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MMT – La proposta economica per la piena occupazione e il pieno stato sociale.

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Atene ha bisogno del nostro aiuto

- N.936 – 17/23 FEBBRAIO 2012

Ludwig Greven, Die Zeit, Germania


L’austerità sta accelerando il crollo della Grecia. Al paese serve un piano per crescere. Anche nell’interesse di Berlino.



Atene, Grecia, 12 febbraio 2012. Dimostranti si proteggono dai lacrimogeni

Atene, Grecia, 12 febbraio 2012. Dimostranti si proteggono dai lacrimogeni

Le ultime notizie dimostrano che l’Europa è divisa. In Germania le esportazioni hanno toccato per la prima volta il valore di un miliardo di euro. L’economia continua a crescere, le entrate dello stato  aumentano, il tasso di disoccupazione cala e il sindacato Ig Metall ha chiesto un aumento salariale del 6,5 per cento per i metalmeccanici in  considerazione degli ottimi proitti registrati dalle aziende.
Ma se la Germania è un’isola felice, la Grecia è un paese sull’orlo del baratro e in preda al caos. Piegandosi alle pressioni dell’Unione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale, il governo greco ha varato un nuovo piano d’austerità. Il pil continua a contrarsi: quest’anno potrebbe calare dell’8 per cento.
E il paese resta a un passo dalla bancarotta. L’erogazione del secondo pacchetto di aiuti, pari a 130 miliardi di euro, è stata più volte rimandata perché i ministri delle finanze dell’eurozona dubitano che il governo greco e i partiti che lo sostengono possano mettere davvero in atto le misure di risparmio. E hanno ragione, visto che i tagli già approvati in passato non hanno funzionato. Anzi, hanno solo peggiorato i problemi. Inoltre bisogna tenere conto del fatto che in Grecia c’è giustamente una forte
resistenza a questo piano d’austerità, che produrrà un ulteriore impoverimento nel paese.
È questa la prospettiva dell’Europa unita? La terra che ha dato origine alla cultura occidentale e alla democrazia si è trasformata di fatto in un protettorato di Bruxelles, senza nessuna speranza di  miglioramento. Il continente è sempre più diviso tra un nord ricco e un sud povero dove alcuni cittadini non hanno di che vivere. Nel frattempo in Germania la maggioranza prende seriamente in  considerazione una riduzione delle tasse nel mezzo della crisi inanziaria più grave degli ultimi decenni.
Ma quello che succede nel resto del continente non può lasciarci indifferenti. E non solo perché produce un’ondata di nazionalismo e inasprisce il clima politico, come si vedrà già alle prossime elezioni greche. I tedeschi dovrebbero preoccuparsi anche perché questa pessima evoluzione della crisi, causata in misura sostanziale dal governo di Berlino, mette a rischio il nostro stesso modello di sviluppo: la Germania è un’economia fiorente anche perché le sue aziende fanno afari e profitti a spese dei
paesi più deboli, dove i salari sono (ancora) troppo alti rispetto alla produttività e la domanda
interna si contrae a causa delle dure misure d’austerità. Nel frattempo in Germania il moderato aumento dei salari degli ultimi anni e le riforme del mercato del lavoro volute dal governo rosso-verde di Gerhard Schröder hanno reso l’economia così competitiva da diventare una minaccia per gli altri paesi dell’Unione europea, compresa la Francia.

Perdite miliardarie

principali creditori della grecia

principali creditori della grecia

Ma chi continuerà a comprare i prodotti tedeschi in futuro? I paesi in crisi non ci servono più perché sono un peso per le nostre preziose casse? Chi la pensa così sbaglia: a trarre il maggior beneicio dai programmi di salvataggio dell’euro, dalla moneta unica e dal mercato comune non è la Grecia, ma la Germania. Se la Grecia fallisse, le banche tedesche (ma non solo loro) perderebbero altri miliardi di euro e alla fine sarebbero i contribuenti della Repubblica federale a dover rimediare alla situazione.
Se l’euro crollasse e si tornasse al marco, la vecchia moneta tedesca subirebbe una drastica rivalutazione. Secondo le stime degli esperti, ci sarebbe un rincaro del 40 per cento delle merci prodotte in Germania. A quel punto per il modello di crescita tedesco fondato sulle esportazioni sarebbe la
fine.

Potenza ostile
Nel sud dell’Europa, non solo in Grecia, si respira aria di tempesta, e la minaccia incombe soprattutto sulla Germania. A quasi settant’anni dalla ine della seconda guerra mondiale, il nostro paese è considerato di nuovo una potenza ostile. C’è già chi invoca passi radicali contro le decisioni imposte
da Bruxelles e da Berlino.
Ma come dar torto a un popolo ridotto in miseria? Queste persone dovrebbero forse stare a guardare mentre il loro modesto modello previdenziale va a rotoli e i loro politici si trasformano in semplici  esecutori?
E questo solo perché le banche e gli speculatori possano recuperare almeno una parte dei crediti che nel corso degli anni hanno concesso volentieri a tassi d’interesse salati?
Non può essere questa l’Europa in cui vogliamo vivere, un’Europa in cui banche e hedge fund decidono quali paesi possono sopravvivere e quali no. Il prezzo di questa politica d’austerità voluta  sostanzialmente dalla finanza e dalla cancelliera Angela Merkel è la disintegrazione dell’Europa. E produrrà una depressione cronica che prima o poi colpirà anche la Germania.
La Grecia ha bisogno della nostra solidarietà, di una ristrutturazione completa dei suoi debiti e di un programma di rilancio dell’economia, non di altri piani d’austerità e di pacchetti di salvataggio. Solo
così il paese avrà la speranza di potersi rimettere in piedi tra dieci o vent’anni e di far parte a pieno diritto dell’Unione europea.
Questo programma di crescita non costerebbe di più dei piani di salvataggio attuali, e offrirebbe ai cittadini greci ed europei una prospettiva per il futuro.
È questa la prospettiva per cui vale la pena lottare, non per l’estromissione della Grecia dall’eurozona e dall’Unione europea.
La Grecia deve essere un esempio che porti la stessa Europa a ripensare il suo ruolo. < fp >

La minaccia interna

Internazionale n.933 27 gennaio/2 febbraio 2012

Gli ebrei ultraortodossi sono sempre più numerosi in Israele. Con il loro rifiuto della modernità, mettono un’ipoteca sul futuro del paese.

di Dan Ephron – Newsweek

Rachel Weinstein lo chiama “il suo momento Rosa Parks”. Una mattina di settembre del 2011, Weinstein è salita su un autobus per andare in un centro commerciale della sua città. Era la linea che prendeva sempre, ma quella volta un passeggero ultraortodosso le ha fatto cenno di andare a sedersi sul fondo. Weinstein si è accorta che le donne erano sedute tutte là. “In realtà il tizio si rivolgeva a mio marito”, racconta. “Con me non parlava.”
Rachel Weinstein, 38 anni, vive a Beit Shemesh, una cittadina dove la popolazione ultraortodossa (la più rigida tra le correnti ebraiche dal punto di vista teologico) è notevolmente aumentata negli ultimi anni.

Quel giorno, invece di ubbidire, Weinstein si è seduta alcune file dietro il conducente, facendosi portavoce dello spirito di Rosa Parks, l’icona per il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. Nata a New York, Weinstein si definisce un’ortodossa moderna ed è emigrata in Israele all’inizio del 2011 per vivere, come spiega lei, “tra ebrei che la pensano come me”, e non tra estremisti. Quando ha sentito che l’atmosfera stava diventando minacciosa – un’altra passeggera si era alzata dal fondo ed era andata a rimproverarla del suo comportamento poco rispettoso – Weinstein ha afferrato il mazzo di chiavi che teneva in borsa, pronta ad usarlo se ce ne fosse stato bisogno. Dopo alcuni minuti di tensione è scesa alla sua fermata ed è scoppia a piangere.

A Beit Shemetsh e in altre città israeliane alcuni ebrei ortodossi stanno cercando di imporre una specie di osservanza religiosa generalizzata e un codice di comportamento molto rigido, che comprende la separazione tra uomini e donne sui mezzi pubblici. Questo zelo religioso scontenta molti israeliani. Fondato da ebrei laici che credevano in uno stato moderno ed ugualitario, Israele ha tutte le caratteristiche di una società liberale. Tuttavia è sempre più numerosa la comunità di chi volta le spalle alla modernità e guarda il mondo attraverso le norme scritte nella Bibbia.

Gli ebrei ultraortodossi – detti anche haredim (letteralmente, “quelli che tremano” davanti a Dio) – all’inizio erano una minoranza esigua, ma ora sono più del 10% della popolazione e il 21% degli alunni delle scuole elementari di tutto il paese. All’interno della comunità il tasso di fecondità è più del triplo di quello del resto del paese e i demografi prevedono che entro il 2034 un israeliano su cinque sarà ultraortodosso. Le conseguenze di questa situazione vanno ben oltre le dispute sulla separazione tra uomini e donne nei mezzi di trasporto o sull’abbigliamento femminile, un altro chiodo fisso degli haredim. Il vero problema è che la maggior parte degli ultraortodossi non è in grado di lavorare in un’economia moderna, perché i programmi delle loro scuole si concentrano quasi esclusivamente sullo studio dei testi religiosi, soprattutto la Torah e il Talmud. Dalle scuole medie in poi i ragazzi non studiano quasi più la matematica o le scienze.

Più del 60% degli ultraortodossi israeliani vive in condizioni di povertà, mentre tra i non haredim la percentuale di poveri è del 12%. Inoltre la maggioranza dei giovani ultraortodossi, sfruttando un’opportunità che gli è concessa dallo stato, sceglie di non fare il servizio militare, che è obbligatorio per tutti i maggiorenni. Il risultato è che, con la crescita della comunità , diminuiscono gli israeliani che pagano le tasse e fanno il servizio militare. Non è un caso se in Israele circola questa battuta: un terzo del paese va sotto le armi, un terzo è sul mercato del lavoro e un terzo paga le tasse – ma è sempre lo stesso terzo.

Il patto tra Dio e Abramo

Cambierà anche il paesaggio politico di Israele. Secondo i sondaggi, gli ultraortodossi sono nettamente favorevoli alla linea dura nei negoziati sui territori con i palestinesi perché rivendicano il patto di Dio con Abramo, che concesse agli ebrei la terra d’Israele. Già ora nel sistema politico israeliano – in cui i governi sino ad ora sono sempre di coazione – i partiti che rappresentano gli haredim hanno un potere significativo. Se proseguono gli attuali trend demografici, la probabilità che la maggioranza degli israeliani sostenga i compromessi necessari a raggiungere un accordo di pace con i palestinesi diminuiscono di anno in anno. Dan Ben-David, docente di economia all’università di Tel Aviv e direttore del centro Taub per gli studi sociali a Gerusalemme, prevede che nel lungo termine la società israeliana diventerà più povera, meno istruita e sempre più di destra.

Certo, si tratta solo di previsioni. Il comportamento delle comunità cambia nel corso del tempo e i pronostici possono essere influenzati anche da piccole variazioni delle tendenze in atto. Ma gli ebrei ultraortodossi sono ostili al cambiamento per definizione. Si vestono come i loro antenati nell’ottocento – abito nero, cappotto e cappello a larga tesa – e si attengono a prassi prescritte da testi che risalgono a millenni fa. Secondo Rachel Weinstein, che ha vissuto più volte a stretto contatto con gli haredim, l’unico cambiamento osservabile è quello verso una maggiore rigidità.

