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PER UN MONDO MIGLIORE, di Paolo Rossi Barnard – parte prima –

ATTENZIONE: Questo testo, come altri archiviati come “note” in questa pagina ispirata all’eccezionale lavoro di Paolo Rossi Barnard, viene divulgato per l’enorme rilevanza che può avere nelle coscienze collettive. Altri testi di altri autori sono e saranno allo stesso modo pubblicati. La proprietà intellettuale, riconoscendone il diritto, limita la divulgazione su aspetti che impattano direttamente sulla libertà di pensiero e sulla presa di coscienza.

PER UN MONDO MIGLIORE

Affinché Porto Alegre non segni la partenza di un viaggio nel nulla.*

Di Paolo Barnard

EDIZIONE DEL DICEMBRE 2004

PER I LETTORI

George W. Bush ha vinto. Questo è un fatto. Ha vinto nonostante un fuoco di sbarramento forse senza precedenti nella storia del movimento progressista moderno, e cioè nonostante sia stato bersagliato da ogni sorta di critica, scandalo, fallimento, da proteste, film, documentari, scoop giornalistici, nonostante milioni di attivisti nel mondo abbiano dato il meglio di sé per rendere pubblica l’iniquità delle politiche neoconservatrici. Nonostante tutto questo, e di più, egli ha vinto. Esattamente 30 anni fa, un altro presidente americano fu costretto a dimettersi per molto meno. Richard Nixon aveva tramato e mentito agli americani; G. W. Bush ha tramato, mentito, trascinato il suo Paese in due guerre, causato la morte di almeno 104.000 persone, ha fallito nell’intento di rendere l’America e il mondo più sicuri, è implicato in scandali domestici colossali fra Enron e Halliburton, ed è protagonista di un conflitto di interessi da far impallidire il peggior Berlusconi. E ha vinto.

E mentre il Presidente americano trascina verso nuovi orizzonti di impunità l’ideologia che sta così penalizzando la collettività planetaria di uomini, donne, animali e piante, con danni forse irreparabili, altri continuano a perdere: i poveri, l’ambiente, la pace, e la stessa intelligenza umana. Continuano a perdere.

Ora, se questo, e la colossale mole di altre evidenze, non ci scuote, se non è sufficiente a farci aprire gli occhi e ad ammettere che stiamo perdendo, cosa altro lo farà? Stiamo perdendo, e riconoscerlo non è un atto di distruttivo pessimismo, al contrario, deve essere il primo, traumatico passo che il Movimento deve fare per non soccombere per sempre.

In particolare dobbiamo fermare le nostre macchine, tutte, fermare le ruote, ogni nostra azione o progetto, e riflettere su quanto segue: come hanno fatto, trentacinque anni fa, un nugolo di intellettuali, economisti e politici a progettare e poi a realizzare la più inimmaginabile sovversione di tendenza politico-sociale della Storia moderna? Come hanno saputo in sole tre decadi arrestare 250 anni di lotte dal basso e iniziare a invertirne la rotta? Come hanno annichilito le sinistre di tutto il mondo occidentale? Come hanno potuto renderci di nuovo plausibile l’inimmaginabile? E cosa sono divenute oggi quelle sparute forze di 35 anni fa? Come hanno lavorato? Come lavorano ogni giorno?

Perché non vi è dubbio che i nostri avversari noi non li conosciamo, non abbiamo dedicato che una frazione del nostro tempo a studiarne le mosse e le forze, perdendo invece anni a inveire contro le loro ‘ombre sul muro’, i Bush e i Berlusconi di questo mondo. Essi sono un esercito di cui noi ignoriamo quasi tutto. E come potremo mai combatterli?

Sto parlando delle destre economiche e finanziarie che in pochi anni, e seguendo poche ma semplicissime regole, rimanendo compatte, immensamente disciplinate, al lavoro 24 ore su 24 sempre, con oggi a disposizione i migliori cervelli della terra, con mezzi incalcolabili rispetto ai nostri, con al loro servizio praticamente tutta la classe dirigente del mondo, tutti i media che contano, e ahimè con il consenso di milioni di persone obnubilate dalla loro Esistenza Commerciale, stanno portando al trionfo l’unica interpretazione dell’esistenza oggi rimasta: il Capitalismo dei Beni di Consumo, che infatti spopola trasversalmente fra culture, religioni, ideologie e regimi politici diversi, dall’Iran alla Cina, dall’Africa al Baltico, e che attende al varco le masse derelitte dell’America Latina non appena queste avranno preso possesso di uno standard di vita decente per mezzo delle loro odierne ‘rivoluzioni’.

