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Al di sopra o al di sotto della legge. I movimenti e lo Stato civile di eccezione.

Al di sopra o al di sotto della legge.

I movimenti e lo Stato civile di eccezione.

13 dicembre 2011

Federico Campagna

«Tout le pouvoir aux communes!»

Comité invisible

Via via che il Mediterraneo sprofonda nell’ennesima epoca di declino, i governi dell’area fanno sempre più spesso ricorso all’istituto dello stato di eccezione. In seguito ai fatti del 15 ottobre a Roma, il ministro dell’Interno si è affrettato a richiedere «misure straordinarie di emergenza», prontamente seguito a ruota dal partito di Di Pietro. In Grecia, all’alba dello sciopero generale del 15 e del 16 ottobre, il governo socialista di Papandreou non ha esitato a consentire l’intervento della neonata Eurogendfor, la polizia militare europea creata ad hoc nel 2007 per affrontare situazioni di emergenza civile. Sinistramente, l’Eurogendfor non è sottoposta ad alcuna legislazione nazionale e risponde delle proprie azioni solo a un comitato disciplinare interno. Ma un trend simile si è diffuso anche a settentrione del circo delle atrocità mediterranee. Nello scorso agosto, per esempio, il governo britannico ha deliberato il dispiegamento di una forza militare straordinaria per reprimere l’ondata di rivolte e, in seguito, l’attuazione di una vendetta sociale e giudiziaria inaudita nei confronti di chiunque fosse stato coinvolto negli scontri.

Niente di nuovo sul fronte occidentale, verrebbe da pensare, considerando come da sempre i governi democratici non disdegnino di ricorrere a misure eccezionali «nell’interesse nazionale». Allo stesso modo, è ben poco sorprendente ritrovare la sinistra politica e movimentista all’angolo di questo scenario, bloccata nella solita posizione di vittimismo e di recriminazione dell’illegittimità di questi provvedimenti. Da quando ha deciso di assumere il ruolo di voce moralizzante nel panorama politico europeo, la sinistra si è sempre più spesso ritrovata incastrata nel ruolo di testimone «indignato» e impotente dell’uso dello stato di eccezione.

Molto meno indignata dalla possibilità di avvalersi dello stato di eccezione è stata invece la galassia globale degli istituti finanziari. Sin dall’inizio della crisi nel 2008, è stato proprio grazie all’uso spregiudicato e opportunistico dell’argomento dell’emergenza che la finanza globale è riuscita a giustificare l’eccezionale rapina di denaro pubblico condotta sotto il nome di bailout, dapprima, e di austerity, poi.

A suo tempo, Carl Schmitt spiegò come «sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione», nel senso di colui che decide che sussiste lo stato di eccezione e, secondariamente, che decide «cosa si debba fare per superarlo». Per stato di eccezione Schimdt intendeva la sospensione straordinaria e indefinita del normale ordine della legge del sistema liberale. In un’epoca in cui regnano gli avvocati, e non i filosofi, è solo tramite un’interruzione della legge che è possibile dare di nuovo spazio a decisioni politiche fondamentali. Secondo Schmitt, è proprio grazie all’utilizzo dello stato di eccezione che la politica avrebbe una chance di tornare prepotentemente sulla scena, finalmente libera dal dogma amministrativo della legge. Nella sua visione, questo ritorno della politica sarebbe dovuto avvenire per mano di un regime autoritario, come quello nazional-socialista a cui il filosofo aderì entusiasticamente sin dal principio. Come possiamo utilizzare questa lettura dello stato di eccezione alla luce dell’attuale situazione politico-economica?

Possiamo certamente identificare un elemento autoritario e «di eccezione» nelle pratiche del business e della finanza internazionali. Tale è infatti la metodologia operativa delle corporation globali sin dal principio dell’era neoliberista, che trova il suo vertice negli spazi extraterritoriali delle maquilladoras in Messico e nelle continue interferenze del capitale nelle legislazioni dei paesi del Sud Globale. Dall’inizio dell’ultima crisi finanziaria, poi, l’ascesa della finanza transnazionale al di sopra della legge liberale ha trovato la sua principale espressione nella misure di autorità imposte dai governi nazionali, il cui unico obiettivo è consolidare il primato del capitale sulle strutture sociali.