Come hanno fatto gli ultraortodossi a diventare il nuovo motivo di preoccupazione di Israele dal punto di vista demografico? Per rispondere bisogna risalire, almeno in parte, alla fondazione di Israele. A quel tempo l’allora premier David Ben-Gurion fece concessioni generose ai rabbini in cambio del loro sostegno politico e permise che i giovani ultraortodossi desiderosi di proseguire gli studi religiosi fossero esentati dal servizio militare. Inizialmente furono solo in poche centinaia a fare questa scelta, ma da allora il numero di chi non fa il servizio militare è aumentato enormemente, suscitando il risentimento degli israeliani laici, e incoraggiando i maschi ultraortodossi a imboccare una strada a senso unico: invece di trovarsi un lavoro, dedicano la vita allo studio della Torah e si fanno mantenere dalla previdenza sociale. Le città ad alta concentrazione di haredim sono le più povere di tutto Israele.

Modi'in Illit

Modi'in Illit

Una di queste è Modi’in Illit, a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, che conta circa sessantamila haredim. Fondata negli anni ’90 per risolvere il problema della penuria di alloggi per gli ultraortodossi di Gerusalemme, è uno degli agglomerati urbani israeliani che cresce più rapidamente. “Ogni famiglia ha in media almeno dieci figli”, mi spiega Yehiel Sever, un portavoce della loro comunità.

Modi’in Illit si estende sulle pendici di diverse colline e quasi in ogni isolato c’è una sinagoga o una yeshivah (il collegio rabbinico), mentre salta all’occhio la scarsità di giardini pubblici e di parchi giochi. Il motivo me lo spiega Sever: quasi tutti i residenti sono così poveri che rientrano nei requisiti per l’abbattimento del 90% delle imposte municipali, e le autorità locali non hanno i soldi per finanziare impianti e servizi pubblici. La crescita di Modi’in Illit non è significativa solo perché contribuisce ad alimentare la povertà. In realtà è uno dei tanti insediamenti ebraici in Cisgiordania e si trova all’incirca a un miglio all’interno del territorio su cui i palestinesi vorrebbero fondare il loro stato. Negli ultimi anni Modi’in Illit e un’altra cittadina a maggioranza ultraortodossa, Beitar Illit, sono diventate gli insediamenti più popolosi di tutta la Cisgiordania. Il grande numero di centri urbani con queste stesse caratteristiche dà valore a un’ipotesi sempre più accreditata: i coloni sono diventati così tanti che Israele non può neanche prendere in considerazione l’idea di lasciare la Cisgiordania. “Questa zona è troppo vicina alla Linea Verde”, sostiene Avraham Kroizer, un abitante di Modi’in Illit, riferendosi ai confini precedenti al 1967. “Non verrà mai restituita”.

Yeshivah

Yeshivah

Materie laiche

Secondo Kroizer, un rabbino di 33 anni, l’ostilità dei laici nei confronti degli haredim è dovuta in gran parte a un malinteso culturale. Gli ultraortodossi, spiega, contribuiscono al bene della società israeliana allevando studiosi della Torah, il cui numero è stato brutalmente ridotto dalla Shoah. “Studiare la Torah serve a proteggere il popolo ebraico quanto il servizio militare”, spiega. Come gli altri giovani ultraortodossi, i tre figli di Kroizer dedicano il 70% della giornata scolastica a studiare la Torah e il Talmud e solo il 30% alle “materie laiche”: matematica, storia e grammatica, niente inglese e poche scienze. Dopo la terza media, i ragazzi studiano solo materie religiose. Kroizer spera che i suoi figli restino in seminario per tutta la loro vita adulta. Ma se dovessero decidere di trovarsi un lavoro, potrebbero sempre colmare le loro lacune frequentando le scuole serali.

In ogni caso gli ultraortodossi vivono in un mondo così chiuso che è difficile immaginare come potrebbero mettersi in pari con gli altri studenti. Kroizer afferma che a Modi’in Illit nessuno ha la TV e pochissimi un computer. Nell’estate del 2011 un imprenditore è riuscito a convincere i rabbini a lasciargli aprire un internet cafè. Si tratta di tre computer messi in una stanzetta al primo piano di un palazzo che dà su una strada di povere botteghe, dove i clienti pagano quattro euro all’ora per navigare. I computer sono abbastanza nuovi ma il collegamento è filtrato da un server che consente l’accesso solo a una decina di siti, quasi tutti di educazione religiosa e di servizi alle famiglie. Ho cercato di entrare in un sito di notizie, ma ho trovato solo l’Haredi Jewish Daily News. I link a Wikipidia e a Yahoo non erano attivi. “E’ un internet kasher”, mi ha spiegato la ragazza che stava dietro il bancone. “I collegamenti sono molto limitati”.

A Beit Shemesh un altro conflitto tra gli haredim e i loro vicini riguarda una scuola femminile. E’ stata aperta nel settembre del 2011 e si trova vicino alle case di alcuni ultraortodossi che si lamentano di vedere scene “Impure” quando aprono la finestra. Le loro obiezioni sarebbero più ragionevoli se la scuola ospitasse studentesse non religiose, vestite in canottiera e jeans attillati. Ma si tratta di bambine dai sei ai dodici anni provenienti da famiglie osservanti, non ultraortodosse, ma ortodosse di tipo moderno. L’uniforme scolastica consiste in una gonna lunga e una camicetta ampia con le maniche lunghe, ma non prevede le calze spesse che ogni donna haredi deve portare in pubblico sia d’estate che d’inverno.

Quando la scuola ha aperto, alcuni ultraortodossi si sono riuniti all’ingresso dell’istituto per protestare e hanno insultato le bambine urlandogli termini come prutza (puttana) o shiksa (non ebrea). All’inizio di dicembre, la segretaria di stato americana Hillary Clinton, in un incontro a porte chiuse, ha duramente criticato questo tipo di episodi affermando che il fanatismo fa somigliare Israele all’Iran. Per smentire quell’imbarazzante paragone, il 28 dicembre 2011 migliaia di israeliani sono scesi in piazza a Beit Shemesh per esprimere solidarietà con le alunne di quella scuola.

La comunità ultraortodossa non è omogenea e quelli che hanno inscenato la protesta davanti alla scuola femminile di Beit Shemesh sono solo una minoranza nella minoranza. Tra loro c’è Moshe Friedman, uno degli haredim che ha manifestato con più rabbia contro la scuola femminile di Beit Shemesh. Friedman è convinto che anche lo stato di Israele sia una vergogna, perché le sue leggi non si basano sulla Torah e in questo modo si metter in discussione il vero ebraismo. “Herzl e i suoi compari avrebbero dovuto fondare Israele in Uganda, invece di venire a profanare questa terra”, mi dice parlando del pioniere del sionismo Theodor Herzl.

Come spesso succede nelle società chiuse, sono i radicali a dominare il dibattito pubblico.Gli haredim estremisti possono essere anche particolarmente duri con chi è moderato. Lo ha imparato a sue spese Chaim Amsalem, un ex parlamentare del partito ultraortodosso SHAS, quando ha cominciato a sostenere la necessità che gli haredim facciano il servizio militare e abbiano un lavoro. “La povertà sta uccidendo la nostra comunità”, afferma Amsalem. “Gli haredim dovrebbero avere una normale vita lavorativa e proseguire gli studi religiosi nel tempo libero”. Per avere sostenuto questa tesi in pubblico,Amsalem è stato espulso dal partito e ha ricevuto delle minacce. Eppure, sostiene, le sue posizioni riscuotono sempre più consensi tra gli ultraortodossi.

Senza un cambiamento, le prospettive per Israele sarebbero davvero cupe. L’economista Dan Ben-David mi mostra grafici e tabelle che cercano di prefigurare il futuro di Israele sulla base delle tendenze attuali. Secondo i suoi calcoli l’economia rimarrà indietro rispetto a quelle dei paesi più sviluppati, i costi della previdenza sociale aumenteranno e la popolazione sarà meno istruita. Israele, che oggi va fiero delle sue startup e di tutti i suoi premi Nobel, assisterà a una drastica fuga di cervelli. Aumenteranno anche i rischi sul piano della sicurezza. “Come faremo”, si chiede, “a tenere in piedi il nostro esercito, se la nostra diventerà un’economia da terzo mondo?”.

Secondo lui la soluzione è arrivare a un compromesso con gli haredim simile a quello raggiunto sessant’anni fa da David Ben-Gurion. Questa volta, però, bisogna rivoluzionare i programmi di studio delle scuole ortodosse. Ma trovare un politico disposto a mettersi contro i partiti ultraortodossi non sarà facile.

“Dobbiamo darci da fare per creare una società moderna”, dichiara Ben-David. In alternativa bisognerà rassegnarsi al silenzio, salire sull’autobus e andare a sedersi nei posti in fondo.

La crisi come metamorfosi

Può l’economia verde coniugare sviluppo sostenibile e democrazia?

di Aldo Bonomi – Loop n.16 gennaio/febbraio 2012

La macina della grande trasformazione da cui origina la crisi sta arrivando a un punto di svolta. Vengono al pettine i nodi di un lungo ciclo neoliberista che ha scardinato gli equilibri consolidati tra politico, sociale ed economico. L’egemonia della finanza globale ne è stata il fluido corrosivo, prima con il volto suadente dell’inclusione “via subprime”, oggi con quello inquietante di uno stato d’eccezione che azzara l’autorità del politico, precarizza le Costituzioni e liquefa le basi della sovranità intesa come spazio del welfare e dei diritti. Democrazia e mercato ritornano a percorrere strade divergenti. Lo smarrimento delle sinistre europee arresesi di fronte all’esplosione della bolla dei debiti sovrani sta esattamente nell’aver perduto la cifra di fondo del rapporto tra questi due poli della civiltà occidentale. Per riprendere il bandolo della matassa dobbiamo capire anzitutto che l’attuale fase non può essere interpretata nei termini dell’attraversamento, della carovana nel deserto, quanto della metamorfosi: il sistema sta diventando altro e quindi anche i soggetti che vi agiscono devono radicalmente mettersi in discussione vivendo dentro le trasformazioni della polis, non delegando ai poteri della governance tecnocratica o ritirandosi nei paradisi artificiali del post-moderno e del post-ideologico. Facendo in primo luogo chiarezza. Dunque iniziamo con il dire che proprio sulla crisi e sulle sue possibili uscite mi sembrano all’opera oggi almeno tre ideologie, anche se intese come forme di pensiero debole.

