico la colpa di lui, comunque immensa. Per evitare di dare vita a figli che possano somigliare a quell’uomo, si fa sterilizzare. Eppure decide di non abbandonarlo, di prendersene cura. Sarà lei ad accompagnarlo all’appuntamento con il suo destino.

Al parco Cavallo Pazzo qualcuno ha posto il problema più spinoso: “ma se avessero vinto loro,sarebbero stati dalla parte del giusto?”. Erri risponde con parole che, in forma diversa, nel libro pronuncia quella figlia: “No, perchè il torto del soldato, proprio per come è la guerra, è l’obbedienza”.

MMT – La proposta economica per la piena occupazione e il pieno stato sociale.

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Atene ha bisogno del nostro aiuto

- N.936 – 17/23 FEBBRAIO 2012

Ludwig Greven, Die Zeit, Germania


L’austerità sta accelerando il crollo della Grecia. Al paese serve un piano per crescere. Anche nell’interesse di Berlino.



Atene, Grecia, 12 febbraio 2012. Dimostranti si proteggono dai lacrimogeni

Atene, Grecia, 12 febbraio 2012. Dimostranti si proteggono dai lacrimogeni

Le ultime notizie dimostrano che l’Europa è divisa. In Germania le esportazioni hanno toccato per la prima volta il valore di un miliardo di euro. L’economia continua a crescere, le entrate dello stato  aumentano, il tasso di disoccupazione cala e il sindacato Ig Metall ha chiesto un aumento salariale del 6,5 per cento per i metalmeccanici in  considerazione degli ottimi proitti registrati dalle aziende.
Ma se la Germania è un’isola felice, la Grecia è un paese sull’orlo del baratro e in preda al caos. Piegandosi alle pressioni dell’Unione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale, il governo greco ha varato un nuovo piano d’austerità. Il pil continua a contrarsi: quest’anno potrebbe calare dell’8 per cento.
E il paese resta a un passo dalla bancarotta. L’erogazione del secondo pacchetto di aiuti, pari a 130 miliardi di euro, è stata più volte rimandata perché i ministri delle finanze dell’eurozona dubitano che il governo greco e i partiti che lo sostengono possano mettere davvero in atto le misure di risparmio. E hanno ragione, visto che i tagli già approvati in passato non hanno funzionato. Anzi, hanno solo peggiorato i problemi. Inoltre bisogna tenere conto del fatto che in Grecia c’è giustamente una forte
resistenza a questo piano d’austerità, che produrrà un ulteriore impoverimento nel paese.
È questa la prospettiva dell’Europa unita? La terra che ha dato origine alla cultura occidentale e alla democrazia si è trasformata di fatto in un protettorato di Bruxelles, senza nessuna speranza di  miglioramento. Il continente è sempre più diviso tra un nord ricco e un sud povero dove alcuni cittadini non hanno di che vivere. Nel frattempo in Germania la maggioranza prende seriamente in  considerazione una riduzione delle tasse nel mezzo della crisi inanziaria più grave degli ultimi decenni.
Ma quello che succede nel resto del continente non può lasciarci indifferenti. E non solo perché produce un’ondata di nazionalismo e inasprisce il clima politico, come si vedrà già alle prossime elezioni greche. I tedeschi dovrebbero preoccuparsi anche perché questa pessima evoluzione della crisi, causata in misura sostanziale dal governo di Berlino, mette a rischio il nostro stesso modello di sviluppo: la Germania è un’economia fiorente anche perché le sue aziende fanno afari e profitti a spese dei
paesi più deboli, dove i salari sono (ancora) troppo alti rispetto alla produttività e la domanda
interna si contrae a causa delle dure misure d’austerità. Nel frattempo in Germania il moderato aumento dei salari degli ultimi anni e le riforme del mercato del lavoro volute dal governo rosso-verde di Gerhard Schröder hanno reso l’economia così competitiva da diventare una minaccia per gli altri paesi dell’Unione europea, compresa la Francia.

Perdite miliardarie

principali creditori della grecia

principali creditori della grecia

Ma chi continuerà a comprare i prodotti tedeschi in futuro? I paesi in crisi non ci servono più perché sono un peso per le nostre preziose casse? Chi la pensa così sbaglia: a trarre il maggior beneicio dai programmi di salvataggio dell’euro, dalla moneta unica e dal mercato comune non è la Grecia, ma la Germania. Se la Grecia fallisse, le banche tedesche (ma non solo loro) perderebbero altri miliardi di euro e alla fine sarebbero i contribuenti della Repubblica federale a dover rimediare alla situazione.
Se l’euro crollasse e si tornasse al marco, la vecchia moneta tedesca subirebbe una drastica rivalutazione. Secondo le stime degli esperti, ci sarebbe un rincaro del 40 per cento delle merci prodotte in Germania. A quel punto per il modello di crescita tedesco fondato sulle esportazioni sarebbe la
fine.

Potenza ostile
Nel sud dell’Europa, non solo in Grecia, si respira aria di tempesta, e la minaccia incombe soprattutto sulla Germania. A quasi settant’anni dalla ine della seconda guerra mondiale, il nostro paese è considerato di nuovo una potenza ostile. C’è già chi invoca passi radicali contro le decisioni imposte
da Bruxelles e da Berlino.
Ma come dar torto a un popolo ridotto in miseria? Queste persone dovrebbero forse stare a guardare mentre il loro modesto modello previdenziale va a rotoli e i loro politici si trasformano in semplici  esecutori?
E questo solo perché le banche e gli speculatori possano recuperare almeno una parte dei crediti che nel corso degli anni hanno concesso volentieri a tassi d’interesse salati?
Non può essere questa l’Europa in cui vogliamo vivere, un’Europa in cui banche e hedge fund decidono quali paesi possono sopravvivere e quali no. Il prezzo di questa politica d’austerità voluta  sostanzialmente dalla finanza e dalla cancelliera Angela Merkel è la disintegrazione dell’Europa. E produrrà una depressione cronica che prima o poi colpirà anche la Germania.
La Grecia ha bisogno della nostra solidarietà, di una ristrutturazione completa dei suoi debiti e di un programma di rilancio dell’economia, non di altri piani d’austerità e di pacchetti di salvataggio. Solo
così il paese avrà la speranza di potersi rimettere in piedi tra dieci o vent’anni e di far parte a pieno diritto dell’Unione europea.
Questo programma di crescita non costerebbe di più dei piani di salvataggio attuali, e offrirebbe ai cittadini greci ed europei una prospettiva per il futuro.
È questa la prospettiva per cui vale la pena lottare, non per l’estromissione della Grecia dall’eurozona e dall’Unione europea.
La Grecia deve essere un esempio che porti la stessa Europa a ripensare il suo ruolo. < fp >