Lo Stato aveva tentato una manovra simile dopo l’11 settembre 2001, con la restrizione arbitraria delle libertà civili in paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito e la dichiarazione di guerra unilaterale della coalizione occidentale contro l’Afghanistan e l’Iraq. A quei tempi, nell’epoca della guerra permanente e della «libertà duratura», lo Stato e la galassia delle corporation sembravano aver trovato un terreno comune per lo sviluppo di un nuovo modello di sovranità condivisa. Oggi invece, dopo l’esplosione della crisi del debito pubblico in Europa e negli Stati Uniti, questa alleanza sembra essere giunta al capolinea, quantomeno in Occidente. Un tempo alleati, lo Stato e il Capitale hanno cominciato a sviluppare strategie separate. La strategia del Capitale si articola attraverso una concentrazione senza precedenti della ricchezza economica a discapito sia degli stati nazione che della società civile. Dal canto suo, lo Stato mette in pratica la propria strategia di sovranità attraverso un’espansione vertiginosa del proprio ruolo militare all’interno dei confini nazionali (o, nel caso dell’Ue, comunitari). Chiaramente, entrambe le strategie sfruttano l’istituto dello stato d’eccezione come il terreno principale sul quale sviluppare la propria azione.

Occupy Wall Street

Occupy Wall Street

La terza, e finora perdente, posizione è occupata dalle società civili. Per usare la retorica del movimento Occupy Wall Street, il 99%. Di fronte alla corsa al di sopra della legge da parte dello Stato militare e del Capitale predatorio, le società civili sono rimaste bloccate in una posizione di sottomissione al sistema legale. La retorica delle manifestazioni «per bene» dei vari «indignati», con il loro seguito di striscioni colorati, costumi vivaci e coppie che si baciano in strada, ne sono la più chiara espressione. La maggioranza delle attuali società civili «indignate» sembra aver deciso di utilizzare la propria, solitaria sottomissione alla legge come un’arma da utilizzare contro i propri nemici, che della legge invece se ne infischiano. In maniera ancora più bizzarra, vasti strati di questi stessi movimenti sembrano aver scelto lo Stato come il proprio alleato ideale nella lotta contro il Capitale globale, nel nome di un’idea utopica di Stato sociale universale. Fosse anche, se necessario, uno Stato autoritario, purché forte abbastanza da fermare la deriva del Capitale al di sopra della legge.

Possiamo ritrovare tutto questo nella situazione italiana attuale. Il movimento degli «indignati», di carattere essenzialmente social-democratico nonostante l’uso della piazza, si presenta sulla scena armato del codice della legge, scende in strada sventolando la Costituzione, si riempie la bocca di continui appelli all’importanza della magistratura e della polizia. La loro lotta è per il trionfo e per la sovranità della legge liberale al di sopra di ogni cosa, inclusi se stessi. Nella pratica, in effetti, soltanto su se stessi.

Nel frattempo, altre frange dei movimenti sociali italiani hanno deciso di articolare le proprie domande in maniera completamente diversa, come dimostrato dai fatti del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 a Roma, o dall’estate di conflitto in Val di Susa. Questa federazione informale di qualche migliaio di individui – spesso chiamati erroneamente Black Bloc dalla stampa – ha optato per una strategia politica più conflittuale e dichiaratamente esterna rispetto alla cornice della legge, nel nome di un cambiamento sociale radicale.

Nonostante il comune interesse a sconfiggere il governo Berlusconi e a mettere un freno al Capitale, queste due sezioni del movimento italiano sembrano essere ai ferri corti l’una con l’altra. Non potrebbe esserci migliore esempio a proposito degli scontri tra gli «indignati» pacifici e gli antagonisti durante le manifestazioni del 15 ottobre a Roma, con il corollario della richiesta al governo da parte della sinistra parlamentare di imporre misure eccezionali di sicurezza. Lo stesso ha iniziato a avvenire anche in Grecia, dove le manifestazioni del 20 ottobre hanno visto i militanti del partito comunista Kke unire le forze con la polizia nell’attaccare i ragazzi del presunto blocco nero.