Fernand Braudel

Fernand Braudel

La prima ideologia sostiene che siamo di fronte a una vera e propria crisi di sistema, a un deragliamento generale alla cui radice vi è il rapporto ormai insostenibile tra civilizzazione e natura. La crisi è sistemica e dunque scorciatoie che ripropongano tal quale l’architettura del welfare novecentesco oggi sono difficilmente praticabili. E dunque anche i modelli di rappresentanza, le culture politiche, le forme di organizzazione dell’impresa come del lavoro devono essere coerenti con questa natura della crisi. Aveva ragione Braudel quando, parlando dell’ascesa dll’Inghilterra a spese della potenza finanziaria olandese nel capitalismo di fine XVII° secolo, suggeriva l’idea della transizione egemonica. E’ forse presto per sostenere con ferrea certezza ipotesi decliniste  vista la potenza militare e finanziaria che l’asse atlantico continua a mantenere. Certo è che l’egemonia del pensiero occidentale pare in crisi. Viviamo probabilmente l’ultimo esito di un lungo ciclo partito con le decolonizzazioni degli anni ’50 e ’60 in cui la presa politico militare dell’Europa  sul resto del mondo è stata definitivamente scossa. Oggi sono paesi europeri a essere visitati da missioni di “salvataggio” del Fondo Monetario Internazionale o a madare missioni a Pechino o nelle altre capitali del BRICS per proporre l’acquisto di pacchetti del debito pubblico europeo ai fondi sovrani. Se l’analisi può essere condivisibile, è però la proposta del paradigma della “decrescita felice” come uscita che mi lascia piuttosto perplesso. La dico con una battuta: a meno di non considerarla un’innocua forma di prosumerismoda lasciare alla libera iniziativa individuale, sarà necessario utilizzarei carri armati nelle strade per applicare la decrescita sistemica. Anche la posizione di chi sostiene “ma perchè dobbiamo pagare il debito?” mi pare non tenga conto che il default lo pagherebbe la parte più debole. In questa galassia la posizione più importante mi pare invece quella degli indignati americani con l’intuizione del

Occupy Wall Street Protestors March Down New York's Fifth Avenue

Occupy Wall Street Protestors March Down New York's Fifth Avenue

99 per cento contro l’1 per cento, sorta di interclassismo della moltitudine che mostra come la crisi odierna non tocchi solo i ceti proletari del Novecento ma anche i ceti medi: in Italia il 10 per cento della popolazione detiene ogi il 50 per cento della ricchezza. Potenzialmente la base per un’alleanza sociale non fosse che, come ha giustamente osservato Rossanda, quel 99 per cento è massa senza classe priva ancora di coscienza dell’essere soggetto. Un passaggio che esige la rimessa a tema della rappresentanza e delle sue funzioni nell’epoca della crisi democratica. Fino ad arrivare ad una nuova costituzionalizzazione di un rapporto tra politica e mercato che ne incorpori il diritto/responsabilità di governare il mercato, non di governare per il mercato o di governare a causa del mercato come oggi accade con il governo Monti.

La seconda posizione è quella che potremmo definire “della morfina tecnocratica”. Si sostiene che in fondo non è accaduto nulla, che occorre soltanto compiere aggiustamenti strutturali dei mercati per accompagnare il sistema al nuovo equilibrio. Per breve tempo, a inizio secolo, è stata anche un’ipotesi credibile, con una finanza che si presentava come canale di integrazione in mercati aperti a tutti. L’attuale governo è almeno in parte espressione diretta delle tecnicalità che avevano gestito proprio quella fase. Il tutto dentro la crisi di una politica che non ha saputo cogliere l’occasione di ridisegnare il proprio ruolo in modo non ancillare rispetto all’economia. Cedendo il passo al mito del governo degli ottimati. Un passaggio su cui andrebbe riflettuto anche in termini di equilibri interni alle borghesie di questo paese, perchè è evidente che l’ascesa di élite centrali e metropolitane come quelle che costituiscono il geverno Monti segna per molti versi il tramonto dell’egemonia di una neoborghesia diffusa del capitalismo molecolare e dei distretti. Mettendo in tensione, come mai dalla nascita delle liberaldemocrazie di massa, il rapporto tra mercato e democrazia. Tensione che porta con sé il tema della “costituzione abortita” nel senso della costituzione europea. Su questo punto bisogna essere chiari: non si va oltre l’ipotesi della morfina tecnocratica se non si abbraccia pienamente una prospettiva di democrazia europea.

E dunque, tra questi due poli non ci può essere lo spazio di una faticosa “terza via”? Penso che dentro la metamorfosi di un capitalismo che si ridisegna si può ragionare su una uscita del dopodomani utilizzando il concetto di “green economy”. Concetto ormai precocemente abusato, me ne rendo conto. Spesso utilizzato come scatola semantica buona per tutti i contenuti e gli usi. Con forti margini di ambiguità e sovrapposizione anche rispetto alle due ideologie alternative appena accennate. Green economy è in primo luogo il capitalismo che incorpora il limite ambientale nel suo processo di accumulazione. Ne fa motore di un nuovo ciclo. E’ un discorso che incorpora il tema della sobrietà dei consumi e di una nuova strategia keynesiana di nuovi investimenti. Tuttavia l’idea di green economy se situata nelle condizioni reali del ciclo capitalistico che stiamo vivendo, può aiutarci a ricostruire su basi nuove filamenti di rappresentanza fuori dalle secche della governance. Per evitare equivoci però il concetto va spacchettato, smontato dall’interno. Perché a ben vedere ne possiamo identificare almeno tre versioni, le quali assumono significati ed esiti politici opposti tra loro.

In primo luogo, green economy sul piano delle economie mondiali è anche una grande bolla finanziaria (la prossima?) con la finanziarizzazione delle commodities alimentari e l’accaparramento delle terre agricole in Africa e in America Latina per produrre combustibili alternativi al petrolio in via di esaurimento. E’ di fatto una forma di neocolonialismo nel tempo della finanza globale che sta conducendo all’esplosione dei prezzi delle risorse vitali ed è stata una delle scintille di esplosione delle rivolte nordafricane nell’anno che si chiude. Al polo opposto esiste anche una seconda declinazione di green economy, legata all’idea di una diversità dei modelli di capitalismo e, nel caso dell’Italia, alla radice territoriale e localistica del nostro apparato produttivo. Una green economy territoriale, dal basso, che segue tre canali. Il primo è l’evoluzione del capitalismo molecolare, come adattamento delle economie produttive di piccola e media impresa sul lato della compatibilità ambientale delle produzioni, di una innovazione leggera dei processi produttivi e del design dei prodotti. Il secondo l’evoluzione di una tendenza al vivere “borghigiano”, la propensione ad una migliore qualità localistica della vita tipica dello spleen metropolitano di ampi segmenti di ceto medio riflessivo protagonista a partire dagli anni ’90 di una evoluzione postmaterialista degli stili di vita e di consumo. Che fa da base sociale e culturale a fenomenologie come Slow Food, Eataly, reti e accademie del gusto proliferate sul territorio, ecc. Un fenomeno che riattiva e incanala sul mercato tradizioni locali, a cavallo tra economia e rappresentazione sociale che organizza filiere produttive e nel medesimo tempo ha sbocchi di tipo partecipativi e democratici importanti. Terzo, green economy dal basso è anche nuovo lavoro, inteso sia come problema di una nuova qualità del lavoro che come nuova composizione sociale e nuovi bisogni. E’ l’emersione di pratiche di mutualismo che affrontino l’impatto della crisi del debito sulla vita quotidiana, riguarda la capacità di tutela e gestione partecipata dei beni comuni, delle reti, dello stesso credito, organizzandola a livello locale dentro le città e nei territori.

In mezzo tra finanza e territorio si colloca una visione della green economy che, in mancanza di etichette più adeguate, definisco neo-keynesiana e che per quanto mi riguarda rappresenta la vera sfida se si vuole rimettere con i piedi per terra il rapporto tra capitale e democrazia. Si tratta di pensare ad una terza rivoluzione industriale che abbia come scopo quello di spingere in avanti la frontiera della discontinuità tecnologica ad esempio sul piano della questione energetica per sostituire un’era del combustibile fossile e della chimica derivata. Ma per farlo occorre la costituzione di infrastrutture e di poli che abbiano la massa d’urto adeguata. E’ chiaro che tutto ciò significa ripensare il ruolo del pubblico fuori sia dai vecchi schemi dell’Iri che dalle retoriche neoliberiste. Un ruolo che va declinato a cavallo tra centro e periferia del sistema. In Italia abbiamo poli di eccellenza su questo fronte, non siamo all’anno zero. Al centro le grandi aziende come ENI, ENEL, la cui funzione deve essere discussa, sul territorio la rete delle multiutilities eredi delle vecchie municipalizzate rappresentano punti di possibile ancoraggio. Un neo-keynesismo che dovrebbe tuttavia avere come punto centrale non l’accentramento nelle mani dello stato-nazione quanto la capacità dei poli d’eccellenza di fungere da fertilizzatori della green economy territoriale con un nuovo rapporto centro-periferia.

Una sfida che può rimettere a tema la capacità della rappresentanza politica di governare i processi. Senza la quale la partita tra democrazia e tecnocrazia rischia di essere già decisa.

Non plus ultra

Non plus ultra

L’Argentina, la sovranità e il tabù del default.

di Stefano Simoncini – Loop n.16, gennaio/febbraio 2012

no spettro si aggira per l’Europa, il default, annunciato da un mortifero araldo, lo spread. Fiumi di parole, profuse con più o meno cognizione da politici, giornalisti, economisti, gente comune, scorrono quotidianamente in questo fosco orizzonte di crisi, producendo interpretazioni e proposte disparate, spesso del tutto contradditorie, per allontanare lo spettro. Nella rumorosa confusione, pare si salvino soltanto poche certezze, una delle quali vuole che il ceto politico non sia in grado di reggere il peso della situazione, e anzi sia per lo più un’inutile zavorra, l’altra è che il baratro del default sia come una sorta di orizzonte invalicabile, una linea d’ombra oltre la quale, come per le mitiche colonne d’Ercole, esiste soltanto un mondo ignoto popolato di mostri.

E così in Italia, forti di queste convinzioni che, nella faziosità incompetente del dibattito pubblico, hanno assunto le dimensioni di articoli di fede, si è deciso di fronteggiare l’emergenza economica, e il deficit endemico di democrazia, con quella che Bobbio individuava come una delle possibili negazioni della democrazia e della partecipazione, la tecnocrazia. Dopo la videocrazia cinica d buffonesca di Berlusconi, l’immagine professorale, sentimentale e paludata del governo dei tecnici non è altro che l’altra faccia, speculare, della medaglia italiana: la maschera eraclitea (ridanciana) e dionisiaca (libidinosa) di Berlusconi ha lasciato il posto alla maschera democritea (piagnona) e apollinea (bovina, fintamente mansueta) di Monti.

Naturalmente si può discutere su quanto l’attuale governo rispetti le garanzie costituzionali, ma soprattutto sulla necessità, in Italia, di restituire autonomia all’esecutivo rispetto a un tradizionale sottogoverno di poteri e lobby che il populismo berlusconiano mascherava e potenziava al tempo stesso.

Ma il problema dell’attuale governo, l’elemento di continuità con chi lo ha preceduto, è nella insensibilità democratica, nella pretesa di operare una generale riorganizzazione dello Stato e della società, aprendo quasi una nuova fase costituente, senza un vincolo di rappresentanza, negando cioè l’utilità e la necessità dei principali dispositivi democratici, di una effettiva sovranità popolare.

Ma l’investitura dall’alto per svolgere questo delicatissimo compito da quale potere gli deriva? Pare incredibile, ma dallo stesso sovraordinato che, con le sue contraddizioni e storture, sta conducendo alla paralisi intere nazioni, il sistema bancario-finanziario. Questo governo, forte della debolezza di chi lo ha preceduto, e della debolezza di un sistema interno enormemente difettoso (come un impianto idraulico pieno di diverticoli che impediscono di irrorare il terreno della società, l’unico su cui possono attecchire copiosi raccolti), non sbaglia tanto nel merito, poichè alcune sue riforme implicano una razionalizzazione del sistema che darebbe nutrimento e respiro alla società, riattivando i presupposti strutturali della democrazia, ma svolge un pericoloso gioco nel ricevere mandato e autonomia da poteri sovraordinati che recano contraddizioni forse peggiori di quelle interne. E il rischio è che nel fallimento, come già paventa lo stesso Monti, si ridarebbe lena e linfa alle forze più antisociali e populiste, cieche e sorde ai mutamenti razionali che lo stesso Monti promuove. Perchè il grande malinteso italiano è che la crisi economica sia un’occasione preziosa, che le regole razionali del mercato stiano inqualche modo mettendo alla prova l’irrazionalità dei sistemi politici e inducendoli a un’autoriforma altrimenti inattuabile. L’errore è qui e sta producendo una pericolosa spirale, poichè le regole del mercato sono proprio le stesse che hanno contribuito a sottrarre autonomia alla politica determinando la crisi di rappresentanza e il dissanguamento della società a favore di ristretti potentati, sempre più capaci di controllare il ceto politico.