La minaccia interna

Internazionale n.933 27 gennaio/2 febbraio 2012

Gli ebrei ultraortodossi sono sempre più numerosi in Israele. Con il loro rifiuto della modernità, mettono un’ipoteca sul futuro del paese.

di Dan Ephron – Newsweek

Rachel Weinstein lo chiama “il suo momento Rosa Parks”. Una mattina di settembre del 2011, Weinstein è salita su un autobus per andare in un centro commerciale della sua città. Era la linea che prendeva sempre, ma quella volta un passeggero ultraortodosso le ha fatto cenno di andare a sedersi sul fondo. Weinstein si è accorta che le donne erano sedute tutte là. “In realtà il tizio si rivolgeva a mio marito”, racconta. “Con me non parlava.”
Rachel Weinstein, 38 anni, vive a Beit Shemesh, una cittadina dove la popolazione ultraortodossa (la più rigida tra le correnti ebraiche dal punto di vista teologico) è notevolmente aumentata negli ultimi anni.

Quel giorno, invece di ubbidire, Weinstein si è seduta alcune file dietro il conducente, facendosi portavoce dello spirito di Rosa Parks, l’icona per il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. Nata a New York, Weinstein si definisce un’ortodossa moderna ed è emigrata in Israele all’inizio del 2011 per vivere, come spiega lei, “tra ebrei che la pensano come me”, e non tra estremisti. Quando ha sentito che l’atmosfera stava diventando minacciosa – un’altra passeggera si era alzata dal fondo ed era andata a rimproverarla del suo comportamento poco rispettoso – Weinstein ha afferrato il mazzo di chiavi che teneva in borsa, pronta ad usarlo se ce ne fosse stato bisogno. Dopo alcuni minuti di tensione è scesa alla sua fermata ed è scoppia a piangere.

A Beit Shemetsh e in altre città israeliane alcuni ebrei ortodossi stanno cercando di imporre una specie di osservanza religiosa generalizzata e un codice di comportamento molto rigido, che comprende la separazione tra uomini e donne sui mezzi pubblici. Questo zelo religioso scontenta molti israeliani. Fondato da ebrei laici che credevano in uno stato moderno ed ugualitario, Israele ha tutte le caratteristiche di una società liberale. Tuttavia è sempre più numerosa la comunità di chi volta le spalle alla modernità e guarda il mondo attraverso le norme scritte nella Bibbia.

Gli ebrei ultraortodossi – detti anche haredim (letteralmente, “quelli che tremano” davanti a Dio) – all’inizio erano una minoranza esigua, ma ora sono più del 10% della popolazione e il 21% degli alunni delle scuole elementari di tutto il paese. All’interno della comunità il tasso di fecondità è più del triplo di quello del resto del paese e i demografi prevedono che entro il 2034 un israeliano su cinque sarà ultraortodosso. Le conseguenze di questa situazione vanno ben oltre le dispute sulla separazione tra uomini e donne nei mezzi di trasporto o sull’abbigliamento femminile, un altro chiodo fisso degli haredim. Il vero problema è che la maggior parte degli ultraortodossi non è in grado di lavorare in un’economia moderna, perché i programmi delle loro scuole si concentrano quasi esclusivamente sullo studio dei testi religiosi, soprattutto la Torah e il Talmud. Dalle scuole medie in poi i ragazzi non studiano quasi più la matematica o le scienze.

Più del 60% degli ultraortodossi israeliani vive in condizioni di povertà, mentre tra i non haredim la percentuale di poveri è del 12%. Inoltre la maggioranza dei giovani ultraortodossi, sfruttando un’opportunità che gli è concessa dallo stato, sceglie di non fare il servizio militare, che è obbligatorio per tutti i maggiorenni. Il risultato è che, con la crescita della comunità , diminuiscono gli israeliani che pagano le tasse e fanno il servizio militare. Non è un caso se in Israele circola questa battuta: un terzo del paese va sotto le armi, un terzo è sul mercato del lavoro e un terzo paga le tasse – ma è sempre lo stesso terzo.

Il patto tra Dio e Abramo

Cambierà anche il paesaggio politico di Israele. Secondo i sondaggi, gli ultraortodossi sono nettamente favorevoli alla linea dura nei negoziati sui territori con i palestinesi perché rivendicano il patto di Dio con Abramo, che concesse agli ebrei la terra d’Israele. Già ora nel sistema politico israeliano – in cui i governi sino ad ora sono sempre di coazione – i partiti che rappresentano gli haredim hanno un potere significativo. Se proseguono gli attuali trend demografici, la probabilità che la maggioranza degli israeliani sostenga i compromessi necessari a raggiungere un accordo di pace con i palestinesi diminuiscono di anno in anno. Dan Ben-David, docente di economia all’università di Tel Aviv e direttore del centro Taub per gli studi sociali a Gerusalemme, prevede che nel lungo termine la società israeliana diventerà più povera, meno istruita e sempre più di destra.

Certo, si tratta solo di previsioni. Il comportamento delle comunità cambia nel corso del tempo e i pronostici possono essere influenzati anche da piccole variazioni delle tendenze in atto. Ma gli ebrei ultraortodossi sono ostili al cambiamento per definizione. Si vestono come i loro antenati nell’ottocento – abito nero, cappotto e cappello a larga tesa – e si attengono a prassi prescritte da testi che risalgono a millenni fa. Secondo Rachel Weinstein, che ha vissuto più volte a stretto contatto con gli haredim, l’unico cambiamento osservabile è quello verso una maggiore rigidità.

Come hanno fatto gli ultraortodossi a diventare il nuovo motivo di preoccupazione di Israele dal punto di vista demografico? Per rispondere bisogna risalire, almeno in parte, alla fondazione di Israele. A quel tempo l’allora premier David Ben-Gurion fece concessioni generose ai rabbini in cambio del loro sostegno politico e permise che i giovani ultraortodossi desiderosi di proseguire gli studi religiosi fossero esentati dal servizio militare. Inizialmente furono solo in poche centinaia a fare questa scelta, ma da allora il numero di chi non fa il servizio militare è aumentato enormemente, suscitando il risentimento degli israeliani laici, e incoraggiando i maschi ultraortodossi a imboccare una strada a senso unico: invece di trovarsi un lavoro, dedicano la vita allo studio della Torah e si fanno mantenere dalla previdenza sociale. Le città ad alta concentrazione di haredim sono le più povere di tutto Israele.