Dobbiamo comprendere come hanno fatto a creare un consenso talmente dilagante fra i popoli da riuscire persino a demolire la certezza del lavoro, conquistata in due secoli e mezzo di opere umane; da riuscire a renderci plausibile la privatizzazione dell’acqua, che è come se ci avessero convinto a privatizzare i nostri globuli bianchi, solo per fare due fra le centinaia di esempi. Lo hanno fatto in silenzio, lavorando incessantemente a CONTATTO CON LA GENTE COMUNE, macinando incessantemente il loro consenso, senza manifestazioni, cortei, chiasso, gesta clamorose, senza bandiere colorate e feste di piazza. Oggi, se avete l’onestà di guardavi in tasca, di osservare come vivete, cosa consumate e con quali comfort, hanno intrappolato anche voi, nonostante tutto.

Ora, per arginare una macchina mostruosa di queste dimensioni e di questa potenza, c’è una sola strada: formarci in un esercito compatto, disciplinato, immensamente abile nella comunicazione, al lavoro sempre e ovunque, a CONTATTO CON LA GENTE COMUNE nei luoghi della gente comune, implacabili, pazienti, e ben finanziati, per tentare di creare un consenso opposto a quello oggi dominante. E’ una strada in salita, poiché si tratta di invitare milioni di persone a scelte impopolari, a rinunce, a mutazioni di stili di vita importanti, e a saper vedere però la convenienza finale di un mondo più in equilibrio. Per fare ciò dobbiamo mettere da parte le differenze che separano i gruppi che formano il Movimento, dobbiamo rinunciare ai nostri individualismi per un fronte comune, unico, compatto, disciplinato, implacabile, di attivisti al lavoro ovunque. Non c’è altra strada.

Detto ciò, il documento che segue riconosce la vitale importanza dell’esistenza oggi di un Movimento, identificato nelle rappresentanze riunitesi a Porto Alegre e nei Social Forum, ma anche altrove nel mondo, capace di proporre modelli alternativi di esistenza e di sviluppo umano. Tuttavia, io vedo il suddetto Movimento ricalcare alcune delle modalità di azione che hanno portato altre esperienze, come il Pacifismo o la lotta al Neoliberismo, al sostanziale fallimento di cui sopra. Le righe che seguono vorrebbero essere un contributo affinché le falle che si stanno aprendo nel grande vascello salpato da Porto Alegre non portino al naufragio di un’altra grande, quanto vitale, speranza.

PER UN MONDO MIGLIORE

Nel 1869 nasceva il Mahatma Gandhi. Sono passati più di centotrent’anni di Pacifismo attivo, attraversati da figure straordinarie come Bertrand Russell o Martin Luther King, e da noi Aldo Capitini o Lorenzo Milani e gli altri che li hanno seguiti.

Oggi il Pacifismo si fraziona in mille gruppi, decine di migliaia di aderenti, infinite iniziative, che singolarmente hanno prodotto piccoli (grandi) miracoli. Ma complessivamente il fallimento è devastante. Non si sono fermate le guerre, le occupazioni, non si è bloccata una singola guerra sporca, e il ricorso alle armi ha carattere di pandemia. Ma peggio, la spesa militare mondiale sta rapidamente riguadagnando salute: aveva toccato nel 2001 gli 839 miliardi di dollari e dopo l’11 di settembre è destinata ad aumentare vertiginosamente. Fra gli aumenti di spesa maggiori, oltre a quello degli USA (48 miliardi di dollari previsti per l’anno fiscale 2003) c’è quello dell’Africa, nonostante tutti gli appelli al contrario. Negli ultimi dieci anni, a dispetto degli sforzi pacifisti, tutte le principali industrie belliche hanno aumentato le vendite, fra cui si segnalano: Lockheed Martin da 16,7 a 18,6 miliardi di dollari – Boeing da 6,7 a 16,9 – BAE Systems da 11,8 a 14,4 – Raytheon da 7,2 a 10,1 – Thales da 4,0 a 5,6. (1)