Torniamo perciò dove siamo partiti, a quanto sta avvenendo, alla terapia basata sulla dissacrazione delle regole democratiche, tra cui il sistema parlamentare, e la sacralizzazione delle regole del mercato, tra cui termini e scadenze del debito. In questo enorme malinteso ci dovrebbe venire in soccorso la storia, che potrebbe essere fatta seriamente se in Italia il giornalismo avesse un senso, se non fosse esso stesso afflitto da quella nostra terribile malattia endemica che è il potere esercitato come carisma sacerdotale, a causa dell’egemonia delle caste e dei monopoli.

L’Argentina, corroborata da altri casi più recenti come l’Islanda, è lì a ricordarci qualcosa di molto chiaro: che la crisi, anche senza mutare radicalmente i rapporti di produzione e il sistema economico, si contrasta procedendo in una direzione che è esattamente opposta a quella intrapresa dai governi meridionali europei. Si contrasta rafforzando, e non mortificando, il vincolo di rappresentanza, attraverso una presa di coscienza diffusa che soltanto il reale esercizio della sovranità popolare, il potenziamento della partecipazione e la sua estensione dalla dimensione politica a quella economica, con un protagonismo effettivo della società, possono produrre una crescita responsabile, e riforme strutturali realmente eque e stabili. Si contrasta desacralizzando le regole del sistema finanziario, che dopo aver messo in ginocchio gli stati li continua a vampirizzare per alimentare altri domini e altri imperi. Si contrasta facendo un’opera di conciliazione di passati conflitti non attraverso la rimozione e la frustrazione di ogni desiderio di giustizia, ma con un fermo riconoscimento delle responsabilità personali e storiche di ogni delitto e oppressione, ciò al fine di risaldare le identità collettive in un nuovo ciclo storico realmente consapevole. Da questa articolata consapevolezza e dall’autorevolezza e autonomia derivatagli dal consenso popolare Néstor Kirchner ha potuto vincere il suo braccio di ferro con l’FMI, forzare le regole fino a ridurre il debito esigibile del 70-75 per cento. Con ciò ha liberato risorse che, insieme alla svalutazione monetaria, all’esportazione di materie prime in rialzo sui mercati internazionali, al volano dell’economia brasiliana, ha prodotto la ripresa rapidissima che abbiamo sotto gli occhi. Certamente in Europa e in Italia non sussistono le stesse condizioni congiunturali e strutturali, ma quei presupposti, partecipazione, autonomia della politica e rifiuto del vampirismo finanziario, sono presupposti assolutamente ineludibili.

L’economia in crisi

L’economia in crisi

project syndicate

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2011-04-29

BERKELEY – Il momento più interessante della conferenza tenutasi a Bretton Woods, New Hampshire (anche luogo della conferenza del 1945 che definì l’assetto dell’economia globale odierna), si è verificato quando Martin Wolf, editorialista del Financial Times, ha posto una domanda all’ex Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Larry Summers, ed ex assistente del Presidente Barack Obama sulla politica economica. Nello specifico Wolf chiese se ciò che si è verificato negli ultimi anni non sta semplicemente ad indicare che gli economisti (accademici) non hanno capito quello che stava succedendo.

Nella parte migliore della sua risposta Summers ha affermato che [Walter] Bagehot aveva fatto riferimento ad un contesto simile a quello che ha poi portato alla crisi recente, così come ulteriori elementi sono stati indicati da [Hyman] Minsky e forse ancor di più da [Charles] Kindleberger. Questa risposta potrebbe non aver alcun significato per un non economista, ma si è invece trattato di un atto d’accusa sconvolgente.

Walter_Bagehot

Walter Bagehot

Bagehot (1826-1877) era uno dei direttori dell’Economist nel XIX secolo e autore di un libro sui mercati finanziari, Lombard Street, del 1873. Summers ha senza dubbio ragione nel dire che nel libro ci sono diversi elementi sulla crisi dalla quale ci stiamo riprendendo.

Per quanto riguarda Minsky (1919-1996) invece, gli aspetti legati alla crisi sono in realtà presenti non tanto nella raccolta dei suoi saggi intitolati Can “It” Happen Again?, bensì nell’interpretazione di Kindleberger (1910-2003) del suo lavoro presentato nel libro Manias, Panics, and Crashes: A History of Financial Crises, del 1978. Quando gli è stato chiesto di citare qualche nome di autorevoli economisti a cui rivolgersi per capire la crisi del 2008, Summers ha citato questi tre uomini del passato, un libro scritto 33 anni fa’ ed uno scritto due secoli fa’.

Ha poi ampliato la sua riposta citando alcuni economisti contemporanei tra cui Eichengreen, Akerlof, Shiller e “molti, molti altri”. Ha parlato della rivoluzione all’interno della finanza dettata dal fatto che l’ampio margine di volatilità dei prezzi dei beni non ha rispecchiato i principi fondamentali, e ha poi aggiunto che la macroeconomia non è riuscita a mantenere il passo con questa rivoluzione. A discapito della macroeconomia contemporanea, gli economisti non sono stati, di conseguenza, in grado di capire l’andamento dei prezzi dei beni, le manie, il panico e la liquidità.

Lawrence Summers

Lawrence Summers

Per Summers il problema è legato al fatto che ci sono troppi elementi di distrazione, di confusione e di negazione dei problemi nel primo anno di corso di diversi programmi di dottorato. Ne risulta che, sebbene gli economisti acquisiscano un’ampia conoscenza, tendono a dimenticarne parte che risulta poi essere rilevante e ad essere distratti dalla mole di nozioni.

Credo che il giudizio di Summers sia equo e corretto. E mi reputo tra quelli che hanno dimenticato parte delle nozioni acquisite e che sono stati distratti, nonostante abbia sempre utilizzato il libro Lombard Street ai miei corsi di storia economica e Manias, Panics, and Crashes ai miei corsi di macroeconomia ed abbia sempre considerato con rispetto Eichengreen, Akerlof, e Shiller.

Sono stato, tuttavia, molto colpito dal livello di panico che ha causato ciò che a mio avviso sono state delle perdite relativamente limitate (rispetto all’entità dell’economia globale) con i mutui subprime, dalla debolezza dei controlli sul rischio da parte delle principali banche, dall’estrema riduzione della domanda, dall’inefficienza del mercato nel ripristinare l’equilibrio dell’offerta e della domanda nel mercato del lavoro e dalla capacità dei principali governi di prendere in prestito per sostenere la domanda senza l’implicazione di un rapido aumento dei tassi di interesse.

Mi sorprende l’entità della catastrofe, ma quello che mi sorprende ancor di più è l’apparente fallimento degli economisti accademici nel prepararsi per il futuro.  Sulla scia della crisi mi aspettavo che i dipartimenti economici di tutto il mondo affermassero che bisogna cambiare i modelli impiegati.

Il fatto è che abbiamo bisogno sempre meno di teorici di mercati efficienti e sempre più di persone che lavorino sulle microstrutture, sui limiti dell’arbitraggio e sui pregiudizi nozionistici. Abbiamo bisogno di meno teorici sull’equilibrio dei cicli del business e più keynesiani tradizionalisti e monetaristi. Abbiamo bisogno di più storici delle politiche monetarie ed economiche e meno ideatori di modelli. Abbiamo bisogno di più economisti come Eichengreens, Shillers, Akerlofs, Reinharts, e Rogoffs e soprattutto come Kindleberger, Minsky, o Bagehot.

Tuttavia, non è questo quello che dicono i dipartimenti economici.

Forse non mi rendo perfettamente conto di quello che sta succedendo. Forse i dipartimenti economici stanno cercando un nuovo orientamento dopo la grande recessione nello stesso modo in cui si sono orientati verso il monetarismo dopo l’inflazione degli anni ’70. Ma se per caso mi sono perso qualche cambiamento epocale in atto, mi piacerebbe che qualcuno me lo indicasse.

Forse gli economisti accademici perderanno la condivisione delle loro teorie e la loro influenza sugli altri attori -dalle scuole di business ai programmi sulla politica pubblica, ai dipartimenti di scienze politiche, di psicologia e sociologia-. Mentre poi i rettori e gli studenti universitari chiedono più rilevanza ed utilità, forse questi colleghi inizieranno ad insegnare le funzionalità dell’economia lasciando agli accademici una disciplina che insegna semplicemente la teoria della scelta logica.

O forse l’economia rimarrà una disciplina che dimentica gran parte delle nozioni di una volta e che si fa continuamente distrarre, mandare in confusione e negare. Se dovesse veramente succedere, staremo tutti molto peggio.

J. Bradford DeLong, ex assistente segretario al tesoro degli Stati Uniti, è professore di economia presso l’Università della California di Berkeley e ricercatore associato al  National Bureau for Economic Research.

Copyright: Project Syndicate, 2011.
http://www.project-syndicate.org
Podcast in inglese a quest’indirizzo:
http://media.blubrry.com/ps/media.libsyn.com/media/ps/delong113.mp3
Traduzione di Marzia Pecorari


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LOGISTICA

Sono Paolo Barnard, ora fate ESTREMA ATTENZIONE a quanto segue. Si parla di

1) CONFERME DELLE PRESENZE

2) COME ALLOGGIARE A POCO

—- COFERMA PRESENZE

Devo sapere con precisione quanti di voi DAVVERO verranno al Summit MMT, che si terrà al 105 STADIUM, PIAZZALE PASOLINI 1/C RIMINI, DAL 24 FEBBRAIO SERA AL 26 POMERIGGIO, nei seguenti orari: Venerdì 24: dalle 21 alle 22,30 – Sabato 25: dalle 09 alle 12,30, dalle 15 alle 19 circa e dalle 21 alle 22,30 – Domenica 26 dalle 09 alle 12,30 e dalle 15 alle 18,30 circa.

105 Stadium Rimini da google maps

105 Stadium Rimini da google maps

Perché vi chiedo questo?

Perché DEVO PAGARE MIGLIAIA DI EURO DI STRUTTURE SULLA BASE DI QUANTI PARTECIPANO, ED E’ INACCETTABILE GETTARE UNA MONTAGNA DI SOLDI DONATI SE POI LA META’ DI VOI NON SI PRESENTA.

Mi dovete dire CON IMPEGNO ADULTO se veramente ci sarete o meno.

Quindi:

1) RISPONDETE QUI paolo.barnard@yahoo.it CON UNA MAIL CON INTESTAZIONE TASSATIVA “CONFERMO”. UNA MAIL PER PERSONA. NO A MAIL CON PIU’ NOMI.

NOTA IMPORTANTE: E’ ESSENZIALE ESSERCI DAL VENERDI’ SERA, DOVE VERRANNO DETTE COSE FONDAMENTALI PER TUTTO L’EVENTO. Significa essere a Rimini entro le 19 del Venerdì 24, tassativo, per registrazione e accesso.