In effetti, la decisione di agire al di sopra o al di sotto della legge è sempre stata una linea di demarcazione fondamentale tra i due estremi della sinistra politica. Tuttavia, questa linea di divisione sembra oggi assumere caratteri paradossali, di fronte al rincorrersi dello Stato e del Capitale al di sopra del sistema legale. Quale vantaggio rimane per le società civili nel proclamare la supremazia della legge liberale, quando nessun altro se non la società civile stessa è sottomesso alle sue restrizioni? Ma soprattutto, è possibile per le società civili sviluppare un proprio discorso sullo stato di eccezione, nel tentativo di rivendicare una propria sovranità?

Certamente, il mero vandalismo di alcune proteste di strada non è in grado di produrre alcuna sovranità civile, sulla base della semplice violazione di alcune leggi. D’altra parte, però, l’obbedienza cieca alla legge e la criminalizzazione di qualunque scostamento da essa, così come proposto dagli «indignati» italiani, contribuisce sicuramente a esaurire qualunque possibilità di creare un’alternativa alla sovranità militare dello Stato e a quella predatoria del Capitale. Se è vero che l’imposizione di un nuovo discorso politico necessita soprattutto dell’elaborazione di alternative politiche concrete, è ugualmente vero che la liberazione dalla legge liberale è un passo fondamentale per la possibile applicazione di queste stesse politiche. In questo senso, dobbiamo interpretare gli esempi storici di disobbedienza civile, come quelli notoriamente portati avanti da Gandhi in India, come il grado zero della creazione di uno stato emancipatorio di eccezione rispetto alla legge.

Partendo dall’intuizione di Schmidt, l’universo in frantumi della società civile dovrebbe considerare la possibilità di sviluppare un proprio discorso sullo stato d’eccezione, con l’obiettivo di rivendicare la propria sovranità.

La disobbedienza e non la sottomissione alla legge è il punto di partenza per ogni politica di emancipazione che punti a costruire una propria sovranità autonoma. Potrà capitare che questa disobbedienza richieda comportamenti comunemente definiti come violenti, e certamente le decisioni riguardo all’uso della violenza impongono la massima accortezza. Tuttavia, tali considerazioni devono essere valutate all’interno di uno sguardo strategico sulla lotta per l’emancipazione, piuttosto che sotto la lente del fondamentalismo legalista. La questione è quella dell’efficacia, piuttosto che della legalità. Come è noto, la legalità segue a ruota la sovranità, ed è docile nella mani di chi è padrone.

Da un lato, dunque, la società civili «indignate» si trovano a dover fronteggiare la sfida dello sviluppo di un discorso collettivo sulle possibilità di emancipazione insite nella dichiarazione di uno stato di eccezione in grado di contrapporsi a quelli dichiarati finora dallo Stato e dal Capitale. Questo processo dovrà essere mirato a detronizzare sia lo Stato che il Capitale dalle loro posizioni di domino e, al contempo, alla conquista del potere sovrano da parte delle società civili. A questo scopo, è importante che le società civili contemporanee si concentrino sullo sviluppo di forme organizzative funzionali per uno scenario post-Stato e post-Capitale, piuttosto che perder tempo in inutili recriminazioni sull’agire dei propri avversari. Oggi è un buon momento per ricominciare a far fluire il processo di immaginazione sociale e di pensiero utopico che sembrava essersi ormai prosciugato negli ultimi anni.