Modi'in Illit

Modi'in Illit

Una di queste è Modi’in Illit, a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, che conta circa sessantamila haredim. Fondata negli anni ’90 per risolvere il problema della penuria di alloggi per gli ultraortodossi di Gerusalemme, è uno degli agglomerati urbani israeliani che cresce più rapidamente. “Ogni famiglia ha in media almeno dieci figli”, mi spiega Yehiel Sever, un portavoce della loro comunità.

Modi’in Illit si estende sulle pendici di diverse colline e quasi in ogni isolato c’è una sinagoga o una yeshivah (il collegio rabbinico), mentre salta all’occhio la scarsità di giardini pubblici e di parchi giochi. Il motivo me lo spiega Sever: quasi tutti i residenti sono così poveri che rientrano nei requisiti per l’abbattimento del 90% delle imposte municipali, e le autorità locali non hanno i soldi per finanziare impianti e servizi pubblici. La crescita di Modi’in Illit non è significativa solo perché contribuisce ad alimentare la povertà. In realtà è uno dei tanti insediamenti ebraici in Cisgiordania e si trova all’incirca a un miglio all’interno del territorio su cui i palestinesi vorrebbero fondare il loro stato. Negli ultimi anni Modi’in Illit e un’altra cittadina a maggioranza ultraortodossa, Beitar Illit, sono diventate gli insediamenti più popolosi di tutta la Cisgiordania. Il grande numero di centri urbani con queste stesse caratteristiche dà valore a un’ipotesi sempre più accreditata: i coloni sono diventati così tanti che Israele non può neanche prendere in considerazione l’idea di lasciare la Cisgiordania. “Questa zona è troppo vicina alla Linea Verde”, sostiene Avraham Kroizer, un abitante di Modi’in Illit, riferendosi ai confini precedenti al 1967. “Non verrà mai restituita”.

Yeshivah

Yeshivah

Materie laiche

Secondo Kroizer, un rabbino di 33 anni, l’ostilità dei laici nei confronti degli haredim è dovuta in gran parte a un malinteso culturale. Gli ultraortodossi, spiega, contribuiscono al bene della società israeliana allevando studiosi della Torah, il cui numero è stato brutalmente ridotto dalla Shoah. “Studiare la Torah serve a proteggere il popolo ebraico quanto il servizio militare”, spiega. Come gli altri giovani ultraortodossi, i tre figli di Kroizer dedicano il 70% della giornata scolastica a studiare la Torah e il Talmud e solo il 30% alle “materie laiche”: matematica, storia e grammatica, niente inglese e poche scienze. Dopo la terza media, i ragazzi studiano solo materie religiose. Kroizer spera che i suoi figli restino in seminario per tutta la loro vita adulta. Ma se dovessero decidere di trovarsi un lavoro, potrebbero sempre colmare le loro lacune frequentando le scuole serali.

In ogni caso gli ultraortodossi vivono in un mondo così chiuso che è difficile immaginare come potrebbero mettersi in pari con gli altri studenti. Kroizer afferma che a Modi’in Illit nessuno ha la TV e pochissimi un computer. Nell’estate del 2011 un imprenditore è riuscito a convincere i rabbini a lasciargli aprire un internet cafè. Si tratta di tre computer messi in una stanzetta al primo piano di un palazzo che dà su una strada di povere botteghe, dove i clienti pagano quattro euro all’ora per navigare. I computer sono abbastanza nuovi ma il collegamento è filtrato da un server che consente l’accesso solo a una decina di siti, quasi tutti di educazione religiosa e di servizi alle famiglie. Ho cercato di entrare in un sito di notizie, ma ho trovato solo l’Haredi Jewish Daily News. I link a Wikipidia e a Yahoo non erano attivi. “E’ un internet kasher”, mi ha spiegato la ragazza che stava dietro il bancone. “I collegamenti sono molto limitati”.

A Beit Shemesh un altro conflitto tra gli haredim e i loro vicini riguarda una scuola femminile. E’ stata aperta nel settembre del 2011 e si trova vicino alle case di alcuni ultraortodossi che si lamentano di vedere scene “Impure” quando aprono la finestra. Le loro obiezioni sarebbero più ragionevoli se la scuola ospitasse studentesse non religiose, vestite in canottiera e jeans attillati. Ma si tratta di bambine dai sei ai dodici anni provenienti da famiglie osservanti, non ultraortodosse, ma ortodosse di tipo moderno. L’uniforme scolastica consiste in una gonna lunga e una camicetta ampia con le maniche lunghe, ma non prevede le calze spesse che ogni donna haredi deve portare in pubblico sia d’estate che d’inverno.

Quando la scuola ha aperto, alcuni ultraortodossi si sono riuniti all’ingresso dell’istituto per protestare e hanno insultato le bambine urlandogli termini come prutza (puttana) o shiksa (non ebrea). All’inizio di dicembre, la segretaria di stato americana Hillary Clinton, in un incontro a porte chiuse, ha duramente criticato questo tipo di episodi affermando che il fanatismo fa somigliare Israele all’Iran. Per smentire quell’imbarazzante paragone, il 28 dicembre 2011 migliaia di israeliani sono scesi in piazza a Beit Shemesh per esprimere solidarietà con le alunne di quella scuola.

La comunità ultraortodossa non è omogenea e quelli che hanno inscenato la protesta davanti alla scuola femminile di Beit Shemesh sono solo una minoranza nella minoranza. Tra loro c’è Moshe Friedman, uno degli haredim che ha manifestato con più rabbia contro la scuola femminile di Beit Shemesh. Friedman è convinto che anche lo stato di Israele sia una vergogna, perché le sue leggi non si basano sulla Torah e in questo modo si metter in discussione il vero ebraismo. “Herzl e i suoi compari avrebbero dovuto fondare Israele in Uganda, invece di venire a profanare questa terra”, mi dice parlando del pioniere del sionismo Theodor Herzl.

Come spesso succede nelle società chiuse, sono i radicali a dominare il dibattito pubblico.Gli haredim estremisti possono essere anche particolarmente duri con chi è moderato. Lo ha imparato a sue spese Chaim Amsalem, un ex parlamentare del partito ultraortodosso SHAS, quando ha cominciato a sostenere la necessità che gli haredim facciano il servizio militare e abbiano un lavoro. “La povertà sta uccidendo la nostra comunità”, afferma Amsalem. “Gli haredim dovrebbero avere una normale vita lavorativa e proseguire gli studi religiosi nel tempo libero”. Per avere sostenuto questa tesi in pubblico,Amsalem è stato espulso dal partito e ha ricevuto delle minacce. Eppure, sostiene, le sue posizioni riscuotono sempre più consensi tra gli ultraortodossi.