2) Chi è incerto, o sa di non venire, NON RISPONDA A QUESTA MAIL. Chi è incerto NON E’ escluso dal Summit, verrà mantenuta una quota di posti di riserva sufficiente per tutti, data l’ampiezza dello Stadium.

3) Invitiamo ciascuno a portare la ricevuta del proprio bonifico, da esibire all’entrata.

Per favore, non ci fate contare persone che poi non verranno, questo danneggia tutti.

—- COME ALLOGGIARE A POCO

Contattate la persona che si occuperà del booking alberghiero: Simona Pozzi tel. 02-34934404 interno 205, cellulare 342-3913741, ma  meglio via mail

pozzi@mcaevents.org. Offrono per il Summit MMT camere scontate da 2-3-4 letti a costi da 25/30 euro a notte con prima colazione a Rimini. E’ il meno che siamo riusciti a ottenere. Non tutti gli alberghi sono a distanza di cammino dal 105 Stadium, quindi incoraggiamo il ‘car-pooling’.

ATTENZIONE: AVETE 10 GIORNI DA OGGI PER CHIAMARE  E OTTENERE LE CAMERE AL PREZZO SCONTATO STABILITO. CHIUNQUE PRENOTI DOPO QUESTO PERIODO POTREBBE DOVER PAGARE UN PREZZO UN PO’ SUPERIORE.

Per il programma completo visitare nei prossimi giorni http://www.democraziammt.info/ o paolobarnard.info.

 

Scarica il Volantino MMT

Scarica il Volantino MMT

RISPONDETE SUBITO. Grazie davvero. Questo è un evento storico. P.B.

p.s. La iscrizioni sono ancora aperte, anche il c/c bancario, e se arriveranno altri fondi meglio per tutti.

Ricordo il c/c che è IBAN: IT77D 02008 02455 000101640115

Banca Unicredit, Bologna, ag. Bologna Dante, via Dante1/E

Intestatario: Paolo Rossi (il secondo cognome Barnard è omesso dal conto)

Attenzione1: scrivere nella causale “Summit MMT Italia” col proprio nome e cognome.


Il Team MMT al completo.

Ecco chi sono gli accademici che vengono per noi. Per favore versate nel c/c apposito (lo ricordo qui sotto). Grazie, P. B.

William Black

William Black

William Black, J.D., Ph.D. is Associate Professor of Law and Economics at the University of Missouri-Kansas City. Bill Black has testified before the Senate Agricultural Committee on the regulation of financial derivatives and House Governance Committee on the regulation of executive compensation. He was interviewed by Bill Moyers on PBS, which went viral. He gave an invited lecture at UCLA’s Hammer Institute which, when the video was posted on the web, drew so many “hits” that it crashed the UCLA server. He appeared extensively in Michael Moore’s most recent documentary: “Capitalism: A Love Story.” He was the subject of featured interviews in Newsweek, Barron’s, and Village Voice.

 

Michael Hudson

Michael Hudson

Michael Hudson is President of The Institute for the Study of Long-Term Economic Trends (ISLET), a Wall Street Financial Analyst, Distinguished Research Professor of Economics at the University of Missouri, Kansas City and author of Super-Imperialism: The Economic Strategy of American Empire (1968 & 2003), Trade, Development and Foreign Debt (1992 & 2009) and of The Myth of Aid (1971).

ISLET engages in research regarding domestic and international finance, national income and balance-sheet accounting with regard to real estate, and the economic history of the ancient Near East.

Michael acts as an economic advisor to governments worldwide including Iceland, Latvia and China on finance and tax law.

 

Stephanie Kelton

Stephanie Kelton

Stephanie Kelton, Ph.D. is Associate Professor of Economics at the University of Missouri-Kansas City, Research Scholar at The Levy Economics Institute and Director of Graduate Student Research at the Center for Full Employment and Price Stability. She is creator and editor of New Economic Perspectives. Her research expertise is in: Federal Reserve operations, fiscal policy, social security, health care, international finance and employment policy.  Follow her at twitter.com/deficitowl.

 

Marshall Auerback

Marshall Auerback

Marshall Auerback has over 28 years of experience in investment management. He is currently a portfolio strategist with Madison Street Partners, LLC, a Denver based investment management group, a Fellow with the Economists for Peace and Security, and a Research Associate for the Levy Institute. He is a frequent contributor to New Economic Perspectives.

 

ALAIN PARGUEZ

ALAIN PARGUEZ

Alain Parguez, Emeritus Professor of Economics Ist Class, Université de Franche-Comté at Besançon(France), Faculty of Law, Economics and Political Science, Main Academic Title : Docteur d’Etat Es Sciences Economiques, Université de Paris 1, Two Ph.D Theses 1973, Member of the Eastern Economic Association (USA). He is associated with the Economics Department at the University of Ottawa. He has worked extensively on developing a genuine general theory of capitalism, that is a monetary production economy, which he labeled the Theory of the Monetary Ciruit.  He has written extensively on monetary policy, crisis theory and economic policy, including many articles on the impact of austerity measures, which he believes are the cause of world crises.  Alain Parguez was the editor of Monnaie et Production from 1984 to 1996, and has written numerous articles and books.  He is currently writing a book on the General Theory of the Monetary Circuit and its economic policy implications.

Protetto: “Chi dite che io sia?”

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L’America non è un’azienda.

Un paio di giorni fa, intervenendo in una discussione in una pagina di Facenook che si occupa di economia e finanza, scrissi:” Forse è il caso, ma credimi, non lo dico per sfottere, ho 47 anni e due figli, di mettere da parte i manuali d’economia e pensare che siamo una società, non una banca”.

Roberto Goldin


L’America non è un’azienda.

Paul Krugman, The New York Times, Stati Uniti.

Romney pensa che si possa gestire l’economia nazionale come un’impresa. Ma un paese non vive per i profitti.

E l’avidità – segnatevi le mie parole – non salverà soltanto la Taldar Paper, ma anche quell’altra azienda mal funzionante che si chiama America“. Così Gordon Gekko concluse il suo famoso monologo sulle virtù dell’avidità in Wall Street, il film di Oliver Stone uscito nel 1987.

Wall Street (1987) - Gordon Gekko

Wall Street (1987) - Gordon Gekko

Nella finzione cinematografica Gekko paga per le sue malefatte, ma nella realtà il “gekkoismo” ha vinto su tutti i fronti. Grazie alle politiche fondate sull’idea che “l’avidità è giusta” i redditi dell’1% più ricco della popolazione statunitense sono cresciuti molto più velocemente di quelli della classe media.

Oggi, però, concentriamoci sulla seconda metà della frase, quella in cui l’America è paragonata a

Mitt Romney

Mitt Romney

un’azienda. Anche questa è un’idea ormai generalmente accettata, ed è il principale argomento di Mitt Romney nella campagna per le primarie. In sostanza, dice Romney, per rimettere in sesto la nostra economia malata ci vuole uno che abbia avuto successo negli affari.

Ovviamente la sua carriera è stata passata al setaccio. E guarda caso l’ombra di Gordon Gekko sembra allungarsi sul suo precedente incarico alla Bain Capital, una società d’investimenti con cui comprava e vendeva aziende, spesso a scapito dei dipendenti. E di sicuro Romney non ha acquisito credibilità millantando di aver “creato posti di lavoro”. Ma il problema di fondo è l’idea stessa che agli Stati Uniti serva un presidente che sia stato un uomo d’affari di successo: l’America non è un’azienda. Elaborare una buona politica economica non è come massimizzare i profitti di un’azienda. E gli uomini d’affari – anche i più grandi – raramente hanno ricette speciali per rilanciare un paese.

Perché un’economia nazionale non è paragonabile a un’azienda? Innanzitutto, perché non c’è un chiaro risultato di bilancio. Secondo, un sistema economico nazionale è enormemente più complesso di qualsiasi azienda privata. Ma l’aspetto fondamentale è che anche la multinazionale più grande vende la maggior parte di quello che produce ai clienti, non ai suoi dipendenti. Mentre i paesi, compresi quelli più piccoli, vendono la maggior parte di ciò che producono a se stessi. Anche superpotenze come gli Stati Uniti sono in gran parte clienti di se stesse.

La colonna dei costi
Certo, viviamo in un’economia globalizzata, ma è altrettanto vero che sei lavoratori statunitensi su sette sono impiegati nel terziario, un settore quasi del tutto immune dalla concorrenza internazionale. Le imprese manifatturiere statunitensi vendono gran parte di quello che producono sul mercato interno.

Il fatto che vendiamo soprattutto a noi stessi fa una differenza enorme a livello strategico e decisionale. Pensiamo a cosa succede quando un’impresa decide di tagliare drasticamente i costi. Dal punto di vista della proprietà (ma non dei dipendenti), più si riducono i costi, meglio è: ogni dollaro di costi in meno nel bilancio è un dollaro guadagnato. Le cose cambiano quando un governo taglia la spesa durante una recessione. Basta pensare alla Grecia, alla Spagna e all’Irlanda, che hanno adottato durissime misure d’austerità. In tutte e tre le economie la disoccupazione è cresciuta, perché i tagli alla spesa pubblica hanno colpito soprattutto i produttori interni. E in tutti e tre i casi la riduzione del deficit di bilancio è stata inferiore alle attese, perché il crollo del pil e dell’occupazione hanno fatto diminuire il gettito fiscale.

Parliamoci chiaro, non è detto che un politico di professione sia più adatto di un uomo d’affari a gestire la politica economica. Ma è stato Romney a dire di essere un candidato ideale alla presidenza per la carriera che ha fatto. A questo proposito vale la pena ricordare che l’ultimo uomo d’affari a entrare alla Casa Bianca è stato un tale di nome Herbert Hoover, se non si conta l’ex presidente George W. Bush.

Ho il dubbio, tra l’altro, che Romney non conosca bene la differenza tra gestire un’impresa e gestire un’economia. Come molti osservatori, sono rimasto sorpreso dall’ultima difesa del suo operato alla Bain. In sostanza Romney ha detto di essersi comportato come l’amministrazione Obama, che ha deciso di salvare l’industria automobilistica mandando a casa i lavoratori. Forse Romney avrebbe fatto meglio a non parlare di una misura (per altro particolarmente efficace) che all’epoca tutto il Partito repubblicano, lui compreso, aveva criticato.

Ma quello che mi ha colpito di più è stato il modo in cui Romney ha raccontato la decisione di Obama: “L’ha fatto per salvare l’azienda”. No, nient’affatto. L’ha fatto per salvare il settore automobilistico, e quindi per salvare dei posti di lavoro che altrimenti sarebbero andati persi, aggravando la crisi. Romney, capisce la differenza?

Certo, gli Stati Uniti hanno bisogno di misure economiche migliori di quelle adottate finora. I maggiori responsabili sono i repubblicani, con il loro ostinato rifiuto di ogni compromesso, ma anche il presidente ha fatto degli errori. Le cose, però, non miglioreranno se l’uomo che l’anno prossimo siederà nello Studio ovale penserà che il suo lavoro sia rilevare l’azienda America con capitale preso in prestito.

Traduzione di Fabrizio Saulini.

Internazionale, numero 932, 20 gennaio 2012

Il tramonto dell’Inghilterra

N.931 – Anno 19

Ed Vulliamy, Harper’s Magazine, Stati Uniti.


Ed Vulliamy

Ed Vulliamy

Ed Vulliamy è un giornalista britannico. Scrive per il Guardian e l’Observer. Il suo ultimo libro è “Amexica: war along the borderline” (New York 2010) sui cartelli della droga messicani.


