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Società

Loop – n.15 ottobre/novembre 2011

Loop – n.15 ottobre/novembre 2011

La FIAT, un tempo, è stata un’impresa produttiva e territorializzata, a forte vocazione nazionale. Oggi è un algoritmo, un flusso finanziario che si muove e rimbalza da una borsa all’altra, da un continente all’altro. Nella notte dei tempi era la sinistra a essere internazionalizzata e a tenere la testa a livello delle cose del mondo., mentre l’impresa si barcamenava sul territorio. Oggi siamo noi a barcamenarci tra i residui produttivi rimasti attaccati ai luoghi mentre le imprese si sono globalizzate diventando un flusso. Ripartire da queste considerazioni significa prendere atto della partita che dobbiamo giocare nei prossimi mesi.

La rivolta non è un gesto e nemmeno un rito catartico da consumare nella manciata di qualche ora. Fuochi fatui che brillano assai e per poco tempo. La rivolta non è la guerriglia urbana, è un processo che somiglia ai volti dei ragazzi che cingono d’assedio Wall Street o che hanno animato le notti madrilene.

Tutto ciò che è stato rischia di non essere più. Il welfare, il municipalismo, persino la Costituzione, come insieme di valori extramercantili, rischiano di sparire per sempre sotto i colpi della crisi e dell’opportunismo neoliberista. Uno Stato che svende i suoi asset strategici, che privatizza i beni di famiglia, che rinuncia all’utilizzo del deficit spending e che contemporaneamente persiste nel regolare la dimensione etica del vivente, biotestamento e coppie di fatto come paradigmi del nuovo profilo statuale. La destrutturazione del welfare e l’impoverimento delle autonomie locali ci consegna un quadro drammatico in cui i servizi essenziali non saranno più assicurati. Servizi sociali, anziani, bambini, portatori di handicap, soggetti fragili e precari, donne in difficoltà, per non parlare dei nuovi bisogni rappresentati dai migranti di seconda generazione e dai nuovi flussi migratori. Soggetti, persone in carne ed ossa che rischiano di ritrovarsi da soli davanti alla pervasività della crisi. In questo senso tornare a riflettere e sperimentare forme di mutuo aiuto e soccorso, a partire dalle migliori esperienze del movimento operaio di fine Ottocento riviste alla luce delle nuove forme di lavoro, sarebbe un passaggio utile.

La messa in comune del pensare e non del pensiero, la condivisione dei saperi, la gestione collettiva dei tempi di vita, la proliferazione delle modalità progettuali open source. La cura del paesaggio dei beni comuni e del vivente, la presa in carico possono assumere un peso nella riorganizzazione sociale al tempo dello Stato minimo. Resta il tema dello spazio comune e delle funzioni pubbliche da declinare a livello europeo.

Ma ciò che è stato riguarda anche il nostro modo di concepire il posizionamento politico e sociale rispetto alla crisi. Un dibattito perverso, trilobato, cerca di spaccare ciò che dovremmo tenere insieme. Rivolta, rappresentanza, tensione verso la possibilità di potere (governo per l’alternativa) vengono continuamente spacchettati da soggettività politiche incapaci di fuoriuscire dal Novecento.

La rivolta non è gesto e nemmeno un rito catartico da consumare nella manciata di qualche ora. Fuochi fatui che brillano assai e per poco tempo. La rivolta non è la guerriglia urbana, è un processo che somiglia ai volti dei ragazzi che cingono d’assedio Wall Street o che hanno animato le notti madrilene. Un processo costituente fondato sulla riscoperta di ciò che è comune. E che cerca disperatamente di incidere e riaprire uno spazio politico reso irrespirabile dalla eterodirezione dell’economia.

Questi tre elementi non possono che camminare insieme. Solo dall’intreccio tra indignazione, stabilizzazione di nuova rappresentanza sociale e capacità di incidere sul quadro politico può nascere una fuoriuscita dalla crisi. Viceversa, la dimensione politica,  se non viene spinta e rigenerata da una propulsione di radicalià molecolare, ad alto contenuto di democrazia, resta muta  dinanzi alla potenza delle banche e delle agenzie di rating. Solo il mescolarsi di queste tre dimensioni può ridefinire le priorità e le cose giuste da fare a gni livello, a partire da un nuovo equilibrio tra ciò che è comune e ciò che rimane privato. Solo la commistione di questi tre livelli  può e deve cercare d’impedire la stabilizzazione moderata dell’Italia post Berlusconi.

Realizzare davvero lo spazio di un’alternativa di governo che sappia contenere l’ambizione di un’alternativa di società è cosa difficilissima. Ma provarci è il compito che ci spetta.

La questione non è cosa facciamo della sinistra, ma come difendiamo la nostra gente dall’urto della crisi. Una sinistra incapace di misurarsi con la responsabilità sociale che il momento storico le consegna è una sinistra che non serve a nulla. Un inutile feticcio. Un’intercapedine burocratica farcita di ceto politico in eccedenza capace solo di ingolfare il dibattito e le forme di mobilitazione delle nuove generazioni e delle nuove figure  sociali in progress. Non provarci significherebbe da subito favorire l’alternanza tra populismo e tecnocrazia, accorciare i tempi di un inveramento, quello del governo tecnico e del blocco dei produttori capitanato da Montezemolo e Della Valle. Rompere questo incantesimo, fermo agli schemi del ciò che è stato, è il compito d’oggi.

La tricotomia rivolta, rappresentanza, governo è una superfetazione molto cara alla sinistra italiana. Dobbiamo romperla. In fondo, se proviamo a cambiare latitudine, diviene un tema quasi incomprensibile. La storia del Sudamerica degli ultimi quindici anni parla una linga meticcia in cui le tre dimensioni si intrecciano e rincorrono vicendevolmente. Nel 2000 l’Argentina è stata affondata dal neoliberismo. La rivolta, quella vera, fatta di morti e feriti,  e la densificazione dei corpi intermedi nella società hanno determinato un cambio. Radicale e credibile. Che vale ancora oggi.

Un nuovo welfare capace di includere chi, da precario, non ha alcuna garanzia sociale, la cura del paesaggio e dei beni comuni, il reddito minimo, la democrazia nei luoghi di lavoro, una nuova vocazione euromediterranea per il paese, una gigantesca opera di conversione ecologica dell’intera economia, una tassazione progressiva fondata sulla patrimoniale capace di colpire le rendite, la volontà di tornare a credere alla dimensione politica e democratica di un continente che deve imparare a nuotare nel nuovo assetto geopolitico del mondo. Senza supponenza.

Perchè ciò che è stato non sarà più e gli egoismi e le piccole patrie si possono battere coltivando la dimensione comune dentro un paradigma simbolico e materiale chiamato Europa. Se sapremo metterci in cammino, se sapremo abbandonare la casa del padre, se sapremo sollevare lo sguardo all’altezza delle responsabilità, con sobrietà e determinazione, se sapremo coniugare radicalità alternativa e governo, daremo gambe e parole a un tempo nuovo. Un tempo tutto da scrivere, che gli antichi maestri non sanno più leggere. Interpretarlo con occhi nuovi è il tema del presente.

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