Senza un cambiamento, le prospettive per Israele sarebbero davvero cupe. L’economista Dan Ben-David mi mostra grafici e tabelle che cercano di prefigurare il futuro di Israele sulla base delle tendenze attuali. Secondo i suoi calcoli l’economia rimarrà indietro rispetto a quelle dei paesi più sviluppati, i costi della previdenza sociale aumenteranno e la popolazione sarà meno istruita. Israele, che oggi va fiero delle sue startup e di tutti i suoi premi Nobel, assisterà a una drastica fuga di cervelli. Aumenteranno anche i rischi sul piano della sicurezza. “Come faremo”, si chiede, “a tenere in piedi il nostro esercito, se la nostra diventerà un’economia da terzo mondo?”.

Secondo lui la soluzione è arrivare a un compromesso con gli haredim simile a quello raggiunto sessant’anni fa da David Ben-Gurion. Questa volta, però, bisogna rivoluzionare i programmi di studio delle scuole ortodosse. Ma trovare un politico disposto a mettersi contro i partiti ultraortodossi non sarà facile.

“Dobbiamo darci da fare per creare una società moderna”, dichiara Ben-David. In alternativa bisognerà rassegnarsi al silenzio, salire sull’autobus e andare a sedersi nei posti in fondo.

La crisi come metamorfosi

Può l’economia verde coniugare sviluppo sostenibile e democrazia?

di Aldo Bonomi – Loop n.16 gennaio/febbraio 2012

La macina della grande trasformazione da cui origina la crisi sta arrivando a un punto di svolta. Vengono al pettine i nodi di un lungo ciclo neoliberista che ha scardinato gli equilibri consolidati tra politico, sociale ed economico. L’egemonia della finanza globale ne è stata il fluido corrosivo, prima con il volto suadente dell’inclusione “via subprime”, oggi con quello inquietante di uno stato d’eccezione che azzara l’autorità del politico, precarizza le Costituzioni e liquefa le basi della sovranità intesa come spazio del welfare e dei diritti. Democrazia e mercato ritornano a percorrere strade divergenti. Lo smarrimento delle sinistre europee arresesi di fronte all’esplosione della bolla dei debiti sovrani sta esattamente nell’aver perduto la cifra di fondo del rapporto tra questi due poli della civiltà occidentale. Per riprendere il bandolo della matassa dobbiamo capire anzitutto che l’attuale fase non può essere interpretata nei termini dell’attraversamento, della carovana nel deserto, quanto della metamorfosi: il sistema sta diventando altro e quindi anche i soggetti che vi agiscono devono radicalmente mettersi in discussione vivendo dentro le trasformazioni della polis, non delegando ai poteri della governance tecnocratica o ritirandosi nei paradisi artificiali del post-moderno e del post-ideologico. Facendo in primo luogo chiarezza. Dunque iniziamo con il dire che proprio sulla crisi e sulle sue possibili uscite mi sembrano all’opera oggi almeno tre ideologie, anche se intese come forme di pensiero debole.

Fernand Braudel

Fernand Braudel

La prima ideologia sostiene che siamo di fronte a una vera e propria crisi di sistema, a un deragliamento generale alla cui radice vi è il rapporto ormai insostenibile tra civilizzazione e natura. La crisi è sistemica e dunque scorciatoie che ripropongano tal quale l’architettura del welfare novecentesco oggi sono difficilmente praticabili. E dunque anche i modelli di rappresentanza, le culture politiche, le forme di organizzazione dell’impresa come del lavoro devono essere coerenti con questa natura della crisi. Aveva ragione Braudel quando, parlando dell’ascesa dll’Inghilterra a spese della potenza finanziaria olandese nel capitalismo di fine XVII° secolo, suggeriva l’idea della transizione egemonica. E’ forse presto per sostenere con ferrea certezza ipotesi decliniste  vista la potenza militare e finanziaria che l’asse atlantico continua a mantenere. Certo è che l’egemonia del pensiero occidentale pare in crisi. Viviamo probabilmente l’ultimo esito di un lungo ciclo partito con le decolonizzazioni degli anni ’50 e ’60 in cui la presa politico militare dell’Europa  sul resto del mondo è stata definitivamente scossa. Oggi sono paesi europeri a essere visitati da missioni di “salvataggio” del Fondo Monetario Internazionale o a madare missioni a Pechino o nelle altre capitali del BRICS per proporre l’acquisto di pacchetti del debito pubblico europeo ai fondi sovrani. Se l’analisi può essere condivisibile, è però la proposta del paradigma della “decrescita felice” come uscita che mi lascia piuttosto perplesso. La dico con una battuta: a meno di non considerarla un’innocua forma di prosumerismoda lasciare alla libera iniziativa individuale, sarà necessario utilizzarei carri armati nelle strade per applicare la decrescita sistemica. Anche la posizione di chi sostiene “ma perchè dobbiamo pagare il debito?” mi pare non tenga conto che il default lo pagherebbe la parte più debole. In questa galassia la posizione più importante mi pare invece quella degli indignati americani con l’intuizione del

Occupy Wall Street Protestors March Down New York's Fifth Avenue

Occupy Wall Street Protestors March Down New York's Fifth Avenue

99 per cento contro l’1 per cento, sorta di interclassismo della moltitudine che mostra come la crisi odierna non tocchi solo i ceti proletari del Novecento ma anche i ceti medi: in Italia il 10 per cento della popolazione detiene ogi il 50 per cento della ricchezza. Potenzialmente la base per un’alleanza sociale non fosse che, come ha giustamente osservato Rossanda, quel 99 per cento è massa senza classe priva ancora di coscienza dell’essere soggetto. Un passaggio che esige la rimessa a tema della rappresentanza e delle sue funzioni nell’epoca della crisi democratica. Fino ad arrivare ad una nuova costituzionalizzazione di un rapporto tra politica e mercato che ne incorpori il diritto/responsabilità di governare il mercato, non di governare per il mercato o di governare a causa del mercato come oggi accade con il governo Monti.

