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Imparare a dire no

Imparare a dire no

John Berger

Internazionale – n. 905 – 8/14 luglio 2011

John Berger

John Berger

John Berger è uno scrittore, giornalista e critico d’arte inglese. Tra i suoi libri pubblicati in Italia “Presentarsi all’appuntamento” (Libri Scheiwiller 2010) e “Abbi cara ogni cosa” (Fusi orari 2007). Il titolo originale di questo articolo è “The need to learn”.

Osservazioni sul bisogno di apprendere e l’ignoranza involontaria. No, non è un tema da esame di pedagogia. E’ il titolo del resoconto di alcuni fatti accaduti nel corso dello stesso fine settimana.

Venerdì 13 maggio 2011 sulle Alpi francesi c’era la luna piena e l’aria era così limpida che potevi vederne i crateri a occhio nudo. A New york, Dominique Strauss-Kahn, presidente del Fondo Monetario Internazionale e probabile candidato del Partito Socialista alle elezioni presidenziali francesi, aveva prenotato una suite da tremila dollari a notte al Sofitel Hotel di Manhattan.

Sabato 14, più di mille persone provenienti da tutta la Francia si sono ritrovate nella cittadina di Thorens-Glières, in Alta Savoia, per partecipare a un “appuntamento di cittadini” per discutere ed esaminare la storia e le strategie della resistenza armata e politica.. Vari veterani della resistenza francese contro l’occupazione tedesca hanno parlato tranquillamente delle loro esperienze di settant’anni prima. Non è stata un’occasione per lanciare una campagna politica. E’ stata una discussione pubblica, aperta e intergenerazionale, sui comportamenti e gli strumenti di protesta di fronte a ciò che è inaccettabile.

Nel pomeriggio di quello stesso sabato una pattuglia della polizia di New York scortava Strauss-Kahn fuori da un aereo che stava per decollare diretto a Parigi. Strauss-Kahn viaggiava in business class con una prenotazione fatta diversi giorni prima. Lo arrestavano per indagare sul tentato stupro di cui era accusato.

La mattina presto di domenica 15 maggio cinquemila persone hanno cominciato a raggiungere, per lo più in automobile, il plateau des Glières, che è a un’altitudine di 1.500 metri sopra la città di Thorens.

plateau des glières

plateau des glières

Era un mattino freddo, nuvoloso e ventoso. Sull’altopiano c’è una monumentale scultura dedicata alla resistenza armata francese contro i nazisti tedeschi, i fascisti italiani e il governo collaborazionista francese di Vichy tra il 1943 e il 1944. E’ considerato un sito storico ed è meta di pellegrinaggio.

La strada che porta all’altopiano è lunga, stretta e tutta tornanti: E’ una zona selvaggia – selvaggia in senso geologico – scoscesa, frastagliata, cupa, rocciosa. Per salire bisogna cambiare di continuo direzione. Può far pensare ai percorsi tortuosi della storia.

La Savoia è stata l’unica regione della Francia a liberarsi da sola dall’occupazione tedesca, senza l’aiuto di truppe straniere. Le forze della resistenza erano formate da gruppi di diverso orientamento politico provvisti, per lo più, di armi e munizioni paracadutate sul plateau dai caccia della Raf con spedizioni dirette dal Generale de Gaulle, che operava da Londra.

A un battaglione locale di quattrocento partigiani era poi affidato il compito di trovare e distribuire le armi. Contradditorietà dei messaggi, finalità contrastanti, spie e forti nevicate portarono alla morte più di un quarto del battaglione. Prima di morire molti uomini furono torturati dalla Milice, la polizia politica di Vichy.

Non è un monumento al fulgore della vittoria, ma alla testarda determinazione a resistere. Nel corso di quella mattinata domenicale i momenti di sole sono stati rari e brevi. A causa delle nubi gelide e nebbiose, per buona parte del tempo la visibilità era ridotta a poche centinaia di metri e il monumento era nascosto.