E ancora peggio: le guerre scoppiano con una facilità spaventevole, perché si fanno e basta, che si tratti della Palestina, dell’Afghanistan, dell’Iraq o della Costa D’Avorio non importa, con la scioccante aggiunta che oggi, forse per la prima volta nella storia moderna, le grandi democrazie si possono permettere di lanciare guerre in totale spregio delle loro stesse opinioni pubbliche, come è stato il caso dell’occupazione dell’Iraq nel 2003 che vide, anche fra i cittadini occidentali, ampie maggioranze contrarie. Mentre scrivo, infuriano da 24 a 62 diverse guerre nel mondo, a seconda della definizione che si dà di conflitto. L’11 di Settembre 2001 ha segnato la fine dei residui di speranza, sicuramente per decenni a venire, nelle lotte ai conflitti armati, nella battaglia contro la tortura politica, e nelle campagne per il disarmo.

E’ imperativo a questo punto essere onesti con sé stessi: complessivamente, il Pacifismo ha fallito.

Nel 1818 nasceva Marx. Sono passati quasi 200 anni di critica moderna al capitalismo, alla sperequazione della ricchezza, allo sfruttamento del lavoro e dell’ambiente, e una parte del mondo ne ha certamente beneficiato. Ma dai primi anni ’70 Lewis Powell, Milton Friedman ed altri pensatori economici, su ispirazione di Friederich Von Hayek e sostenuti dalle fondazioni e/o lobbies che li finanziavano, hanno pensato bene di iniziare a smontare pezzo per pezzo centocinquant’anni di progressi e ci hanno scodellato il Neoliberismo. E’ l’ideologia del libero regno del mercato sulla società degli umani, che trovò subito una certa (anche se limitata) opposizione. Ma anche questa ha fallito e dopo ventinove anni di contestazioni il Neoliberismo ha vinto. Oggi, come mai prima, i lavoratori di tutto il mondo sono ostaggi di una bolla speculativa che sposta un trilione e mezzo di dollari al giorno (3 milioni di miliardi di lire) cancellando centinaia di migliaia di posti di lavoro in qualunque Paese le capiti a tiro, e che si fa beffe della volenterosa ma esile Tobin Tax. Infatti, il numero di disoccupati nel mondo ha raggiunto il livello record di 180 milioni, secondo l’ILO (2) Oggi il prodotto interno lordo dell’intero pianeta ammonta a 31,4 Trilioni di dollari annui (circa 63 milioni di miliardi di vecchie lire) e una manciata di istituti finanziari internazionali ne possiedono la metà (!), che equivale anche a più del doppio di quanto l’intero pianeta vende e acquista in un anno, e non esiste più governo che li possa fronteggiare. (3) Dopo decenni di mobilitazioni contro la fame nel mondo ancora abbiamo: 30 milioni di morti per fame all’anno – il debito dei Paesi poveri è cresciuto dal ’96 a oggi di 400 miliardi di dollari mentre la loro fetta di commercio estero si è ridotta del 40% – ogni 15 secondi un bambino muore per mancanza di servizi igienici – dal Summit di Rio a oggi il numero di poveri è solo cresciuto, e dopo il Summit sullo Sviluppo Sostenibile di Johannesburg, alla faccia di trent’anni di opposizione, il Neoliberismo ci ha riscodellato: 1) no alla punibilità delle corporazioni per danni all’ambiente, 2) solo impegni volontari delle multinazionali per il rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori, 3) ulteriore spinta al nucleare e al petrolio nell’accordo finale, 4) nessun target fissato per le energie rinnovabili, neppure quell’1% proposto in un ultimo disperato tentativo dalla UE, 5) nessun aumento degli aiuti al Sud del mondo e nessuna nuova cancellazione dei loro debiti. (4) (5) Persino lo storico accordo del 31 luglio 2004 al WTO a Ginevra si è rivelato un inganno: annunciato come “una vittoria dei Paesi Poveri contro l’ingiustizia dei sussidi occidentali alla (nostra) agricultura e al (nostro) export..” esso è stato una beffa fraudolenta. Infatti la promessa riduzione americana del 20% dei propri sussidi all’agricoltura è solo teorica, poiché per lasciare i sussidi al livello di oggi è stato semplicemente alzato il tetto massimo consentito (49 miliardi di $ annui) così che una riduzione americana del 20% di quel tetto artificioso non intacca assolutamente quanto oggi percepiscono i contadini USA (23 miliardi di $).. così è per la UE, stesso trucco. Il numero di affamati crescerà in Medio Oriente, in Africa e nel sud est asiatico, 104 milioni di bambini al mondo non fanno neppure le elementari e 96 Paesi falliranno nel goal di garantire l’istruzione elementare a tutti entro il 2015. (5bis)