La seconda posizione è quella che potremmo definire “della morfina tecnocratica”. Si sostiene che in fondo non è accaduto nulla, che occorre soltanto compiere aggiustamenti strutturali dei mercati per accompagnare il sistema al nuovo equilibrio. Per breve tempo, a inizio secolo, è stata anche un’ipotesi credibile, con una finanza che si presentava come canale di integrazione in mercati aperti a tutti. L’attuale governo è almeno in parte espressione diretta delle tecnicalità che avevano gestito proprio quella fase. Il tutto dentro la crisi di una politica che non ha saputo cogliere l’occasione di ridisegnare il proprio ruolo in modo non ancillare rispetto all’economia. Cedendo il passo al mito del governo degli ottimati. Un passaggio su cui andrebbe riflettuto anche in termini di equilibri interni alle borghesie di questo paese, perchè è evidente che l’ascesa di élite centrali e metropolitane come quelle che costituiscono il geverno Monti segna per molti versi il tramonto dell’egemonia di una neoborghesia diffusa del capitalismo molecolare e dei distretti. Mettendo in tensione, come mai dalla nascita delle liberaldemocrazie di massa, il rapporto tra mercato e democrazia. Tensione che porta con sé il tema della “costituzione abortita” nel senso della costituzione europea. Su questo punto bisogna essere chiari: non si va oltre l’ipotesi della morfina tecnocratica se non si abbraccia pienamente una prospettiva di democrazia europea.

E dunque, tra questi due poli non ci può essere lo spazio di una faticosa “terza via”? Penso che dentro la metamorfosi di un capitalismo che si ridisegna si può ragionare su una uscita del dopodomani utilizzando il concetto di “green economy”. Concetto ormai precocemente abusato, me ne rendo conto. Spesso utilizzato come scatola semantica buona per tutti i contenuti e gli usi. Con forti margini di ambiguità e sovrapposizione anche rispetto alle due ideologie alternative appena accennate. Green economy è in primo luogo il capitalismo che incorpora il limite ambientale nel suo processo di accumulazione. Ne fa motore di un nuovo ciclo. E’ un discorso che incorpora il tema della sobrietà dei consumi e di una nuova strategia keynesiana di nuovi investimenti. Tuttavia l’idea di green economy se situata nelle condizioni reali del ciclo capitalistico che stiamo vivendo, può aiutarci a ricostruire su basi nuove filamenti di rappresentanza fuori dalle secche della governance. Per evitare equivoci però il concetto va spacchettato, smontato dall’interno. Perché a ben vedere ne possiamo identificare almeno tre versioni, le quali assumono significati ed esiti politici opposti tra loro.

In primo luogo, green economy sul piano delle economie mondiali è anche una grande bolla finanziaria (la prossima?) con la finanziarizzazione delle commodities alimentari e l’accaparramento delle terre agricole in Africa e in America Latina per produrre combustibili alternativi al petrolio in via di esaurimento. E’ di fatto una forma di neocolonialismo nel tempo della finanza globale che sta conducendo all’esplosione dei prezzi delle risorse vitali ed è stata una delle scintille di esplosione delle rivolte nordafricane nell’anno che si chiude. Al polo opposto esiste anche una seconda declinazione di green economy, legata all’idea di una diversità dei modelli di capitalismo e, nel caso dell’Italia, alla radice territoriale e localistica del nostro apparato produttivo. Una green economy territoriale, dal basso, che segue tre canali. Il primo è l’evoluzione del capitalismo molecolare, come adattamento delle economie produttive di piccola e media impresa sul lato della compatibilità ambientale delle produzioni, di una innovazione leggera dei processi produttivi e del design dei prodotti. Il secondo l’evoluzione di una tendenza al vivere “borghigiano”, la propensione ad una migliore qualità localistica della vita tipica dello spleen metropolitano di ampi segmenti di ceto medio riflessivo protagonista a partire dagli anni ’90 di una evoluzione postmaterialista degli stili di vita e di consumo. Che fa da base sociale e culturale a fenomenologie come Slow Food, Eataly, reti e accademie del gusto proliferate sul territorio, ecc. Un fenomeno che riattiva e incanala sul mercato tradizioni locali, a cavallo tra economia e rappresentazione sociale che organizza filiere produttive e nel medesimo tempo ha sbocchi di tipo partecipativi e democratici importanti. Terzo, green economy dal basso è anche nuovo lavoro, inteso sia come problema di una nuova qualità del lavoro che come nuova composizione sociale e nuovi bisogni. E’ l’emersione di pratiche di mutualismo che affrontino l’impatto della crisi del debito sulla vita quotidiana, riguarda la capacità di tutela e gestione partecipata dei beni comuni, delle reti, dello stesso credito, organizzandola a livello locale dentro le città e nei territori.

In mezzo tra finanza e territorio si colloca una visione della green economy che, in mancanza di etichette più adeguate, definisco neo-keynesiana e che per quanto mi riguarda rappresenta la vera sfida se si vuole rimettere con i piedi per terra il rapporto tra capitale e democrazia. Si tratta di pensare ad una terza rivoluzione industriale che abbia come scopo quello di spingere in avanti la frontiera della discontinuità tecnologica ad esempio sul piano della questione energetica per sostituire un’era del combustibile fossile e della chimica derivata. Ma per farlo occorre la costituzione di infrastrutture e di poli che abbiano la massa d’urto adeguata. E’ chiaro che tutto ciò significa ripensare il ruolo del pubblico fuori sia dai vecchi schemi dell’Iri che dalle retoriche neoliberiste. Un ruolo che va declinato a cavallo tra centro e periferia del sistema. In Italia abbiamo poli di eccellenza su questo fronte, non siamo all’anno zero. Al centro le grandi aziende come ENI, ENEL, la cui funzione deve essere discussa, sul territorio la rete delle multiutilities eredi delle vecchie municipalizzate rappresentano punti di possibile ancoraggio. Un neo-keynesismo che dovrebbe tuttavia avere come punto centrale non l’accentramento nelle mani dello stato-nazione quanto la capacità dei poli d’eccellenza di fungere da fertilizzatori della green economy territoriale con un nuovo rapporto centro-periferia.

Una sfida che può rimettere a tema la capacità della rappresentanza politica di governare i processi. Senza la quale la partita tra democrazia e tecnocrazia rischia di essere già decisa.

Non plus ultra

Non plus ultra

L’Argentina, la sovranità e il tabù del default.

di Stefano Simoncini – Loop n.16, gennaio/febbraio 2012

no spettro si aggira per l’Europa, il default, annunciato da un mortifero araldo, lo spread. Fiumi di parole, profuse con più o meno cognizione da politici, giornalisti, economisti, gente comune, scorrono quotidianamente in questo fosco orizzonte di crisi, producendo interpretazioni e proposte disparate, spesso del tutto contradditorie, per allontanare lo spettro. Nella rumorosa confusione, pare si salvino soltanto poche certezze, una delle quali vuole che il ceto politico non sia in grado di reggere il peso della situazione, e anzi sia per lo più un’inutile zavorra, l’altra è che il baratro del default sia come una sorta di orizzonte invalicabile, una linea d’ombra oltre la quale, come per le mitiche colonne d’Ercole, esiste soltanto un mondo ignoto popolato di mostri.