Accanto a un edificio di pietra usato come rifugio da sciatori di fondo e occasionali pellegrini era stato montato un piccolo podio di legno, con una fragile copertura di tela, destinato agli oratori che avrebbero parlato ai cinquemila presenti. Era poco più grande di un teatrino dei burattini. C’erano due microfoni, il tettuccio sbatteva nel vento e, un po’ più in là, alcuni altoparlanti montati su lunghi pali rivolti verso il pendioroccioso dovei partecipanti al raduno avevano cominciato a sistemarsi e a sedersi sull’erba con le giacche a vento chiuse fino al collo. Chi voleva essere più vicino al palco era rimasto in piedi. Le giacche a vento erano di molti colori e le persone di età diverse.

Cosa li aveva portati lì?

Dopo la liberazione nel 1944 il Consiglio Nazionale della Resistenza pubblicò un documento in cui si delineavano i tratti della Francia che ora si poteva costruire: un paese caratterizzato da sicurezza sociale, un sistema scolastico libero e di alto livello, servizio sanitario pubblico, condizioni di lavoro e salari garantiti, con mezzi d’informazione indipendenti dal governo e dalle grandi imprese.

Attraverso scontri e confronti continui tale piano fu portato più o meno a compimento tra il 1946 e il 1952. La Francia diventò un paese con una certa giustizia sociale e responsabilità democratica, impegnato in dibattiti continui, sul mantenimento o il potenziamento di tale giustizia. La situazione è rimasta stabile fino agli anni ottanta.

Poi il nuovo ordine economico della globalizzazione, delle multinazionali e dell’egemonia del capitalismo finanziario, fondato su speculazione e debito, ha preso ad avanzare come un gambero in tutto il mondo fino a raggiungere la Francia. I partiti politici della sinistra e della destra hanno cercato di negoziare e tergiversare, poi si sono arresi. Il vocabolario politico è cambiato. La flessibilità ha spinto via a gomitate la solidarietà. La Francia caratterizzata da una certa giustizia e fraternità ha cominciato a sgretolarsi e nessuno si è preoccupato a ripararla.

Nel 2007, con l’elezione di Nicolas Sarkozy alla presidenza, le prospettive economiche e sociali sono radicalmente cambiate. L’intero istituto della sicurezza e della giustizia sociale, fatiscente, appassionato, sconclusionato, è stato sistematicamente e rapidamente smantellato. Secondo Sarkozy e i suoi consulenti tutto ciò che esso rappresentava era ormai obsoleto.

Metà delle persone sull’altopiano si era portata un ombrello. C’era chi ne aveva portati due. Quando si è messo a grandinare, li hanno aperti e hanno offerto quelli di scorta alle persone in piedi o sedute lì accanto che non ce l’avevano.

Durante la campagna elettorale, Sarkozy fece una visita (molto publicizzata) al plateau, dove annunciò che, se fosse stato eletto presidente, sarebbe tornato una volta all’anno per rendere omaggio agli eroi della Resistenza. Fra l’altro disse che quel luogo aveva una sua particolare “serenità”.

Al che vari sopravvissuti della guerra di resistenza, in collaborazione con attivisti sociali più giovani, hanno creato un’associazione di resistenza di ieri e di oggi, che invitava i cittadini a recarsi sul plateau ogni mese di maggio, in una data convenuta, per esprimere la loro opposizione allo smantellamento della Francia nata dalla lotta di resistenza.

Ecco perchè quelle cinquemila persone si trovavano lì sull’altopiano, in piedi o sedute, ad ascoltare, fare e porsi domande, una domenica mattina.

Niente striscioni, bandiere o slogan. Solo parole, frasi, che uscivano dagli altoparlanti e si propagavano nell’aria di montagna e nel vento battente. A un certo punto la grandine è cessata. Per qualche istante è brillata tiepida la luce del sole. Poi la grandine ha ripreso a cadere a chicchi più grandi. Quindi ha smesso di nuovo. Tra un discorso e l’altro regnava il silenzio vigile tipico degli animali che, lanciato il loro richiamo, aspettano di sentire se da lontano arriva una risposta.