Dall’altro lato, non dobbiamo dimenticarci di un altro significato della parola sovranità, esplorato a suo tempo da Gerges Bataille. Bataille notava come il carnevale, in cui gli individui si concedevano l’esperienza emancipatoria del proprio eccesso, non avesse niente a che fare con la guerra civile, in cui l’aggiustamento del sistema sociale impone il proprio eccesso sugli individui, annichilendoli. Secondo Bataille, la sovranità è l’opposto dell’affermazione del potere dell’uno su un altro, essendo piuttosto la rinuncia agli stretti confini della propria identità. Come notato sin dai tempi del Movimento dello Spirito libero in epoca medievale, è solo attraverso l’esercizio dell’amore (più esattamente, di un amore eccessivo), che l’individuo è in grado di conquistare una propria sovranità. In questo senso, gli individui che oggi compongono le società civili dovrebbero ricordare come i processi di lotta sociale devono sempre e necessariamente andare in parallelo con processi simili all’interno delle vite individuali che vi prendono parte. Non c’è nessun vantaggio nell’avocare la totale sospensione della legge attraverso una vera e propria guerra civile, se questa stessa strategia dovesse portare all’annichilamento della possibilità di emancipazione individuale di chi vi sia coinvolto. Come era solito dire Ernesto Guevara, «bisogna essere duri, senza perdere la tenerezza».

Le società civili contemporanee si trovano di fronte a una doppia sfida. Da un lato, il doversi elevare con ogni mezzo necessario al di sopra del sistema ormai delegittimato della legge liberale, con l’obiettivo di imporre il proprio primato sulla regola dello Stato e del Capitale. D’altro lato, il dover condurre questa lotta in maniera da consentire a ciascun individuo di elevare se stesso/a al di sopra della socialità astratta e deumanizzante implicita nel populismo della definizione stessa di «società civile». Probabilmente, un buon metodo per procedere lungo questo percorso sarebbe quello di concentrarsi sulle tattiche di diserzione piuttosto che su quelle di occupazione. Disertando i processi tramite i quali sia la legge che lo Stato e il Capitale si autoriproducono, la società civile potrebbe mettere in atto una dirompente sospensione del potere dei suoi avversari. Al contempo, questo movimento di diserzione potrebbe essere indirizzato verso la creazione di comunità federative di liberi individui, focalizzate sulla soddisfazione dei bisogni e dei desideri dei propri membri. Tenendo sempre in mente che la mera sostituzione di una legge per un’altra, di un’astrazione per un’altra, di un dominio per un altro, non sono altro che crudeli perdite di tempo.

Tutto tranne democrazia

Tutto tranne democrazia

8 novembre 2011 – 17.38

Sta succedendo qualcosa. Qualcosa che va oltre la crisi economica: sembra più che altro una crisi di  sovranità. E non è la questione di lana caprina che tanto sembra preoccupare i nostri editorialisti di punta, ovvero se sia giusto o meno farsi commissariare dalla UE e dall’FMI rinunciando così – formalmente e pro-tempore – al possesso delle nostre stesse chiavi di casa. E’ qualcosa di più profondo, una trama nella trama che si può provare a spiegare in molti modi diversi, ma che non è prudente lasciare che si dipani mentre l’attenzione generale si concentra su alcuni personaggi e non su altri.

L’interesse che i mercati finanziari e le istituzioni globali dimostrano da qualche tempo nei nostri confronti è sotto gli occhi di tutti, certo, ma non è che la parte superiore dell’iceberg, quella sberluccicante sotto ai raggi del sole. I giornali e le televisioni (chi più, chi meno) ci spiegano che siamo commissariati da una terna di ferro, composta dal Fondo Monetario Internazionale, dall’Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea (BCE). Un accerchiamento totale al quale il gioco della speculazione internazionale ci consegna senza possibilità di fuga. Per il nostro stesso interesse – si dice – e per quello dei sottoscrittori del nostro debito dobbiamo realizzare una serie di riforme. E poiché non siamo più credibili, forti pressioni costringono il Governo in carica a rassegnare le sue dimissioni, nonché tutto un popolo a rinunciare alla propria autodeterminazione. Mutatis mutandis è più o meno quanto è accaduto in Grecia.