E così in Italia, forti di queste convinzioni che, nella faziosità incompetente del dibattito pubblico, hanno assunto le dimensioni di articoli di fede, si è deciso di fronteggiare l’emergenza economica, e il deficit endemico di democrazia, con quella che Bobbio individuava come una delle possibili negazioni della democrazia e della partecipazione, la tecnocrazia. Dopo la videocrazia cinica d buffonesca di Berlusconi, l’immagine professorale, sentimentale e paludata del governo dei tecnici non è altro che l’altra faccia, speculare, della medaglia italiana: la maschera eraclitea (ridanciana) e dionisiaca (libidinosa) di Berlusconi ha lasciato il posto alla maschera democritea (piagnona) e apollinea (bovina, fintamente mansueta) di Monti.

Naturalmente si può discutere su quanto l’attuale governo rispetti le garanzie costituzionali, ma soprattutto sulla necessità, in Italia, di restituire autonomia all’esecutivo rispetto a un tradizionale sottogoverno di poteri e lobby che il populismo berlusconiano mascherava e potenziava al tempo stesso.

Ma il problema dell’attuale governo, l’elemento di continuità con chi lo ha preceduto, è nella insensibilità democratica, nella pretesa di operare una generale riorganizzazione dello Stato e della società, aprendo quasi una nuova fase costituente, senza un vincolo di rappresentanza, negando cioè l’utilità e la necessità dei principali dispositivi democratici, di una effettiva sovranità popolare.

Ma l’investitura dall’alto per svolgere questo delicatissimo compito da quale potere gli deriva? Pare incredibile, ma dallo stesso sovraordinato che, con le sue contraddizioni e storture, sta conducendo alla paralisi intere nazioni, il sistema bancario-finanziario. Questo governo, forte della debolezza di chi lo ha preceduto, e della debolezza di un sistema interno enormemente difettoso (come un impianto idraulico pieno di diverticoli che impediscono di irrorare il terreno della società, l’unico su cui possono attecchire copiosi raccolti), non sbaglia tanto nel merito, poichè alcune sue riforme implicano una razionalizzazione del sistema che darebbe nutrimento e respiro alla società, riattivando i presupposti strutturali della democrazia, ma svolge un pericoloso gioco nel ricevere mandato e autonomia da poteri sovraordinati che recano contraddizioni forse peggiori di quelle interne. E il rischio è che nel fallimento, come già paventa lo stesso Monti, si ridarebbe lena e linfa alle forze più antisociali e populiste, cieche e sorde ai mutamenti razionali che lo stesso Monti promuove. Perchè il grande malinteso italiano è che la crisi economica sia un’occasione preziosa, che le regole razionali del mercato stiano inqualche modo mettendo alla prova l’irrazionalità dei sistemi politici e inducendoli a un’autoriforma altrimenti inattuabile. L’errore è qui e sta producendo una pericolosa spirale, poichè le regole del mercato sono proprio le stesse che hanno contribuito a sottrarre autonomia alla politica determinando la crisi di rappresentanza e il dissanguamento della società a favore di ristretti potentati, sempre più capaci di controllare il ceto politico.

Torniamo perciò dove siamo partiti, a quanto sta avvenendo, alla terapia basata sulla dissacrazione delle regole democratiche, tra cui il sistema parlamentare, e la sacralizzazione delle regole del mercato, tra cui termini e scadenze del debito. In questo enorme malinteso ci dovrebbe venire in soccorso la storia, che potrebbe essere fatta seriamente se in Italia il giornalismo avesse un senso, se non fosse esso stesso afflitto da quella nostra terribile malattia endemica che è il potere esercitato come carisma sacerdotale, a causa dell’egemonia delle caste e dei monopoli.

L’Argentina, corroborata da altri casi più recenti come l’Islanda, è lì a ricordarci qualcosa di molto chiaro: che la crisi, anche senza mutare radicalmente i rapporti di produzione e il sistema economico, si contrasta procedendo in una direzione che è esattamente opposta a quella intrapresa dai governi meridionali europei. Si contrasta rafforzando, e non mortificando, il vincolo di rappresentanza, attraverso una presa di coscienza diffusa che soltanto il reale esercizio della sovranità popolare, il potenziamento della partecipazione e la sua estensione dalla dimensione politica a quella economica, con un protagonismo effettivo della società, possono produrre una crescita responsabile, e riforme strutturali realmente eque e stabili. Si contrasta desacralizzando le regole del sistema finanziario, che dopo aver messo in ginocchio gli stati li continua a vampirizzare per alimentare altri domini e altri imperi. Si contrasta facendo un’opera di conciliazione di passati conflitti non attraverso la rimozione e la frustrazione di ogni desiderio di giustizia, ma con un fermo riconoscimento delle responsabilità personali e storiche di ogni delitto e oppressione, ciò al fine di risaldare le identità collettive in un nuovo ciclo storico realmente consapevole. Da questa articolata consapevolezza e dall’autorevolezza e autonomia derivatagli dal consenso popolare Néstor Kirchner ha potuto vincere il suo braccio di ferro con l’FMI, forzare le regole fino a ridurre il debito esigibile del 70-75 per cento. Con ciò ha liberato risorse che, insieme alla svalutazione monetaria, all’esportazione di materie prime in rialzo sui mercati internazionali, al volano dell’economia brasiliana, ha prodotto la ripresa rapidissima che abbiamo sotto gli occhi. Certamente in Europa e in Italia non sussistono le stesse condizioni congiunturali e strutturali, ma quei presupposti, partecipazione, autonomia della politica e rifiuto del vampirismo finanziario, sono presupposti assolutamente ineludibili.

L’economia in crisi

L’economia in crisi

project syndicate

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2011-04-29

BERKELEY – Il momento più interessante della conferenza tenutasi a Bretton Woods, New Hampshire (anche luogo della conferenza del 1945 che definì l’assetto dell’economia globale odierna), si è verificato quando Martin Wolf, editorialista del Financial Times, ha posto una domanda all’ex Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Larry Summers, ed ex assistente del Presidente Barack Obama sulla politica economica. Nello specifico Wolf chiese se ciò che si è verificato negli ultimi anni non sta semplicemente ad indicare che gli economisti (accademici) non hanno capito quello che stava succedendo.

