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Beit Shemesh

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La minaccia interna

Internazionale n.933 27 gennaio/2 febbraio 2012

Gli ebrei ultraortodossi sono sempre più numerosi in Israele. Con il loro rifiuto della modernità, mettono un’ipoteca sul futuro del paese.

di Dan Ephron – Newsweek

Rachel Weinstein lo chiama “il suo momento Rosa Parks”. Una mattina di settembre del 2011, Weinstein è salita su un autobus per andare in un centro commerciale della sua città. Era la linea che prendeva sempre, ma quella volta un passeggero ultraortodosso le ha fatto cenno di andare a sedersi sul fondo. Weinstein si è accorta che le donne erano sedute tutte là. “In realtà il tizio si rivolgeva a mio marito”, racconta. “Con me non parlava.”
Rachel Weinstein, 38 anni, vive a Beit Shemesh, una cittadina dove la popolazione ultraortodossa (la più rigida tra le correnti ebraiche dal punto di vista teologico) è notevolmente aumentata negli ultimi anni.

Quel giorno, invece di ubbidire, Weinstein si è seduta alcune file dietro il conducente, facendosi portavoce dello spirito di Rosa Parks, l’icona per il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. Nata a New York, Weinstein si definisce un’ortodossa moderna ed è emigrata in Israele all’inizio del 2011 per vivere, come spiega lei, “tra ebrei che la pensano come me”, e non tra estremisti. Quando ha sentito che l’atmosfera stava diventando minacciosa – un’altra passeggera si era alzata dal fondo ed era andata a rimproverarla del suo comportamento poco rispettoso – Weinstein ha afferrato il mazzo di chiavi che teneva in borsa, pronta ad usarlo se ce ne fosse stato bisogno. Dopo alcuni minuti di tensione è scesa alla sua fermata ed è scoppia a piangere.

A Beit Shemetsh e in altre città israeliane alcuni ebrei ortodossi stanno cercando di imporre una specie di osservanza religiosa generalizzata e un codice di comportamento molto rigido, che comprende la separazione tra uomini e donne sui mezzi pubblici. Questo zelo religioso scontenta molti israeliani. Fondato da ebrei laici che credevano in uno stato moderno ed ugualitario, Israele ha tutte le caratteristiche di una società liberale. Tuttavia è sempre più numerosa la comunità di chi volta le spalle alla modernità e guarda il mondo attraverso le norme scritte nella Bibbia.

Gli ebrei ultraortodossi – detti anche haredim (letteralmente, “quelli che tremano” davanti a Dio) – all’inizio erano una minoranza esigua, ma ora sono più del 10% della popolazione e il 21% degli alunni delle scuole elementari di tutto il paese. All’interno della comunità il tasso di fecondità è più del triplo di quello del resto del paese e i demografi prevedono che entro il 2034 un israeliano su cinque sarà ultraortodosso. Le conseguenze di questa situazione vanno ben oltre le dispute sulla separazione tra uomini e donne nei mezzi di trasporto o sull’abbigliamento femminile, un altro chiodo fisso degli haredim. Il vero problema è che la maggior parte degli ultraortodossi non è in grado di lavorare in un’economia moderna, perché i programmi delle loro scuole si concentrano quasi esclusivamente sullo studio dei testi religiosi, soprattutto la Torah e il Talmud. Dalle scuole medie in poi i ragazzi non studiano quasi più la matematica o le scienze.

Più del 60% degli ultraortodossi israeliani vive in condizioni di povertà, mentre tra i non haredim la percentuale di poveri è del 12%. Inoltre la maggioranza dei giovani ultraortodossi, sfruttando un’opportunità che gli è concessa dallo stato, sceglie di non fare il servizio militare, che è obbligatorio per tutti i maggiorenni. Il risultato è che, con la crescita della comunità , diminuiscono gli israeliani che pagano le tasse e fanno il servizio militare. Non è un caso se in Israele circola questa battuta: un terzo del paese va sotto le armi, un terzo è sul mercato del lavoro e un terzo paga le tasse – ma è sempre lo stesso terzo.

Il patto tra Dio e Abramo

Cambierà anche il paesaggio politico di Israele. Secondo i sondaggi, gli ultraortodossi sono nettamente favorevoli alla linea dura nei negoziati sui territori con i palestinesi perché rivendicano il patto di Dio con Abramo, che concesse agli ebrei la terra d’Israele. Già ora nel sistema politico israeliano – in cui i governi sino ad ora sono sempre di coazione – i partiti che rappresentano gli haredim hanno un potere significativo. Se proseguono gli attuali trend demografici, la probabilità che la maggioranza degli israeliani sostenga i compromessi necessari a raggiungere un accordo di pace con i palestinesi diminuiscono di anno in anno. Dan Ben-David, docente di economia all’università di Tel Aviv e direttore del centro Taub per gli studi sociali a Gerusalemme, prevede che nel lungo termine la società israeliana diventerà più povera, meno istruita e sempre più di destra.