L’industria a pezzi. La società allo sbando. La violenza sempre più diffusa. Trent’anni di Thatcher e New Lobour hanno devastato il paese che per oltre un secolo è stato l’officina del mondo. La Gran Bretagna raccontata da un grande giornalista inglese.

Una domenica pomeriggio di un mese solitamente noioso come agosto, nel 2011, i cellulari di Enfield, nella zona nord di Londra, ricevono un messaggio:”Cominciate ora. Prendete borse, carrelli, macchine, camioncini, martelli, tutto“. I destinatari sono invitati a non farlo sapere agli “infami”: l’obiettivo è “rubare tutto”. Poche ore prima, nel vicino quartiere di Tottenham, si era conclusa una notte di rabbia e rivolta.

Mark Duggan

Mark Duggan

La polizia aveva ucciso, apparentemente senza motivo, Mark Duggan, padre di tre figli, scatenando larazione dell’intera comunità.[articolo]. Dopo quella domenica sono cominciati i saccheggi di alcuni tra i simboli più riconoscibili della vita quotidiana in Gran Bretagna: negozi di grandi catene, job centres, agenzie immobiliari e di scommesse. Ancuni negozi sono stati dati alle fiamme.

La sera successiva, il lunedì, i saccheggi e le sommosse hanno cominciato a somigliare a una rivolta politica e la polizia ha perso il controllo di interi quartieri della città, travolta da un’ondata di fuoco e rabbia. Ci sono volute tre ore prima che gli agenti riuscissero a placare i tumulti a Pembury Estate, nella zona orientale di Londra. Qui un gruppo di ragazzi aveva assaltato una macchina della polizia, costringendo l’agente alla guida a scappare sfrecciando tra la folla. “Vi odiamo. La colpa di tutto questo è solo vostra!“, hanno urlato in faccia ai poliziotti alcune ragazzine che stavano aiutando un coetaneo accoltellato.

Nei giorni seguiti alle più gravi rivolte degli ultimi decenni in Gran Bretagna, i leader politici si sono sforzati di dare un senso a quello che stava succedendo in un paese ormai in declino, fino a poco tempo prima convinto di vivere in una sorta di idillio, tra il matrimonio di William e Kate e le Olimpiadi del 2012 a Londra. Tornato in anticipo dalle sue vacanze in Toscana, il primo ministro David Cameron ha parlato di “pura e semplice criminalità”. Anche il laburista Jack Straw, ex ministro dell’interno, ha dichiarato che era arrivato “il momentodi costruire nuove carceri”.

Il leader liberaldemocratico Nick Clegg, oggi vicepremier, aveva invece previsto le rivolte con più di un

Nick Clegg

Nick Clegg

anno di anticipo. L’11 aprile 2010 era intervenuto in tv su Sky News per commentare le sommosse in Grecia. In quella circostanza aveva lanciato un avvertimento: se un governo conservatore fosse andato al potere in Gran Bretagna e avesse “tagliato drasticamente la spesa pubblica con una maggioranza parlamentare risicata, molte persone avrebbero reagito male”. Alla domanda se “reagire male” volesse dire organizzare rivolte e saccheggi, Clegg aveva risposto:”Credo che il rischio sia decisamente alto”.[vedi intervista] Per i britannici Clegg è una figura in qualche modo ridicola, ma anche simbolicamente importante. Dopo le elezioni del maggio 2010 si è alleato con i conservatori di Cameron, garantendogli così la maggioranza necessaria per realizzare proprio quei progetti che il leader del Partito Liberaldemocratico aveva detto di temere. E ora Clegg si trova a osservare le conseguenze delle rivolte che lui stesso aveva previsto. Un tempo a Eton, il college dell’aristocrazia britannica, frequentato anche da Cameron, c’era la tradizione del fagging: ai ragazzi più grandi erano assegnati degli alunni più piccoli come servitori, i fags, appunto. Non a caso nella stampa satirica Clegg viene dipinto come “il fag di Eton”, al servizio del governo.

Gossip e denaro.

Nel giorno più violento delle rivolte dell’estate scorsa, la borsa di Londra è crollata ai minimi dell’anno. Poco dopo la fine dei riots [articolo] si è venuto a sapere che il 20% dei britannici tra i sedici e i ventiquattro anni è senza lavoro e che il 2011 sarebbe stato l’anno con il numero più alto mai registrato di candidati non ammessi all’università. Cameron ha parlato del “lento declino morale” della Gran Bretagna, riprendendo un’espressione più volte usata quando era all’opposizione: broken Britain, un paese in pezzi. Il primo ministro ha insistito sulla necessità di affrontare “i presupposti che hanno trascinato parte della società britannica in questa situazione agghiacciante”, tra cui “l’irresponsabilità, l’egoismo e l’incapacità di pensare alle conseguenze delle proprie scelte”. Cameron è stato virtuoso e risoluto. Ma di recente anche la sua reputazione è stata macchiata da uno scandalo che ancora lo imbarazza: il suo ex spin doctor, Andy Coulson, è stato coinvolto nel caso delle intercettazioni del tabloid News of the World di Rpert Murdoch, di cui era stato direttore dal 2003 al 2007.[articolo].

L’ex premier laburista Tony Blair ha subito sottolineato che affermazioni come quelle di Cameron non fanno che danneggiare l’immagine della Gran Bretagna. Blair, inoltre, ha negato di aver lasciato in eredità ai conservatori una “nazione in pezzi”. Ma anche i laburisti possono permettersi di fare i moralisti.L’anno scorso lo scandalo dei rimborsi ai parlamentari ha rivelato che la deputata laburista Hazel Blears aveva chiesto rimborsi pubblici che non le spettavano, mentre sfruttava uno stratagemma per non pagare le tasse sulla vendita di due appartamenti a Londra.[articolo]. Ma forse i reati più comprensibili per chi ha messo a ferro e fuoco la Gran Bretagna ad agosto sono quelli di un altro laburista, Gerald Kaufman. Prima di condannare i riots, Kaufman aveva chiesto il rimborso per una gigantesca tv del valore di 8.865 sterline (circa diecimila euro) e per dei lavori nel suo appartamento di Londra, nel ricco quartiere di Regent’s Park, costati 28.834 sterline.[articolo].

Sembra, insomma, che il “declino morale” della società britannica cominci ai piani alti. Tutti, però, hanno fatto finta di non vedere gli accordi poco trasparenti tra le élite, il clientelismo, le reciproche convenienze. I problemi del paese sono particolari: particolarmente seri, particolarmente fastidiosi e particolarmente indecenti. Il paese che si autodefinisce “Cool Britannia” è diventato avido, ossessionato dall’affarismo, xenofobo, bellicoso e arrogante.

Gli stranieri che arrivano in Gran Bretagna cominciano a rendersi conto di questa decomposizione della società gia all’areoporto di Heathrow, a Londra, uno dei più importanti del mondo ma anche il più fatiscente. Un’infrastruttura così fatiscente che nel dicembre 2010 ha chiuso per quattro giorni dopo una leggera nevicata: mancavano gli sbrinatori per gli aerei. Agli stranieri può essere piaciuto lo show del matrimonio reale in tv, anche se non sapevano (o magari hanno preferito dimenticare) che qualche anno fa il principe William aveva accompagnato a una festa in maschera suo fratello Harry vestito in divisa nazista. “Sono ragazzate”, aveva commentato la gente allora. Gli americani possono anche pensare che Londra sia un fedele alleato in Iraq, in Afghanistan e nella guerra al terrorismo, ma ignorano il fatto che il pretesto usato per giustificare questi interventi, cioè il dossier presentato da Blair nel 2003, era stato manipolato ad arte. Gli americani dovranno anche sorvolare sul fatto che la guerra al terrorismo è stata poi improvvisamente sospesa quando altre urgenze hanno fatto sì che Abdelbaset Ali Mohmed al Megrahi, l’attentatore libico del volo PanAm 103, esploso sulla cittadina di Lockerbie nel 1988, venisse liberato per far piacere al colonnello Gheddafi, con cui Blair era in ottimi rapporti. Nello stesso periodo – che coincidenza! – la Libia stava per siglare un importante contratto con la compagnia petrolifera britannica Pb.[SkyNews-video].[video su Bp - esempio dell'ingerenza tra le corporations e la democrazia].

Quanto pesa la City.

“La giustizia piegata agli interessi economici”: così il senato statunitense avrebbe successivamente descritto il rilascio di Al Megrahi. Una definizione che sembra adattarsi bene agli affari della Gran Bretagna di oggi, un paese ormai in vendita, a prezzi stracciati, a chiunque abbia soldi da spendere. Nessun’altra nazione al mondo permette che le decisioni cruciali per la sua economia siano prese all’estero. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. La Renault è controllata dai francesi, la Fiat è italiana. La Jaguar e la Land Rover, invece, sono indiane, la Vauxhall è americana e la Rolls-Royce è tedesca. Ferrero Rocher è un cioccolatino italiano, mentre le barrette Cadbury sono di proprietà statunitense. I magazzini Harrods sono del Qatar. Persino il passatempo preferito di un’intera nazione è stato svenduto all’estero: mentre la Juventus e il Milan sono di proprietà italiana e il Barcellona e il Real Madrid sono controllati dai loro tifosi, il Manchester United e il Liverpool sono statunitensi, il Chelsea è russo e l’Arsenal se lo dividono un americano e un russo-uzbeco.

L’intero settore industriale britannico è in dismissione. Il suo declino, però, viene mascherato da una sfilza di slogan pubblicitari.”Looking after your world” (Ci prendiamo cura del tuo mondo) è lo spot scelto dalla British Gas. Quello della British Telecom è “Bringing it all together for London 2012″ (Uniamo il paese per Londra 2012), mentre la polizia della capitale ha scelto “Working together for a safer London” (Lavoriamo insieme per una Londra più sicura). Dietro questi stupidi slogan, una miscela di avidità, incompetenza e autoritarismo sta trasformando la Gran Bretagna in un paese non solo inefficiente ma anche invivbibile. Un paese che ormai ha perso le sue proverbiali buone maniere e che si fonda sull’opportunismo e sul gossip.

E’ difficile dire quando e perchè la società britannica ha cominciato a decomporsi. Ma alcune risposte si possono trovare nello smantellamento del settore industriale e nella perdita di coesione e del senso di comunità che quel mondo si portava dieto. La scomparsa delle fabbriche e del loro tessuto sociale si è consumata tra gli anni ottanta e novanta, parallelamente alla privatizzazione senza scrupoli delle infrastrutture e dei servizi pubblici, che un tempo non erano considerati come semplici opportunità di speculazione. Le industrie tradizionali sono state sostituite  dalle imprese di servizi e commercio, e in particolare da un settore: la finanza. In questo modo l’economia ha finito per dipendere dai capricci e dagli interessi delle grandi banche. La Gran Bretagna moderna è plasmata dalla City di Londra, dai suoi valori e dal suo denaro. Tutto questo è evidente se si considera la prostituzione della politica nei confronti della finanza, che si è manifestata, per esempio, nell’uso del denaro dei contribuenti per salvare le banche. Di recente, inoltre, è diventata quasi una regola che i membri del governo lascino i loro incarichi per diventare consulenti di quegli stessi istituti. La società britannica si ispira sempre di più all’avidità delle grandi banche.

