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Stati Uniti

UNILATERALISMO – Quando un impero entra in crisi

UNILATERALISMO – Quando un impero entra in crisi

VENERDÌ 15 SETTEMBRE 2006 – Diario di Repubblica

La questione del
Libano, la guerra
al terrorismo e
poi Iraq e Iran
Come gestirli?

Ecco come
l’America oggi deve
ricorrere agli altri
paesi per evitare la
sconfitta strategica.

Unilaterali quando si può, multilaterali quando si deve. A ben guardare, i due termini così di moda nel gergo politico, non esprimono necessariamente un’opposizione di principio. Sono prassi, prima che ideologie. L’esperienza insegna che le grandi potenze subiscono la tentazione di fare da sole, salvo poi disporsi a  guidare coalizioni formate a difesa dei propri interessi (unilateralismo puro o mascherato), mentre i più deboli oscillano tra l’isolamento e la partecipazione ad alleanze che non possono dominare, ma solo condizionare (multilateralismo).
Si tratta ovviamente di idealtipi molto astratti: qualsiasi potenza deve in ogni caso tenere conto dell’ambiente
in cui opera, dunque non può mai darsi unilateralismo (solipsismo) assoluto. In questo schema, gli Stati Uniti incarnano il primo modello, l’Italia e gli altri alleati europei il secondo. Così almeno è stato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ma dagli anni Novanta e soprattutto dopo l’11 settembre questa costellazione occidentale – l’America al centro e i satelliti europei ad orbitarle intorno a distanze prestabilite – mostra sintomi di collasso.
E’ successo che dopo aver dominato mezzo mondo – appunto l’Occidente – gli americani hanno pensato di poter ordinare secondo i propri interessi e princìpi anche l’altra metà del pianeta, quella che fino al 1989 obbediva agli ordini di Mosca o ne era fortemente influenzata (Terzo Mondo incluso).
Di questo senso di missione si nutre l’ideologia e la prassi neoconservatrice, tuttora influente a Washington a dispetto delle dure repliche della storia.
Uno degli ideologi dell’“impero americano”, Charles Krauthammer, teorizzava qualche anno fa il “momento
unipolare”. Gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di plasmare il resto dell’umanità a propria immagine e  somiglianza. Il mondo essendo una sorta di America in potenza che attendeva di essere fecondata dai valori e dallo stile di vita a stelle e strisce. Non era così. E se mai lo è stato, non lo è più.
Quanto agli alleati europei dell’America, dopo il suicidio dell’Urss e ancor più dopo l’11 settembre hanno dovuto elaborare il lutto di non essere più decisivi per gli interessi americani, almeno non quanto lo erano in regime di cortina di ferro. Gli Stati Uniti sprezzavano ormai l’Alleanza atlantica, che per decenni fu la vera bandiera degli europei occidentali (Francia inclusa, anche se non lo poteva ammettere). Tanto da assegnare i voti agli europei in base alla loro utilità marginale per gli Usa: il gruppo dei “buoni”, cioè degli asserviti, era qualificato “Nuova Europa”, gli altri, inutili o recalcitranti, erano relegati nel girone veteroeuropeo.
Negli ultimi tre anni è accaduto l’impensabile (per Bush): subito dopo aver cantato vittoria, l’America ha cominciato a perdere la “guerra al terrorismo”.
Ha scoperto che non tutto il mondo aspira a diventare un satellite Usa. E se pure non può ammettere la sconfitta […] la Casa Bianca si è resa conto di dover ricorrere agli altri per evitare che il grave rovescio in Iraq produca una catastrofe strategica. Se non è già troppo tardi.
Per Bush siamo quindi nella fase della socializzazione delle perdite. Ossia del multilateralismo coatto. Una nazione che di norma aborrisce le alleanze in quanto teme che finiscano per condizionarla – ciò che è
inevitabile in qualsiasi coalizione – è costretta a chiedere soldi e soldati per tenere in piedi il suo impero a credito, fondato sul rastrellamento di risorse esterne a sostegno della propria economia, della propria sicurezza e quindi della propria influenza nel mondo.
La Cina, la Russia, l’India – ma anche nemici dichiarati come l’Iran, il Venezuela o la Corea del Nord – l’hanno capito e ne profittano per guadagnare posizioni nella gerarchia globale.