L’evidenza del fallimento su larga scala dell’opposizione al Neoliberismo è schiacciante, e la sua marcia inarrestabile è accompagnata dal tripudio dei nostri consumi. Infatti durante gli stessi ventinove anni di opposizione al mercato senza freni i nostri consumi sono raddoppiati: con una mano abbiamo tentato di frenarlo mentre con l’altra lo abbiamo ingrassato a dismisura. (6)

Tutto ciò è realmente accaduto purtroppo, a dispetto di una colossale mole mondiale di manifestazioni, marce, sit-in, contestazioni, iniziative culturali, pubblicazioni, reportage televisivi, occupazioni, disobbedienze civili, e tant’altro. E’ imperativa qui una riflessione radicale sui nostri metodi di lotta, cui accennerò più sotto.

A questo punto, immagino che a molti lettori il pensiero corra spontaneo al Nuovo Movimento, e cioè al variegato popolo di Porto Alegre e dei Forum Sociali mondiali, che è visto oggi come una grande svolta inedita, dove riporre la speranza. E questa speranza riempie l’animo dei suoi sostenitori con l’effetto inebriante di un miraggio, e il miraggio diviene certezza: il mondo si può cambiare, un Altro Mondo è in Costruzione.

Sarebbe bello se fosse così, ma la mia sensazione è che anche Porto Alegre sia destinato a un assai probabile fallimento, e per ragioni precise, che formano il contenuto di questo scritto.

Prima di continuare, preciso, a scanso di fraintendimenti, che il Forum Sociale Mondiale e le sue mille derivazioni sono fenomeni di una importanza straordinaria, oserei dire imprescindibili per il nostro futuro, ma proprio per questo vanno tutelati con grande attenzione critica.

Una premessa.

Per cominciare, sottolineo che la presente realtà spazza via gli entusiasmi, i buonismi, gli slanci egualitari, gli ottimismi e, permettetemi, gran parte dei piani di riscatto mondiale lanciati da Porto Alegre, se solo la si vuole vedere con occhi aperti.

Cosa stiamo cambiando? Forse il nostro mondo ricco e iniquo? Ma guardiamolo: siamo una colossale struttura socio-economica che ha cementato da millenni le sue abitudini nel vivere e nel dominare, ma che è soprattutto caratterizzata da un tremendo conservatorismo, che abbraccia tutte le sfere del nostro vivere, dai macro sistemi alle abitudini quotidiane dell’individuo, fin nei dettagli più sciocchi, e tutto questo forma il più formidabile muro di resistenza al cambiamento – combattiamo perennemente una guerra apocalittica (sia in termini morali che per numero di vittime innocenti) per l’accesso alle risorse che pretendiamo da secoli – le nostre economie, anche le più forti, sono sempre sull’orlo del tracollo con la spada della recessione che ci pende sul capo – la povertà è in aumento anche da noi ricchi (come negli Usa o in GB o in Italia) – la nostra disoccupazione è una cancrena mai sconfitta e sempre in crescita – l’accaparramento dell’ energia che ogni giorno pretendiamo viene ormai fatto di routine a colpi di missili Cruise – e la nostra gara per stare a galla nel club dei Paesi ricchi richiede una assoluta spietatezza col resto del pianeta, perché il nostro standard di vita non è negoziabile. Sono in guerra fra loro i nostri ipermercati a colpi di offerte speciali, i nostri sindacati, i nostri industriali, è guerra cercare un affitto decente, ottenere una TAC in tempi utili a non morire, o ripagare i nostri mutui. In altre parole, noi occidentali siamo 800 milioni di persone sempre più impaurite che difendono con unghie e denti ciò che hanno ottenuto col sangue di miliardi di poveracci, i cui fantasmi e i cui discendenti sempre più ci tolgono il respiro. Il fatto è, ed è noto, che se si pretende uno standard di vita all’occidentale su questo pianeta non ce n’è per tutti, e noi ricchi, che lo abbiamo capito da un pezzo, abbiamo già scelto: soccombano gli altri, e non si discute.