Nella parte migliore della sua risposta Summers ha affermato che [Walter] Bagehot aveva fatto riferimento ad un contesto simile a quello che ha poi portato alla crisi recente, così come ulteriori elementi sono stati indicati da [Hyman] Minsky e forse ancor di più da [Charles] Kindleberger. Questa risposta potrebbe non aver alcun significato per un non economista, ma si è invece trattato di un atto d’accusa sconvolgente.

Walter_Bagehot

Walter Bagehot

Bagehot (1826-1877) era uno dei direttori dell’Economist nel XIX secolo e autore di un libro sui mercati finanziari, Lombard Street, del 1873. Summers ha senza dubbio ragione nel dire che nel libro ci sono diversi elementi sulla crisi dalla quale ci stiamo riprendendo.

Per quanto riguarda Minsky (1919-1996) invece, gli aspetti legati alla crisi sono in realtà presenti non tanto nella raccolta dei suoi saggi intitolati Can “It” Happen Again?, bensì nell’interpretazione di Kindleberger (1910-2003) del suo lavoro presentato nel libro Manias, Panics, and Crashes: A History of Financial Crises, del 1978. Quando gli è stato chiesto di citare qualche nome di autorevoli economisti a cui rivolgersi per capire la crisi del 2008, Summers ha citato questi tre uomini del passato, un libro scritto 33 anni fa’ ed uno scritto due secoli fa’.

Ha poi ampliato la sua riposta citando alcuni economisti contemporanei tra cui Eichengreen, Akerlof, Shiller e “molti, molti altri”. Ha parlato della rivoluzione all’interno della finanza dettata dal fatto che l’ampio margine di volatilità dei prezzi dei beni non ha rispecchiato i principi fondamentali, e ha poi aggiunto che la macroeconomia non è riuscita a mantenere il passo con questa rivoluzione. A discapito della macroeconomia contemporanea, gli economisti non sono stati, di conseguenza, in grado di capire l’andamento dei prezzi dei beni, le manie, il panico e la liquidità.

Lawrence Summers

Lawrence Summers

Per Summers il problema è legato al fatto che ci sono troppi elementi di distrazione, di confusione e di negazione dei problemi nel primo anno di corso di diversi programmi di dottorato. Ne risulta che, sebbene gli economisti acquisiscano un’ampia conoscenza, tendono a dimenticarne parte che risulta poi essere rilevante e ad essere distratti dalla mole di nozioni.

Credo che il giudizio di Summers sia equo e corretto. E mi reputo tra quelli che hanno dimenticato parte delle nozioni acquisite e che sono stati distratti, nonostante abbia sempre utilizzato il libro Lombard Street ai miei corsi di storia economica e Manias, Panics, and Crashes ai miei corsi di macroeconomia ed abbia sempre considerato con rispetto Eichengreen, Akerlof, e Shiller.

Sono stato, tuttavia, molto colpito dal livello di panico che ha causato ciò che a mio avviso sono state delle perdite relativamente limitate (rispetto all’entità dell’economia globale) con i mutui subprime, dalla debolezza dei controlli sul rischio da parte delle principali banche, dall’estrema riduzione della domanda, dall’inefficienza del mercato nel ripristinare l’equilibrio dell’offerta e della domanda nel mercato del lavoro e dalla capacità dei principali governi di prendere in prestito per sostenere la domanda senza l’implicazione di un rapido aumento dei tassi di interesse.

Mi sorprende l’entità della catastrofe, ma quello che mi sorprende ancor di più è l’apparente fallimento degli economisti accademici nel prepararsi per il futuro.  Sulla scia della crisi mi aspettavo che i dipartimenti economici di tutto il mondo affermassero che bisogna cambiare i modelli impiegati.

Il fatto è che abbiamo bisogno sempre meno di teorici di mercati efficienti e sempre più di persone che lavorino sulle microstrutture, sui limiti dell’arbitraggio e sui pregiudizi nozionistici. Abbiamo bisogno di meno teorici sull’equilibrio dei cicli del business e più keynesiani tradizionalisti e monetaristi. Abbiamo bisogno di più storici delle politiche monetarie ed economiche e meno ideatori di modelli. Abbiamo bisogno di più economisti come Eichengreens, Shillers, Akerlofs, Reinharts, e Rogoffs e soprattutto come Kindleberger, Minsky, o Bagehot.

Tuttavia, non è questo quello che dicono i dipartimenti economici.

Forse non mi rendo perfettamente conto di quello che sta succedendo. Forse i dipartimenti economici stanno cercando un nuovo orientamento dopo la grande recessione nello stesso modo in cui si sono orientati verso il monetarismo dopo l’inflazione degli anni ’70. Ma se per caso mi sono perso qualche cambiamento epocale in atto, mi piacerebbe che qualcuno me lo indicasse.

Forse gli economisti accademici perderanno la condivisione delle loro teorie e la loro influenza sugli altri attori -dalle scuole di business ai programmi sulla politica pubblica, ai dipartimenti di scienze politiche, di psicologia e sociologia-. Mentre poi i rettori e gli studenti universitari chiedono più rilevanza ed utilità, forse questi colleghi inizieranno ad insegnare le funzionalità dell’economia lasciando agli accademici una disciplina che insegna semplicemente la teoria della scelta logica.

O forse l’economia rimarrà una disciplina che dimentica gran parte delle nozioni di una volta e che si fa continuamente distrarre, mandare in confusione e negare. Se dovesse veramente succedere, staremo tutti molto peggio.

J. Bradford DeLong, ex assistente segretario al tesoro degli Stati Uniti, è professore di economia presso l’Università della California di Berkeley e ricercatore associato al  National Bureau for Economic Research.

Copyright: Project Syndicate, 2011.
http://www.project-syndicate.org
Podcast in inglese a quest’indirizzo:
http://media.blubrry.com/ps/media.libsyn.com/media/ps/delong113.mp3
Traduzione di Marzia Pecorari


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LOGISTICA

Sono Paolo Barnard, ora fate ESTREMA ATTENZIONE a quanto segue. Si parla di

1) CONFERME DELLE PRESENZE

2) COME ALLOGGIARE A POCO

—- COFERMA PRESENZE

Devo sapere con precisione quanti di voi DAVVERO verranno al Summit MMT, che si terrà al 105 STADIUM, PIAZZALE PASOLINI 1/C RIMINI, DAL 24 FEBBRAIO SERA AL 26 POMERIGGIO, nei seguenti orari: Venerdì 24: dalle 21 alle 22,30 – Sabato 25: dalle 09 alle 12,30, dalle 15 alle 19 circa e dalle 21 alle 22,30 – Domenica 26 dalle 09 alle 12,30 e dalle 15 alle 18,30 circa.