Sembra scoccata dunque l’ora dell’Europa. Sarebbe il momento di enfatizzare il “lato” europeo in un contesto sempre più accentuatamente “multilaterale”. Di unirsi per pesare di più nel rapporto con l’America e sulla scena del mondo. Accade il contrario: assistiamo dopo l’Ottantanove alla rinazionalizzazione della
politica estera dei singoli paesi europei. Dopo avere progressivamente svuotato alcuni Stati membri di prerogative fondamentali, come il batter moneta, non abbiamo costruito quella casa comune che pure
molti di noi continuano a sognare.
Anzi, abbiamo integrato nella famiglia comunitaria diversi piccoli paesi dell’Est appena costituiti in Stati (ad
esempio Slovenia, Lituania, Lettonia, Estonia, Cechia, Slovacchia) o un paese più grande ma traumatizzato da una lunga storia di oppressione straniera, come la Polonia: tutte nazioni che vivono oggi il loro  Risorgimento (o semplicemente il loro sorgimento). E non inclinano quindi a sciogliere le sovranità appena conquistate in un’entità sovraordinata.
Quanto alle maggiori potenze europee, dalla Francia alla Germania alla Gran Bretagna, continuano a muoversi in ordine sparso. Né potrebbe essere altrimenti, dato che i loro leader rispondono agli elettorati
nazionali – da cui vengono eventualmente revocati – non a una inesistente constituency europea. Ultimo esempio il Libano, con la Francia in extremis sul terreno – quasi costretta dal protagonismo italiano –
la Germania al largo e la Gran Bretagna a casa. Un esempio ancora più rilevante è il negoziato con l’Iran, dove quei tre paesi marciano compatti, ma senza gli altri ventidue.
Risultato: il “multilateralismo europeo” si esprime dentro l’Unione Europea, non fuori di essa. Dal punto di vista americano è la migliore Europa possibile: sufficientemente stabile da non suscitare l’incubo di una nuova Normandia, e insieme abbastanza divisa, in modo da consentire a Washington di coltivare venticinque
rapporti bilaterali in posizione dominante piuttosto che una sola relazione transatlantica su basi paritarie.
L’Italia vive con particolare sofferenza questa crisi. La nostra vocazione multilaterale è sincera. Nella storia moderna l’abbiamo portata al parossismo, cambiando spesso lato nel corso della medesima guerra
(così nelle deflagrazioni mondiali del 1914-18 e del 1939-45). Non coltiviamo sogni di grandezza nazionale, anche perché nel recente passato sono finiti in incubo. Cerchiamo disperatamente di aggrapparci a  un’Europa di cui spesso discettiamo come se davvero fosse un soggetto geopolitico, un global player.
Se le parole non diventano fatti, i “fatti” diventano parole. E’ questo il rischio maggiore, per chi tra noi non ha ancora rinunciato a concepire un progetto europeo: a forza di evocarla senza definirla, finiremo per pensare che l’Europa esista davvero e agisca per tale. Ma forse è già successo. E preferiamo non accorgercene.
Quanto al resto del mondo, ha già tanti lati da poter sopravvivere senza un lato europeo.

UNILATERALISMO.

NON pochi autori tenderebbero addirittura a vedere nella politica indiscutibilmente internazionalista degli Stati Uniti dopo il 1945 il tentativo egemonico di ampliare il loro ordinamento giuridico nazionale in un  ordinamento globale, ossia di sostituire il diritto internazionale con quello nazionale: “L’America promosse l’internazionalismo e il multilateralismo per il resto del mondo, non per sé”. In questa prospettiva, perfino la politica in senso internazionalistico di Roosevelt e Wilson, che entrarono entrambi in alleanze oltre Atlantico,
abbandonando con ciò l’isolazionismo della “dottrina America-First” e implicandosi come alleati nella politica delle potenze europee, si avvicina all’unilateralismo di Bush. Questi sembra ereditare contemporaneamente tutt’e due le tradizioni, l’idealismo dell’America missionaria e il realismo di Jefferson, che aveva messo in guardia dalle entangling alliances.

Discussione

Un pensiero su “UNILATERALISMO – Quando un impero entra in crisi

  1. ottimo post

    Pubblicato da Wilton Corron | 19 luglio 2011, 09:38

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