Certo, si tratta solo di previsioni. Il comportamento delle comunità cambia nel corso del tempo e i pronostici possono essere influenzati anche da piccole variazioni delle tendenze in atto. Ma gli ebrei ultraortodossi sono ostili al cambiamento per definizione. Si vestono come i loro antenati nell’ottocento – abito nero, cappotto e cappello a larga tesa – e si attengono a prassi prescritte da testi che risalgono a millenni fa. Secondo Rachel Weinstein, che ha vissuto più volte a stretto contatto con gli haredim, l’unico cambiamento osservabile è quello verso una maggiore rigidità.

Come hanno fatto gli ultraortodossi a diventare il nuovo motivo di preoccupazione di Israele dal punto di vista demografico? Per rispondere bisogna risalire, almeno in parte, alla fondazione di Israele. A quel tempo l’allora premier David Ben-Gurion fece concessioni generose ai rabbini in cambio del loro sostegno politico e permise che i giovani ultraortodossi desiderosi di proseguire gli studi religiosi fossero esentati dal servizio militare. Inizialmente furono solo in poche centinaia a fare questa scelta, ma da allora il numero di chi non fa il servizio militare è aumentato enormemente, suscitando il risentimento degli israeliani laici, e incoraggiando i maschi ultraortodossi a imboccare una strada a senso unico: invece di trovarsi un lavoro, dedicano la vita allo studio della Torah e si fanno mantenere dalla previdenza sociale. Le città ad alta concentrazione di haredim sono le più povere di tutto Israele.

Modi'in Illit

Modi'in Illit

Una di queste è Modi’in Illit, a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, che conta circa sessantamila haredim. Fondata negli anni ’90 per risolvere il problema della penuria di alloggi per gli ultraortodossi di Gerusalemme, è uno degli agglomerati urbani israeliani che cresce più rapidamente. “Ogni famiglia ha in media almeno dieci figli”, mi spiega Yehiel Sever, un portavoce della loro comunità.

Modi’in Illit si estende sulle pendici di diverse colline e quasi in ogni isolato c’è una sinagoga o una yeshivah (il collegio rabbinico), mentre salta all’occhio la scarsità di giardini pubblici e di parchi giochi. Il motivo me lo spiega Sever: quasi tutti i residenti sono così poveri che rientrano nei requisiti per l’abbattimento del 90% delle imposte municipali, e le autorità locali non hanno i soldi per finanziare impianti e servizi pubblici. La crescita di Modi’in Illit non è significativa solo perché contribuisce ad alimentare la povertà. In realtà è uno dei tanti insediamenti ebraici in Cisgiordania e si trova all’incirca a un miglio all’interno del territorio su cui i palestinesi vorrebbero fondare il loro stato. Negli ultimi anni Modi’in Illit e un’altra cittadina a maggioranza ultraortodossa, Beitar Illit, sono diventate gli insediamenti più popolosi di tutta la Cisgiordania. Il grande numero di centri urbani con queste stesse caratteristiche dà valore a un’ipotesi sempre più accreditata: i coloni sono diventati così tanti che Israele non può neanche prendere in considerazione l’idea di lasciare la Cisgiordania. “Questa zona è troppo vicina alla Linea Verde”, sostiene Avraham Kroizer, un abitante di Modi’in Illit, riferendosi ai confini precedenti al 1967. “Non verrà mai restituita”.

Yeshivah

Yeshivah

Materie laiche

Secondo Kroizer, un rabbino di 33 anni, l’ostilità dei laici nei confronti degli haredim è dovuta in gran parte a un malinteso culturale. Gli ultraortodossi, spiega, contribuiscono al bene della società israeliana allevando studiosi della Torah, il cui numero è stato brutalmente ridotto dalla Shoah. “Studiare la Torah serve a proteggere il popolo ebraico quanto il servizio militare”, spiega. Come gli altri giovani ultraortodossi, i tre figli di Kroizer dedicano il 70% della giornata scolastica a studiare la Torah e il Talmud e solo il 30% alle “materie laiche”: matematica, storia e grammatica, niente inglese e poche scienze. Dopo la terza media, i ragazzi studiano solo materie religiose. Kroizer spera che i suoi figli restino in seminario per tutta la loro vita adulta. Ma se dovessero decidere di trovarsi un lavoro, potrebbero sempre colmare le loro lacune frequentando le scuole serali.