Il principio più incredibile che viene sostenuto senza il benché minimo stupore sarebbe quello secondo cui la politica da sola non può realizzare misure impopolari, perché avrebbe il timore di giocarsi il consenso elettorale, per cui sarebbe imperativo affidare le riforme necessarie a un governo di larghe intese, oppure al cosiddetto governo tecnico, magari sotto la direzione di un podestà forestiero. Cosa significa? Se i rappresentanti del popolo, democraticamente eletti, non sono in grado di introdurre una o più misure ritenute necessarie, perché i cittadini non le vogliono, allora va da sé che quelle misure non rappresentano l’espressione della volontà popolare. Dunque, in una democrazia, non dovrebbero essere adottate, o dovrebbero essere posticipate magari dopo l’approvazione di un qualche emendamento condiviso. Il concetto che si sta facendo passare, invece, è che esistono riforme che devono essere realizzate a tutti i costi, al di là della volontà popolare. In altre parole, si sostiene che se la classe politica non è in grado di farsene carico, perché i cittadini non le vogliono, allora deve farlo qualcun’altro. Si materializza cioè per brevi istanti, come in un episodio di Star Trek, una volontà terza e invisibile che prende le decisioni passando sopra ad ogni definizione di democrazia comunemente intesa. Una oligarchia nascosta. O, meglio, una sinarchia.

Quando la Grecia, non molti giorni fa, ha provato a forzare la mano sulla propria sovranità popolare, annunciando un referendum sulle misure della cosiddetta austerity, il sistema bancario internazionale ha reagito minacciando di non tagliare più il debito pubblico del 50%. George Papandreou è stato quindi convocato a una riunione preliminare del G20 ed è stato costretto a ritirare la proposta referendaria. Ma a quella stessa riunione precongressuale, un altro coinvitato eccellente era sotto torchio insieme al primo ministro greco: il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi. Date queste premesse, è davvero singolare che il governo greco sia caduto un paio di giorni fa, subito dopo la convocazione al G20, e che quello italiano stia per rassegnare le dimissione pressocché simultaneamente. Ancor più singolare se si prendono in considerazione i punti in comune tra le alternative avanzate in entrambi i casi per rimpiazzare gli esecutivi: due governi tecnici guidati da uomini esterni al meccanismo del consenso popolare, cioè due podestà forestieri: Mario Monti e Lucas Demetrios Papademos.

Entrambi hanno una formazione consolidata da una lunga permanenza all’estero, negli Stati Uniti. Mario Monti si laurea alla Bocconi ma si specializza all’Università di Yale, mentre Papademos si laurea in fisica e in ingegneria presso il Messachussetts Institute of Technology, dove consegue anche un master in economia. Insegna poi alla Columbia University dal 1975 al 1984 dove, in quegli stessi anni, sta concludendo il suo ciclo di insegnamento anche un signore di nome Zbigniew Brzezinski. Di origini polacche, politologo e geostratega, Brzezinski di lì a poco andrà ad occupare un posto estremamente importante per il governo di Jimmy Carter: dal 1977 al 1981 sarà nel Consiglio di Sicurezza Nazionale americano (NSA), influendo con la sua analisi strategica sul rapporto che gli USA avranno in tutti i processi di trasformazione politica più delicati della nostra storia, dall’invasione sovietica dell’Afghanistan alla guerra fredda fino alla conversione dell’Iran da alleato degli States a nemico giurato. Segnatevi dunque questo nome: Brzezinski, perché fra poco ne riparleremo.

Le carriere di Monti e di Papademos proseguono di buona lena. Il primo diviene dapprima rettore e poi, alla morte di Spadolini, presidente della Bocconi di Milano. E’ International Advisor per Goldman Sachs dal 2005, nonché presidente del think-thank Bruegel, finanziato da 16 Stati e 28 multinazionali con lo scopo di influire privatamente sulle politiche economiche comunitarie. Nel 2010 Barroso gli commissiona un libro bianco sul futuro del mercato unico. Il secondo, il greco, nel 1980 diviene un economista senior della Federal Reserve Bank di Boston e poi della Banca di Grecia, di cui assume la carica di Governatore. Poi addirittura vice Presidente della BCE. E’ proprio Papademos a traghettare Atene dalla drachma all’euro. Curioso che adesso sia indicato come la personalità più adatta a rimediare ai danni che, in qualche modo, ha contribuito a produrre.