E il Movimento cambierà ciò? Vogliamo cambiare un mondo che è in rapidissima evoluzione, dove tutto muta.. eccetto noi. Noi siamo statici, sostanzialmente fermi nelle stesse modalità di lotta di decenni fa, proprio mentre i nostri avversari lavorano 24 ore su 24 con mezzi economici colossali e cervelli fini, con strategie sempre nuove per rimodellare tutta la nostra esistenza, e lo stanno facendo da 30 anni.

Questo punto merita alcune righe di particolare importanza – e la domanda è: siamo certi di aver ben presente le titaniche dimensioni, la forza e la bravura del Leviatano Neoliberista che avremmo l’aspirazione di abbattere? Ovvero: siamo sicuri di aver ben valutato il ‘nemico’ prima di declamare che “Un Altro Mondo è in Costruzione”? Più avanti entrerò nel dettaglio sui principali attori della scena Neoliberista, ma va qui ricordato che quel ‘nemico’ non si compone solo di una nicchia di potentissime multinazionali, banche, istituti finanziari, e dei loro referenti politici nel G8; esso si serve soprattutto di un network incredibilmente coordinato di gruppi di individui, professionisti, volontari, accademici, attivisti e giornalisti che hanno colonizzato ogni luogo, angolo, anfratto del nostro vivere per creare Consenso a proprio vantaggio, e sono dotati di una disciplina assoluta e di una assoluta fede nella necessità di scovare e neutralizzare i progressisti e le loro idee ovunque essi si trovino, e senza tregua, mai!, secondo le identiche indicazioni che Lewis Powell scrisse più di 30 anni fa nel suo Manifesto neocapitalista. Uniti, essi formano una macchina mostruosamente efficace e potente, la cui diffusione è planetaria. Ecco chi sono ‘gli altri’.

E hanno vinto tutte le ultime battaglie, al punto da sfoggiare oggi una arroganza incredibile. Basta leggere i contenuti dell’Omega Project, parto ultimo della ‘think tank’ londinese The Adamm Smith Institute, per verificarlo. Si tratta di un vero e proprio libretto delle istruzioni per.. governi, niente meno, dove i pensatori neoliberisti dall’Adam Smith si permettono di dichiarare: “.. questa è la vostra mappa per governare. Le tappe sono: libera scelta, concorrenza, libero mercato, meno tasse, minima regulation, libertà personali, e governi più piccoli (sic).” E i governi che fanno? Si inchinano, obbedienti. Non a caso il motto dell’Adam Smith è: “Le nostre idee erano considerate solo ieri sulla soglia della follia; oggi sono sulla soglia dei parlamenti.” Ecco chi sono ‘gli altri’.

E noi? E’ incontestabile che il Movimento abbia saputo esprimere una limitata cerchia di gruppi assai presenti e attivi, ma è altrettanto vero che la sua componente maggioritaria diviene visibile sostanzialmente in una sola istanza, la manifestazione, dopo la quale si dissolve nel proprio privato e diviene inerte. La differenza qui fra noi e loro è più che abissale.

Finora quello che il Movimento ha fatto è di lanciare un’utopia. Questa utopia è condivisa, nel senso di ‘messa in atto’, sul pianeta terra forse da qualche centinaia di migliaia di persone (che sappiamo esserci), ma per ciò che riguarda il consenso e soprattutto i comportamenti degli altri miliardi di abitanti, non sappiamo nulla, ma soprattutto loro non sanno quasi nulla o addirittura nulla di noi: l’Altro Mondo in Costruzione non è noto né condiviso dal 99,99% dell’umanità. Porto Alegre è ancora un’inezia della storia, non ce lo dimentichiamo mai, e questo non per demolire, al contrario per darci quel realismo senza cui ci sarà impossibile fare alcunché. Siamo una inezia della storia il cui potere rappresentativo è ancor meno definibile. La domanda è: chi esattamente rappresenta questo Movimento?