Le parole descrivevano le esperienze. Le parole di Walter – arrestato a diciassette anni dai tedeschi  e mandato nel campo di concentramento di Dachau – hanno ricordato i compagni che non sono più tornati.

Le parole di Jean-Pierre hanno descritto il trattamento che oggi ricevono in Francia i lavoratori stranieri privi di documenti.

Le parole di Didier hanno detto il prezzo del latte pagato dalle multinazionali agli allevatori di vacche e hanno spiegato che nei loro contratti c’è una clausola che gli vieta di protestare.

Le parole di Radia hanno denunciato le torture che subiscono i combattenti per la libertà arrestati in Tunisia dalle forze di sicurezza ancora al potere.

Ogni parola, così come le persone che le ascoltavano, aveva i piedi per terra.

Corine lavorava come cassiera in un supermercato della vicina città di Albertville. Era lì con cinque colleghe e le sue parole sono servite a testimoniare il loro rifiuto di lavorare la domenica per poter trascorrere la giornata con i figli. Tutte e cinque rischiavano di essere licenziate.

La domanda posta da tutte le parole era: come facciamo a dire no? Come facciamo a dire sempre no?

Quello stesso pomeriggio, a Madrid, è cominciata l’occupazione di Puerta del sol organizzata da giovani che protestavano contro i brutali tagli alla sicurezza sociale imposti al governo spagnolo dal Fondo Monetario Internazionale. Di lì a poco altre occupazioni sarebbero seguite in altre città spagole. Questo movimento spontaneo di giovani indignati è stato immediatamente chiamato 15-M, per 15 Maggio.

Quello stesso giorno, a New York, alcune ore dopo, Strauss-Khan veniva portato fuori da una stazione di polizia di Harlem, ammanettato, disperato, detenuto in attesa di processo. Su questo scandalo sono già state scritte innumerevoli parole. Probabilmente quel che è davvero successo tra lui e la cameriera d’albergo nella suite del Sofitel Hotel non sarà mai chiaro. Eppure quasi nessun commentatore ha specificato che, innocente o colpevole, qualunque cosa abbia o non abbia fatto, Strauss-Khan era – se teniamo presente il luogo, le circostanze e il momento storico – incredibilmente inconsapevole delle probabili o possibili conseguenze di ogni sua mossa. Ignoranza e innocenza sono due cose molto diverse. A volte, però, hanno in volto la stessa espressione. Come si spiega un’ignoranza simile?

E se la spiegazione non fosse né morale né clinica, bensì ideologica? Il Fondo Monetario Internazionale, di cui Strauss-Khan era direttore, procede secondo una logica sofisticata, rarefatta, concentrata sul virtuale, una logica che specula su rischio, tendenze e calcolo della redditività, sulla costante della fiducia perennemente elusiva degli investitori. Per una visione del mondo così aerea quel che succede sul terreno, come ogni forma di danno collaterale, è marginale e irrilevante. Di solito, secondo questa logica, può essere ignorato.

L’ultima persona a prendere la parola sul plateau des Glières è stato un giovane. Di sicuro era la prima volta in vita sua che si rivolgeva a così tanta gente. Le sue parole hanno descritto l’esperienza di lavorare a Parigi con i senzatetto che occupano gli edifici vuoti.

Ha concluso il suo resoconto, schivo come un botton d’oro (il botton d’oro cresce sull’alpeggio a quella quota e, se lo raccogli e lo metti in un bicchiere, piega quasi subito il capo), ripetendo le parole di un veterano:”Creare è resistere, resistere è creare”.

Niente più grandine. Gli ombrelli erano chiusi. Il vento era sempre gelido. Si offrivano sciarpe a chiunque ne volesse prendere in prestito una. Gli altoparlanti erano stati spenti. L’erba era fangosa. “Attenti a non scivolare1”, ha ammonito una nonna. E con i loro tempi i presenti hanno cominciato a discutere in piccoli gruppi di quel che avevano appreso. Appreso a proposito di esperienze sul campo.

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