105 Stadium Rimini da google maps

105 Stadium Rimini da google maps

Perché vi chiedo questo?

Perché DEVO PAGARE MIGLIAIA DI EURO DI STRUTTURE SULLA BASE DI QUANTI PARTECIPANO, ED E’ INACCETTABILE GETTARE UNA MONTAGNA DI SOLDI DONATI SE POI LA META’ DI VOI NON SI PRESENTA.

Mi dovete dire CON IMPEGNO ADULTO se veramente ci sarete o meno.

Quindi:

1) RISPONDETE QUI paolo.barnard@yahoo.it CON UNA MAIL CON INTESTAZIONE TASSATIVA “CONFERMO”. UNA MAIL PER PERSONA. NO A MAIL CON PIU’ NOMI.

NOTA IMPORTANTE: E’ ESSENZIALE ESSERCI DAL VENERDI’ SERA, DOVE VERRANNO DETTE COSE FONDAMENTALI PER TUTTO L’EVENTO. Significa essere a Rimini entro le 19 del Venerdì 24, tassativo, per registrazione e accesso.

2) Chi è incerto, o sa di non venire, NON RISPONDA A QUESTA MAIL. Chi è incerto NON E’ escluso dal Summit, verrà mantenuta una quota di posti di riserva sufficiente per tutti, data l’ampiezza dello Stadium.

3) Invitiamo ciascuno a portare la ricevuta del proprio bonifico, da esibire all’entrata.

Per favore, non ci fate contare persone che poi non verranno, questo danneggia tutti.

—- COME ALLOGGIARE A POCO

Contattate la persona che si occuperà del booking alberghiero: Simona Pozzi tel. 02-34934404 interno 205, cellulare 342-3913741, ma  meglio via mail

pozzi@mcaevents.org. Offrono per il Summit MMT camere scontate da 2-3-4 letti a costi da 25/30 euro a notte con prima colazione a Rimini. E’ il meno che siamo riusciti a ottenere. Non tutti gli alberghi sono a distanza di cammino dal 105 Stadium, quindi incoraggiamo il ‘car-pooling’.

ATTENZIONE: AVETE 10 GIORNI DA OGGI PER CHIAMARE  E OTTENERE LE CAMERE AL PREZZO SCONTATO STABILITO. CHIUNQUE PRENOTI DOPO QUESTO PERIODO POTREBBE DOVER PAGARE UN PREZZO UN PO’ SUPERIORE.

Per il programma completo visitare nei prossimi giorni http://www.democraziammt.info/ o paolobarnard.info.

 

Scarica il Volantino MMT

Scarica il Volantino MMT

RISPONDETE SUBITO. Grazie davvero. Questo è un evento storico. P.B.

p.s. La iscrizioni sono ancora aperte, anche il c/c bancario, e se arriveranno altri fondi meglio per tutti.

Ricordo il c/c che è IBAN: IT77D 02008 02455 000101640115

Banca Unicredit, Bologna, ag. Bologna Dante, via Dante1/E

Intestatario: Paolo Rossi (il secondo cognome Barnard è omesso dal conto)

Attenzione1: scrivere nella causale “Summit MMT Italia” col proprio nome e cognome.


Il Team MMT al completo.

Ecco chi sono gli accademici che vengono per noi. Per favore versate nel c/c apposito (lo ricordo qui sotto). Grazie, P. B.

William Black

William Black

William Black, J.D., Ph.D. is Associate Professor of Law and Economics at the University of Missouri-Kansas City. Bill Black has testified before the Senate Agricultural Committee on the regulation of financial derivatives and House Governance Committee on the regulation of executive compensation. He was interviewed by Bill Moyers on PBS, which went viral. He gave an invited lecture at UCLA’s Hammer Institute which, when the video was posted on the web, drew so many “hits” that it crashed the UCLA server. He appeared extensively in Michael Moore’s most recent documentary: “Capitalism: A Love Story.” He was the subject of featured interviews in Newsweek, Barron’s, and Village Voice.

 

Michael Hudson

Michael Hudson

Michael Hudson is President of The Institute for the Study of Long-Term Economic Trends (ISLET), a Wall Street Financial Analyst, Distinguished Research Professor of Economics at the University of Missouri, Kansas City and author of Super-Imperialism: The Economic Strategy of American Empire (1968 & 2003), Trade, Development and Foreign Debt (1992 & 2009) and of The Myth of Aid (1971).

ISLET engages in research regarding domestic and international finance, national income and balance-sheet accounting with regard to real estate, and the economic history of the ancient Near East.

Michael acts as an economic advisor to governments worldwide including Iceland, Latvia and China on finance and tax law.

 

Stephanie Kelton

Stephanie Kelton

Stephanie Kelton, Ph.D. is Associate Professor of Economics at the University of Missouri-Kansas City, Research Scholar at The Levy Economics Institute and Director of Graduate Student Research at the Center for Full Employment and Price Stability. She is creator and editor of New Economic Perspectives. Her research expertise is in: Federal Reserve operations, fiscal policy, social security, health care, international finance and employment policy.  Follow her at twitter.com/deficitowl.

 

Marshall Auerback

Marshall Auerback

Marshall Auerback has over 28 years of experience in investment management. He is currently a portfolio strategist with Madison Street Partners, LLC, a Denver based investment management group, a Fellow with the Economists for Peace and Security, and a Research Associate for the Levy Institute. He is a frequent contributor to New Economic Perspectives.

 

ALAIN PARGUEZ

ALAIN PARGUEZ

Alain Parguez, Emeritus Professor of Economics Ist Class, Université de Franche-Comté at Besançon(France), Faculty of Law, Economics and Political Science, Main Academic Title : Docteur d’Etat Es Sciences Economiques, Université de Paris 1, Two Ph.D Theses 1973, Member of the Eastern Economic Association (USA). He is associated with the Economics Department at the University of Ottawa. He has worked extensively on developing a genuine general theory of capitalism, that is a monetary production economy, which he labeled the Theory of the Monetary Ciruit.  He has written extensively on monetary policy, crisis theory and economic policy, including many articles on the impact of austerity measures, which he believes are the cause of world crises.  Alain Parguez was the editor of Monnaie et Production from 1984 to 1996, and has written numerous articles and books.  He is currently writing a book on the General Theory of the Monetary Circuit and its economic policy implications.

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