Inizialmente si pensava che la dipendenza del paese nei confronti della finanza globale potesse generare effetti benefici per tutta l’economia. Invece alla fine sono stati i soldi dei contribuenti, decine di miliardi di sterline, a salvare le istituzioni che avevano messo in crisi l’economia britannica. Quando il premier Gordon Brown ha detto al parlamento che il bailout delle banche era servito a “salvare il mondo”, ha anche specificato che dopo l’intervento pubblico i britannici avrebbero controllato la Royal Bank of Scotland e le sue associate. Ma dopo averci trascinato sulla soglia del baratro e dopo essere state tenute a galla con i soldi dei cittadini, le banche e le compagnie di assicurazioni nel 2011 hanno distribuito ai loro manager premi per 14 miliardi di sterline.

Uno dei pochi esperti di finanza a parlare senza peli sulla lingua è Martin Woods, un ex detective antitruffa della National crime squad (una sorta di FBI britannica) che si occupa di riciclaggio di denaro. Woods sottolinea che “una delle principali conseguenze della dipendenza dell’economia dalle banche è stata la trasformazione della geografia delle opportunità. Durante l’era industriale le occasioni di successo nel campo degli affari e dell’industria erano disseminate in tutto il paese. Oggi il denaro vero, quello che conta, si trova a Londra. La centralità della capitale e dello spirito che la contraddistingue è ancor più evidente di quanto immaginino i britannici“.

Woods ha ragione quando sostiene che il disagio di una nazione parte dalla sua capitale. L’arroganza di Londra ha assunto proporzioni mai viste prima. Chi arriva alle stazioni di King Cross, Euston o Paddington viene accolto dai manifesti della serie “Maybe it’s because you’re a londoner” (Forse è perchè sei un londinese), che vogliono far notare ai passanti che città meravigliosa è la capitale britannica, sciorinando slogan falsamente ottimistici:”Forse è perchè i londinesi hanno il 37% di possibilità in più di diventare opinion leader” o “Forse i tuoi amici che non sono di Londra devono mettersi a correre per tenere il tuo ritmo”. Il londinese intraprendente va sempre di corsa, con una borsa di marca in una mano e nell’altra una tazza di caffè. Secondo questa campagna, il vero londinese è fiero del suo cinismo, sempre pronto a ridere dei britannici di provincia. Paul Gilroy, professore di sociologia alla London school of economics, sostiene che questo fenomeno è frutto di una “malinconia post coloniale”. L’Inghilterra, spiega Gilroy, è un paese che mescola razzismo e xenofobia, che passa “dall’esaltazione schizofrenica (nello sport) alla depressione e all’odio per se stesso”. Una condizione in cui i cittadini non possono che  “rammaricarsi per la perdita di potere e prestigio a livello globale. La potenza di un tempo ha innescato le fantasie che hanno fatto credere ai britannici di essere i padroni del mondo. Mentre il paese è sempre meno influente. E’ l’irrisolto fardello del colonialismo britannico”. Gilroy si concentra soprattutto sulle guerre a cui partecipa Londra e sottolinea “come i giornali di Murdoch siano diventati la voce dei nostri eroici soldati in giro per il mondo. Ma è cinismo, e serve solo a vendere più copie”

La partita tra Germania e Inghilterra ai Mondiali di calcio del 2010 è una buona metafora dell’attuale stato del paese. Nelle settimane precedenti i calciatori inglesi avevano occupato quotidianamente le prime pagine dei giornali, ma non per le loro gesta sportive. Il capitano dell’Inghilterra, John Terry, era finito in uno scandalo per aver messo incinta la ragazza di un ex compagno di squadra. La fascia di capitano era passata così a Steven Gerrard, accusato in quei giorni, ma poi assolto, di aver provocato una rissa in un pub. Wayne Rooney, invece, era su tutte le prime pagine per una relazione extraconiugale con una prostituta, mentre era risaputo che un altro compagno da Terry al Chelsea, Ashley Cole, aveva tradito sua moglie Cheryl, altra ospite fissa dei tabloid. Nonostante questa commedia, gli inglesi avevano grandi aspettative per la partita. Sui giornali era comparsa addirittura una foto di Rooney con in testa un elmetto britannico della prima guerra mondiale, pronto ad affrontare “i crucchi”. Alla fine la giovane squadra tedesca si è dimostrata di gran lunga superiore, vincendo per 4 a 1.

L’argenteria di famiglia.

Nel 1990 ho lasciato la Gran Bretagna e sono rimasto lontano dal paese per quasi tredici anni. Sono partito poche settimane prima che Margaret Thatcher fosse sostituita  da John Major. Secondo i sostenitori della Lady di ferro, il paese era riuscito a scacciare lo spettro del socialismo, mentre i laburisti accusavano l’ex premier di aver distrutto l’”officina del mondo”, come la Gran Bretagna è stata conosciuta per più di un secolo. La Thatcher ha sempre insistito su un punto:”La società non esiste“. Forse la decomposizione è cominciata da qui. E’ stata la Thatcher ad avviare le privatizzazioni, svendendo le risorse della nazione a una nuova oligarchia di azionisti. Un esperimento che ha allargato i confini del libero mercato, sostengono i suoi ammiratori. Secondo i suoi avversari, invece, è stata la trasformazione del paese in una terra desolata, in cui le strutture dl vivere civile sono state annichilite e sostituite dall’egoismo e dall’avidità.

Sono tornato in Gran Bretagna nel 1995, ma sono partito di nuovo il giorno in cui Tony Blair ha stravinto le elezioni, nel 1997. Per i suoi sostenitori, con Blair cominciava una nuova era dopo la lunga notte del governo conservatore. Chi non lo aveva votato, me compreso, pensava invece che il nuovo premier fosse il successore naturale di Margaret Thatcher. Nel 2003 sono tornato oltremanica in pianta stabile e, dopo sei anni di governo Blair, ho trovato una nazione più malata di tredici anni prima.

Protestare per lo sgretolamento dei vecchi valori non è solo nostalgia. Certo, qualcosa è andato perso nel 1985, nel sesto anno del governo Thatcher, quando l’ex premier Harold Macmillan pronunciò davanti all’organizzazione conservatrice Tory reform group uno dei discorsi politici più importanti della storia britannica contemporanea. Macmillan, un conservatore che aveva guidato il paese durante il boom economico del dopoguerra, paragonò il programma di privatizzazioni di Thatcher alla vendita dell’argenteria di famiglia:”Prima scompare l’argenteria georgiana, poi tutti i bei mobili che adornano il salotto. Infini tocca ai quadri di Canaletto”. Macmillan avrebbe poi dichiarato che le sue critiche erano dirette “all’uso delle immense somme ricavate con le privatizzazioni”, ma il termine “argenteria di famiglia” è diventato così comune che è tornato di moda perfino negli ultimi dibattiti sul salvataggio della Grecia. Quanto è arcaica, ma ancora affascinante alle orecchie dei britannici, questa lista di nomi: National Coal Board, British Rail, Gas Board, Water Board. Sono i nomi delle aziende di stato che gestivano i più importanti servizi pubblici. Spesso si sono dimostrate inefficienti, ma erano comunque amministrate da persone che sapevano quel che facevano, preoccupate non solo dei dividendi degli azionisti, ma soprattutto di offrire un servizio ai cittadini: acqua, riscaldamento, illuminazione, ferrovie. Le privatizzazioni hanno fatto comodo ai protagonisti della svendita dell’”argenteria di famiglia”. Nel 1995 i dirigenti delle aziende di servizi pubblici guadagnavano molto di più di quanto avrebbero guadagnato se le compagnie fossero rimaste in mano allo stato. Nel frattempo erano stati tagliati 150.000 posti di lavoro. Laq sfacciataggine dei privati che gestiscono questi servizi continua a stupire. Di recente due grandi fornitori di energia, la Scottish Power e la British Gas, hanno aumentato le tariffe del 19 e del 18 per cento. Due settimane dopo la British Gas – la compagnia che “si prende cura del tuo mondo” – ha annunciato profitti per quasi tre milioni di sterline al giorno. Molte di queste aziende sono state inglobate dalle imprese pubbliche di Francia e Germania, che sfruttano le loro attività in Gran Bretagna per abbassare le tariffe in patria. Ma a noi cittadini spiegano che tutto questo è pe il bene dei consumatori.[...]La situazione attuale della Gran Bretagna è figlia in gran parte degli anni del governo Blair. Nel 2007, dopo un decennio di dominio laburista, uno studio dell’Unicef ha messo la Gran Bretagna in fondo alla classifica sulla qualità della vita dei bambini nei paesi sviluppati. I bambini britannici erano all’ultimo posto per “benessere soggettivo”, relazioni familiari e interpersonali, ma primi in classifica per quanto riguarda i “rischi comportamentali”, che includono bullismo e uso di droghe e alcol: fenomeni usuali, che ogni sabato sera trasformano i centri delle città inglesi in una baraonda di vomito e risse. Il governo ha cercato di sdrammatizzare:”In molti casi i dati dello studio risalgono a diversi anni fa e non tengono dei progressi recenti”, ha dichiarato una portavoce dell’esecutivo con il solito linguaggio intriso di arroganza a cui siamo abituati. Nel frattempo, parlando di cose concrete, nell’ottobre 2007 gli amministratori delegati dell’FTSE 100, l’indice delle 100 società più capitalizzate della borsa di Londra, avevano raddoppiato in sei anni i guadagni, totalizzando un reddito medio di 3,17 milioni di sterline all’anno. Nel maggio 2009, dopo dieci anni di governo Blair e due di governo Brown, il divario tra i ricchi e i poveri in Gran Bretagna ha raggiunto livelli mai visti, almeno da quando ci sono dati statisici ufficiali, cioè dai primi anni sessanta. Secondo il ministero del lavoro la diseguaglianza era cresciuta per il terzo anno di fila, e il numero di bambini e anziani poveri non era diminuito. Sono solo dati, ma l’atteggiamento del governo lo si poteva capire facilmnte dalle dichiarazioni dei leader politici, tra cui Peter Mandelson, uno dei consiglieri più fidati di Tony Blair, che aveva dichiarato di non aver “nulla in contrario al fatto che qualcuno diventi schifosamente ricco”.

Gordon Brown e le banche.

Perfino Margaret Thatcher aveva tenuto alcuni settori, come le ferrovie, al riparo dalla logica del profitto. Ma con l’arrivo del suo successore, John Major, anche la British Rail è stata privatizzata per un tozzo di pane. Il governo era così impaziente di svendere le tre aziende pubbliche del trasporto su rotaia che ha accettato un’offerta di 1,8 miliardi di sterline nonostante la richiesta iniziale fosse di 3 miliardi. La cifra era così bassa  che le aziende privatizzate sono state subito rivendute dai compratori per 2,65 miliardi di sterline. Il costo di quest’operazione ha avuto immediatamente ripercussioni negative sulla sicurezza, le tariffe per i cittadini e i costi di gestione. Le conseguenze della privatizzazione sono evidenti a chiunque viaggi sui treni britannici, i più costosi ma anche i peggiori d’europa.La Gran Bretagna spende per le sue ferrovie private il 40% in più di quello che investono Germania, Francia e Paesi Bassi per il loro servizio pubblico. E ha tariffe più care del 30%.

Richard Branson, presidente della Virgin Group,

separazione rete ferroviaria

separazione rete ferroviaria

ha guadagnato in dividendi dalle sue attività legate alle ferrovie circa 171 milioni di sterline, ma i cittadini britannici ancora sborsano 5,2 miliardi di sterline di contributi alla Network Rail, proprietaria delle infrastrutture ferroviarie.