In ogni caso gli ultraortodossi vivono in un mondo così chiuso che è difficile immaginare come potrebbero mettersi in pari con gli altri studenti. Kroizer afferma che a Modi’in Illit nessuno ha la TV e pochissimi un computer. Nell’estate del 2011 un imprenditore è riuscito a convincere i rabbini a lasciargli aprire un internet cafè. Si tratta di tre computer messi in una stanzetta al primo piano di un palazzo che dà su una strada di povere botteghe, dove i clienti pagano quattro euro all’ora per navigare. I computer sono abbastanza nuovi ma il collegamento è filtrato da un server che consente l’accesso solo a una decina di siti, quasi tutti di educazione religiosa e di servizi alle famiglie. Ho cercato di entrare in un sito di notizie, ma ho trovato solo l’Haredi Jewish Daily News. I link a Wikipidia e a Yahoo non erano attivi. “E’ un internet kasher”, mi ha spiegato la ragazza che stava dietro il bancone. “I collegamenti sono molto limitati”.

A Beit Shemesh un altro conflitto tra gli haredim e i loro vicini riguarda una scuola femminile. E’ stata aperta nel settembre del 2011 e si trova vicino alle case di alcuni ultraortodossi che si lamentano di vedere scene “Impure” quando aprono la finestra. Le loro obiezioni sarebbero più ragionevoli se la scuola ospitasse studentesse non religiose, vestite in canottiera e jeans attillati. Ma si tratta di bambine dai sei ai dodici anni provenienti da famiglie osservanti, non ultraortodosse, ma ortodosse di tipo moderno. L’uniforme scolastica consiste in una gonna lunga e una camicetta ampia con le maniche lunghe, ma non prevede le calze spesse che ogni donna haredi deve portare in pubblico sia d’estate che d’inverno.

Quando la scuola ha aperto, alcuni ultraortodossi si sono riuniti all’ingresso dell’istituto per protestare e hanno insultato le bambine urlandogli termini come prutza (puttana) o shiksa (non ebrea). All’inizio di dicembre, la segretaria di stato americana Hillary Clinton, in un incontro a porte chiuse, ha duramente criticato questo tipo di episodi affermando che il fanatismo fa somigliare Israele all’Iran. Per smentire quell’imbarazzante paragone, il 28 dicembre 2011 migliaia di israeliani sono scesi in piazza a Beit Shemesh per esprimere solidarietà con le alunne di quella scuola.

La comunità ultraortodossa non è omogenea e quelli che hanno inscenato la protesta davanti alla scuola femminile di Beit Shemesh sono solo una minoranza nella minoranza. Tra loro c’è Moshe Friedman, uno degli haredim che ha manifestato con più rabbia contro la scuola femminile di Beit Shemesh. Friedman è convinto che anche lo stato di Israele sia una vergogna, perché le sue leggi non si basano sulla Torah e in questo modo si metter in discussione il vero ebraismo. “Herzl e i suoi compari avrebbero dovuto fondare Israele in Uganda, invece di venire a profanare questa terra”, mi dice parlando del pioniere del sionismo Theodor Herzl.

Come spesso succede nelle società chiuse, sono i radicali a dominare il dibattito pubblico.Gli haredim estremisti possono essere anche particolarmente duri con chi è moderato. Lo ha imparato a sue spese Chaim Amsalem, un ex parlamentare del partito ultraortodosso SHAS, quando ha cominciato a sostenere la necessità che gli haredim facciano il servizio militare e abbiano un lavoro. “La povertà sta uccidendo la nostra comunità”, afferma Amsalem. “Gli haredim dovrebbero avere una normale vita lavorativa e proseguire gli studi religiosi nel tempo libero”. Per avere sostenuto questa tesi in pubblico,Amsalem è stato espulso dal partito e ha ricevuto delle minacce. Eppure, sostiene, le sue posizioni riscuotono sempre più consensi tra gli ultraortodossi.

Senza un cambiamento, le prospettive per Israele sarebbero davvero cupe. L’economista Dan Ben-David mi mostra grafici e tabelle che cercano di prefigurare il futuro di Israele sulla base delle tendenze attuali. Secondo i suoi calcoli l’economia rimarrà indietro rispetto a quelle dei paesi più sviluppati, i costi della previdenza sociale aumenteranno e la popolazione sarà meno istruita. Israele, che oggi va fiero delle sue startup e di tutti i suoi premi Nobel, assisterà a una drastica fuga di cervelli. Aumenteranno anche i rischi sul piano della sicurezza. “Come faremo”, si chiede, “a tenere in piedi il nostro esercito, se la nostra diventerà un’economia da terzo mondo?”.

Secondo lui la soluzione è arrivare a un compromesso con gli haredim simile a quello raggiunto sessant’anni fa da David Ben-Gurion. Questa volta, però, bisogna rivoluzionare i programmi di studio delle scuole ortodosse. Ma trovare un politico disposto a mettersi contro i partiti ultraortodossi non sarà facile.

“Dobbiamo darci da fare per creare una società moderna”, dichiara Ben-David. In alternativa bisognerà rassegnarsi al silenzio, salire sull’autobus e andare a sedersi nei posti in fondo.

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