E’ qui che entra in gioco Zbigniew Brzezinski perché è lui che, nel 1973, viene incaricato da David Rockfeller di avviare un nuovo gruppo di lavoro: la Commissione Trilaterale (The Trilateral Commission). Nata con l’intento dichiarato di sviluppare i rapporti tra gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone, la Commissione Trilaterale è un’organizzazione non governativa e apartitica dove sostanzialmente si discutono le politiche migliori per agevolare le relazioni di interdipendenza reciproca, culturali e – perché no – d’affari. Un luogo di incontro dove i potenti, insomma, possono discutere di ciò che è bene per il mondo senza perdersi nelle lungaggini imposte dai parlamenti e dalle burocrazie diplomatiche. Un club. Un club con tre cariche fondamentali in rappresentanza del Nord America, Giappone ed Europa, quest’ultima ricoperta proprio dal nostro Mario Monti. Che soddisfazione! Ed è certamente significativo che tra i membri della Commissione Trilaterale, dal 1998 figuri anche Lucas Papademos, in virtù dei rapporti che è ragionevole supporre abbia sviluppato negli anni in cui insegnava alla Columbia University insieme a Zbigniew Brzezinski.

A onor del vero, se l’idea che la Commissione Trilaterale ha della democrazia deriva da quella dei suoi fondatori, non c’è da stare eccessivamente rilassati. Sul St. Petersburg Times, il 2 agosto 1974, Brzezinski pubblica le conclusioni di un rapporto dal titolo molto esplicativo di “The Crisis of Democracy”: la crisi della democrazia. Il rapporto evidenzia come negli Stati Uniti l’efficienza della Casa Bianca fosse inficiata da un eccesso di democrazia e come, fin dagli anni ’60, i governi dell’Europa dell’est fossero letteralmente sopraffatti dall’eccessiva partecipazione e dalle richieste che le burocrazia farraginose non erano in grado di smaltire, rendendo di fatto i sistemi politici ingovernabili. Il rapporto rimanda a una decisione politica adottata dalla Francia in semisegretezza, senza nessun dibattito pubblico aperto e altamente lobbizzata e conflittuale. Sembra che molti tra i membri della Commissione Trilaterale avessero un ruolo di rilievo nell’amministrazione Carter e fossero molto influenzati dal rapporto di Brzezinski.

Dunque abbiamo due governi che stanno cedendo simultaneamente il passo alle pressioni internazionali. E abbiamo due podestà forestieri, strettamente legati al mondo della finanza, dei mercati, delle banche ed entrambi membri della Commissione Trilaterale dei Rockfeller. Tutti e due sono in prima linea nella corsa a sostituirsi a due governi democraticamente eletti per prendere decisioni dichiaratamente impopolari. Ovvero, per definizione, contrarie alla volontà popolare.

Come se questa emorragia di rappresentanza democratica non bastasse, un altro gruppo di lavoro sovranazionale fondato sulla segretezza delle proprie risoluzioni, il gruppo Bilderberg, nell’ultima esclusiva riunione tenutasi nel giugno di quest’anno a St. Moritz ha accolto tra i propri ospiti proprio Mario Monti e, tra gli altri, Giulio Tremonti, forse la più acuminata spina nel fianco della maggioranza, artefice della paralisi che si è infine consumata nella dèbacle parlamentare di oggi.

Non c’è democrazia senza trasparenza, né può esservi in mancanza di un mandato popolare forte ed esplicito. Tutto può essere, tranne democrazia, la requisizione del nostro diritto di rappresentanza in nome di logiche che vengono assunte a porte chiuse, nelle sedi elettive dove si tutelano interessi privati, dove una ristretta èlite decide le sorti di interi popoli senza che a questi venga garantita una chiara percezione delle cose. Per questo dico che la sovranità popolare, in questo momento, è un concetto chimerico che sta cedendo il passo a una sinarchia di fatto, ovvero un governo ombra che in termini di real politik è sempre esistito, ma che sta diventando dominante, al punto che i suoi effetti iniziano a diventare palesi.

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