Per quindici anni la Gran Bretagna ha creduto che questo fosse il modo giusto di fare le cose. Le compagnie ferroviarie che guadagnano una fortuna in cambio di servizi scadenti hanno slogan come “Trasformiamo il tuo viaggio” (la First Great Western). Non c’è dubbio che ci siano riusciti. Poco tempo fa a Londra ho preso un treno molto affollato della First per la Cornovaglia. A bordo i bagni erano tutti occupati e maleodoranti, gli scarichi erano rotti e non c’era acqua corrente. Quest’estate un treno della South West Trains si è rotto, lasciando i passeggeri intrappolati al suo interno per tre ore. Quando sono riusciti ad uscire e hanno raggiunto la stazione più vicina, Woking, hanno rischiato l’arresto per aver attraversato un terreno di proprietà della Network Rail.

Il Partito Laburista ha perseverato in una campagna di privatizzazioni che i conservatori non si sarebbero nemmeno sognati di intraprendere. Un esempio è la svendita delle linee della metropolitana di Londra a vari consorzi, nell’ambito di quello che è stato chiamato “partenariato pubblico-privato”. Il risultato? Mentre i cittadini di Parigi, Madrid, Berlino, Vienna e Stoccolma sfrecciano su treni di metropolitane economiche, silenziose, pubbliche e ben amministrate, i londinesi viaggiano in totale confusione e pagando prezzi esorbitanti, mentre gli altoparlanti strombazzano inutili annunci pubblicitari. I dati pubblicati nel giugno 2011 dimostrano che i ritardi della metropolitana londinese costano a ogni passeggero l’equivalente di tre giorni di lavoro all’anno in termini di tempo.

Di solito si dice che questi problemi sono dovuti al fatto che la metropolitana di Londra è molto antica. Ma i disagi peggiori riguardano la linea Jubilee, la cui estensione è stata inaugurata nel 1999. Tra l’altro, la Jubilee sarà una delle linee più usate in occasione delle prossime Olimpiadi, un dettaglio che ha comprensibilmente scatenato il panico tra gli organizzatori. L’amministratore delegato della London Underground promette “meno chiusure e medno disagi per il futuro”. Il sindaco Boris Johnson assicura che “sarà fatto tutto il lavoro necessario prima delle Olimpiadi”. E aggiunge di essere “molto fiducioso”. Ma sembra l’unico a crederci.

La privatizzazione della metropolitana di Londra è stata voluta in particolare da Gordon Brown, che l’ha definita “un’operazione a rischio zero” per portare liquidità nelle casse dello stato. Dopo essere stato per dieci anni cancelliere dello scacchiere, cioè ministro delle finanze, nel 2007 Brown è diventato premier. Il suo governo sarà ricordato soprattutto per il salvataggio delle banche, costato una cifra fantasmagorica: 850 miliardi di sterline. Ma forse la mossa che definisce meglio il suo profilo politico è la vendita di metà delle riserve auree della Gran Bretagna, effettuata in diciassette aste dal 1999 al 2002, per la cifr di 3,5 miliardi di dollari. Poco tempo dopo il valore dell’oro è schizzato alle stelle. [classifica World Official Gold Holdings January 2011].

La solita pantomima.

I cittadini britannici, sempre più trascurati dalla politica, sono considerati dai loro leader alla stregua di bancomat pieni di soldi, da cui si può attingere quando è necessario. Ma neanche dopo aver pagato riescono a essere lasciati in pace. Anzi, succede il contrario. Perchè i britannici sono costantemente sotto osservazione. La Gran Bretagna è il paese con la maggior quantità di telecamere a circuito chiuso per numero di abitanti. Proiettando a livello nazionale i dati del quartiere londinese di Wandsworth, risulta che i britannici sono osservati da quattromilioni e duecentomila telecamere. Se fosse davvero così significherebbe che il 20% di tutte le telecamere a circuito chiuso del mondo è ammassato su quest’isola. Intanto, mentre la disoccupazione cresce, si può guadagnare qualcosa diventando addetti vituali alle telecamere su internet, denunciando alle autorità le attività criminali o illegali e accumulando così punti che poi si trasformano in denaro. Un sito chiamato Internet Eyes, per esempio, assegna agli utenti un punto se segnalano attività sospette e dieci s scoprono un crimine. Le telecamere sono concentrate nelle città, ma perfino uno degli angoli più remoti del paese, la contea delle isole Shetland, gestisce più telecamere del dipartimento di polizia di San Francisco.

La Gran Bretagna è il paese che ha trasformato il Grande Fratello, un reality show nato nei Paesi Bassi, in un programma cult a livello mondiale, particolarmente rappresentativo della cultura del paese: un’intera nazione che spia persone che diventeranno celebrità, quando non lo sono già.

Con il passare degli anni l’autoritarismo è diventato un tratto distintivo del Partito Laburista di Tony Blair, che sarà ricordato per il tentativo di rendere obbligatoria la carta d’identitàncon i dati biometrici dei cittadini. L’attuale premier, David Cameron, invece, ha guadagnato la fiducia di molti libertari un po’ naif promettendo di combattere “l’erosione delle libertà civili voluta dai laburisti” e di ridurre “l’intrusione dello stato nella vita degli individui“. Ma questo programma ha cominciato a mostrare le sue crepe ancor prima d’essere applicato, quando la polizia ha risposto con insolita durezza agli studenti che protestavano contro l’aumento del 300 per cento delle tasse universitarie. Le forze dell’ordine hanno usato il metodo del kettling, in base al quale gli agenti circondano i manifestanti e li intrappolano per ore in uno spazio delimitato senza permettergli di muoversi. Subito dopo i riots Cameron ha dichiarato che “le preoccupazioni ipocrite sul rispetto dei diritti umani” non avrebbero impedito l’identificazione e l’arresto dei protagonisti delle rivolte, individuati grazie alle telecamere a circuito chiuso. In seguito il premier ha proposto di tagliare i sussidi ai facinorosi e alle loro famiglie e di sfrattare i responsabili dlle violenze nal caso abitassero in case popolari. Poi ha dato la sua approvazione alle prime condanne penali contro i rivoltosi, compresi i sei mesi di reclusione affibbiati a un ragazzo che si era dichiarato colpevole per aver rubato una bottiglia d’acqua da 3,50 sterline.

Cameron è salito al potere attaccando le politiche di Blair e Brown. E aveva ragione a farlo. Ma la Gran Bretagna sembra essere vittima di una casta politica che si autoalimenta. E nonostante tutti i proclami sulla sua diversità (confezionati in gran parte da quell’Andy Coulson finito nello scandalo delle intercettazioni di News on the world), Cameron, spalleggiato dai suoi alleati liberaldemocratici, non ha fatto che peggiorare le cose. Secondo il progetto di Big society, i cittadini avrebbero dovuto sostituire il governo nella gestione di scuole, uffici postali, case popolari e servizi pubblici. Il programma della Big society è stato presentato ufficialmente nel luglio 2010 a Liverpool. Una scelta non csuale.

Toxteth 1981

Toxteth 1981

La parabola di Liverpool – la città della mia famiglia – descrive bene tutto quello che è andato storto nel paese, e non certo per colpa dei suoi cittadini. Liverpool è famosa per i Beatles, il porto (ora chiuso), le squadre di calcio e il suo carattere unico. Ma anche per la sua violenza. Nel 1981 il quartiere multietnico di Toxteth fu teatro di violente rivolte. Quest’anno sono passato sotto la finestra della prima stanza che affittai quando andai via di casa. Da lì vidi le fiamme incendiare quella notte di trent’anni fa. Si dice che quelle rivolte abbiano cambiato la politica britannica, soprattutto dopo le inchieste volute dal governo per capire le cause dei disordini e far luce sul razzismo della polizia. Una reazione molto diversa da quella di Cameron di fronte ai riots del 2011. “Si è trattato di furti, saccheggi e rapine contro la nostra comunità, non abbiamo bisogno di un’inchiesta per saperlo”, ha detto il premier dopo le violenze.

All’inizio di quest’anno, mentre mi occupavo dell’anniversario di quelle rivolte, ho incontrato un uomo che chiamerò Steven. Trent’anni fa Steven scese in piazza per battersi contro la polizia. “Prima c’è stata la deindustrializzazione“, mi ha detto, “ora c’è la recessione. La gente è preoccupata di perdere il lavoro o di dover lavorare più a lungo per la pensione. Guardo questi ragazzi e tra me e me penso:Benvenuti nel nostro mondo. Benvenuti nel 1981‘”. Alcune settimane dopo questa conversazione, Toxteth sembrava tornata indietro di trent’anni. Le strade erano di nuovo in fiamme. Mentre guardava il suo quartiere bruciare, Steven mi ha mandato un’email:”Credo che si tratti di giovani che hanno aspettato il momento opportuno: le misure di austerità si fanno sentire, insieme a un’inflazione sempre più alta, prosciugando i risparmi della classe media“.

Ipocrisia e responsabilità.

Nè l’autoritarismo di Tony Blayr nè le promesse di combatterlo fatte da Cameron sono una vera novità. Quando i leader politici britannici affermano di essere diversi dai loro avversari stanno solo recitando. Cameron ha ricominciato dove Blair aveva lasciato: ha dato alla polizia il potere di vietare ai cittadini di coprirsi il volto con il cappuccio della felpa. Un atteggiamento perticolarmente ipocrita, se ricordiamo quello che Cameron aveva detto nel 2006, in quello che ancora oggi è ricordato come il discorso hug-a-hoodie (abbraccia uno hoodie. Hoodie è una felpa con il cappuccio, ma il termine indica anche i ragazzi che la indossano) [BBC: David Cameron and hug-a-hoodie phrase history]:”Immaginate un complesso urbano con un piccolo parco”, aveva detto allora Cameron. “Nel parco non c’è nessun cartello del tipo ‘vietato giocare a palla’ o ‘vietato fare skateboard’: è semplicemente uno spazio vuoto. E poi immaginate di avere quattordici anni e di vivere in un appartamento al quarto piano che da sul giardino. Sono cominciate le vacanze e non avete un soldo in tasca. E’ questa la vostra vita. Cosa fate di giorno? Cominciate a vagare per le strade , annoiati a morte. Vi guardate intorno. Chi non è annoiato? Chi non sta vagando per strada senza un soldo? Chi, invece, ha le macchine, i vestiti, il potere? La prima cosa da fare è riconoscere che non troveremo mai le soluzioni giuste se prima non capiamo cosa è andato storto: bisogna capire il contesto, le ragioni, le cause. Questo non significa necessariamente giustificare il crimine, ma ci può aiutare ad affrontarlo meglio. Perchè indossare uno hoodie è una conseguenza del problema, non la causa. Noi che indossiamo abiti eleganti spesso vediamo gli hoodie come simbolo di aggressività, l’uniforme di un esercito ribelle di piccoli gangster. Ma nessun ragazzo è irrecuperabile, dal punto di vista psicologico o sociale. E spesso la polizia, la prigione e il governo non riescono a capirlo“.

Dieci giorni dopo le peggiori rivolte degli ultimi decenni, a fine agosto, la polizia era di nuovo nell’occhio del ciclone per aver strappato dalla sedia a rotelle e trascinato per strada uno studente disabile che protestava. Senza contare la morte di tre persone colpite con il taser. Nicolas Robinson, il ragazzo del sud di Londra condannato per aver rubato una bottiglia d’acqua minerale, stava cominciando a scontare la pena, mentre Cameron tornava dalla sua ultima vacanza, la quinta del 2011. Forse tocca a noi provare a capire “cosa non è andato per il verso giusto”.

Vedi anche articolo su Loop: http://www.looponline.info/index.php/editoriali/622-londra-e-la-punizione-delladidasproletariat


RAI Radio3.

Londra brucia – 02/04/2012

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