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CALIPARI, GLI USA E IL G8 SECONDO MALABARBA

CALIPARI, GLI USA E IL G8 SECONDO MALABARBA

Di Alessandro Mantovani

Luigi Malabarba

Gigi Malabarba non è di quelli che girano attorno alle cose. Da tempo dice che Nicola Calipari è stato ammazzato deliberatamente per dare un segnale all’Italia sulla questione degli ostaggi, e il mandante morale dell’omicidio si chiama John Negroponte, lo strapotente capo supremo dei servizi Usa per il quale era stato organizzato il posto di blocco volante sulla via dell’aeroporto. La sua, scrive, «è una convinzione istituzionale». Per l’anniversario della sparatoria Malabarba ha fatto un libro-intervista (2001-2006: Segreti e bugie di stato. Il partito americano e l’uccisione di Calipari, scritto con Alessio Aringoli, Edizioni alegre) in cui racconta l’esperienza di un ex operaio trotzkista licenziato dall’Alfa di Arese a tu per tu con gli 007, il bilancio di una legislatura nella quale ha fatto parte, con Berlusconi al governo e la guerra in Iraq, del comitato parlamentare cosiddetto «di controllo» sui servizi segreti (il Copaco), con tanto di missione a Langley negli Usa negli uffici della Cia guidati dal presidente Enzo Bianco. C’era anche Calipari e Malabarba racconta che, prima di entrare, smontò il telefonino per non farselo clonare dai colleghi americani. Malabarba parte dal G8 e spiega la regia di Gianni De Gennaro, nonché le promozioni-premio ai protagonisti della repressione di Genova, si sofferma sui sequestri in Iraq e sull’omicidio Calipari ma analizza anche una vicenda come l’omicidio di Davide Dax Cesare e le botte della polizia e dei carabinieri ai suoi compagni del centro sociale Orso, all’ospedale San Paolo. Il libro, con una correzione in extremis, ha denunciato la costituzione, all’interno del Sisde, di un misterioso super-reparto centrale che si chiama Roc, Raggruppamento operativo centrale, che richiede qualche spiegazione da parte di Silvio Berlusconi e Gianni Letta perché non risulta che sia stata un’iniziativa segreta del generale Mario Mori. Solo che per comunicarlo al Copaco ci ha impiegato quattro anni. L’altra denuncia di Malabarba è proprio questa: i poteri insufficienti di un organismo di controllo che non può conoscere i bilanci né le piante organiche dei servizi, dunque ha le mani legate anche quando le intenzioni dei parlamentari possono essere le più lodevoli. La sua proposta, assai ragionevole, è di importare il sistema in vigore negli Stati Uniti, dove lo speciale Select Commitee del Congresso dispone di prerogative assai più penetranti. In coda al libro c’è la postfazione di Heidi Giuliani, la mamma di Carlo, alla quale il senatore, che non ne può più, lascerà il posto a Palazzo Madama. E un contributo di Gianni Cipriani.

Le tesi del capogruppo Prc, leader con Salvatore Cannavò della corrente «Erre» che fu di Livio Maitan, sono spesso discutibili e a volte inaccettabili. Il capo della polizia Gianni De Gennaro è dipinto come una sorta di «longa manus» del «partito americano», che non si preoccupò nemmeno di Giuliana Sgrena e promuove i più pericolosi progetti di riassetto dell’intelligence, protagonista di un sordo conflitto con il Sismi di Pollari. E’ un po’ troppo semplicistico. E Repubblica è bersagliata da accuse esplicite di scrivere «sotto dettatura» del medesimo «partito americano», che sembrano sopra le righe. Ma la testimonianza di Malabarba è ugualmente preziosa: «Io – dice all’inizio – gli apparati dello stato li ho incontrati molto spesso in tanti anni di militanza. Forse più che di incontro dalla fine degli anni sessanta posso parlare di `scontro’, di piazza prevalentemente ma non solo. `Loro’ erano i cani da guardia del potere che combattevo, sia nella facciata democratica istituzionale che in quella golpista e piduista eversiva». Malabarba non ha cambiato idea, né su quegli anni né su altre cose. Però ha incontrato Nicola Calipari. «Un conto è avere Scelba al Viminale – dice ancora nel libro-intervista – un conto è non averlo».

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