Alla vigilia del G8 di Genova un comunicato di un Social Forum italiano recitava: “..noi ci facciamo carico delle istanze degli sfruttati e dei poveri della terra..”. Ma di quali istanze si parla? I poveri della terra troppo spesso non hanno i mezzi né la ‘cultura’ per pensarle. Chiunque abbia fatto esperienza diretta nelle piantagioni di caffè della Tanzania, nelle raffinerie della Nigeria o fra i lustrascarpe di Santo Domingo sa che le parole sindacato, sicurezza sociale o sfruttamento occidentale lasciano i volti di chi ti ascolta indifferenti. E’ la violenza profonda di secoli di indicibile miseria che muove le loro mani e che guida i loro desideri: mangiare, accaparrarsi tutto quello che si può, e domani, se possibile, di più. Punto.

Per noi le multinazionali del petrolio sono mostri, nelle baracche di Luanda o di Jakarta l’illusione è che la Total e la Exxon Mobil magari un giorno gli porteranno la luce elettrica, o chissà, forse anche il gas. A Luanda o a Jakarta pochissimi le contestano (quei pochi li conosciamo bene e sono degli eroi), e i dati ce lo confermano: la richiesta di energia crescerà del 40% nei prossimi 15 anni e i tre quarti di quella richiesta verrà dal Terzo Mondo. Vorranno soprattutto petrolio: nel 1972 le nazioni ricche consumarono il 75% del petrolio prodotto, quelle povere il 25%. Nel 2010, e cioè fra poco, le percentuali saranno 50% a 50%. Dal 1970 al 2010 gli Usa avranno registrato un aumento di consumo di petrolio del 42%; nello stesso periodo l’aumento di consumi per Cina e India sarà stato rispettivamente del 567% e 510%. (7) Da notare che a Johannesburg (WSSD del settembre 2002) sono stati proprio i delegati dei Paesi poveri ad appoggiare Usa, Giappone e OPEC nella soppressione dell’accordo per le energie rinnovabili; a Johannesburg i poveri chiedevano a gran voce “tecnologie per combustibili fossili”. (8)

I poveri vogliono energia, ne hanno una sete infinita e ne hanno diritto oggi, e non fra trent’anni quando, forse, sarà disponibile l’idrogeno.

La nostra sostenibilità e le energie alternative sono belle cose, ma se un giorno, come sarebbe giusto, finalmente toccasse a loro poter volare per andare in ferie o accendere il forno a microonde o innaffiare il giardino o avere l’airbag nell’auto, mi chiedo se Porto Alegre, che oggi vorrebbe rappresentarli, sarà in grado di condurli sulla strada della moderazione dei consumi (e della non violenza nel difenderli). Dopo secoli di privazioni? Improbabile. L’esempio del Nepal qui calza a pennello: nella scala mondiale della povertà si trova appena sopra all’Etiopia, eppure la minoranza dei nepalesi che hanno potuto raggiungere appena oggi uno standard di vita decente ha dato chiare conferme di quanto ho affermato sopra. Il loro consumi infatti si sono orientati verso direzioni diciamo classiche e con ritmi altissimi, e i dati lo confermano: l’importazione nepalese di cosmetici è passata dai 227.000 $ del 1992 al milione e mezzo di $ del 1997 – le macchine fotografiche dai 220.000 $ al milione e trecento mila – le bibite dai 202.000 agli 823.000 $. (8bis)

Ma le ragioni del fallimento annunciato di Porto Alegre stanno soprattutto altrove, e sono identiche a quelle che hanno contribuito a far naufragare sia il Pacifismo che la critica al Neoliberismo. Eccole.

L’ “Impero” lavora per noi. Noi lo finanziamo. L’ “Impero” siamo noi.

Dal volume ‘Un Altro mondo in Costruzione’: “La disubbidienza sociale deve essere riprodotta, magari in mille forme diverse… contro la violenza dell’Impero, di chi comanda.” Luca Casarini

Prima ragione. L’Impero siamo noi. Abbiamo sempre identificato i nemici da combattere – il capitalismo selvaggio, la politica ad esso asservita, il complesso militare industriale, le multinazionali, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale (BM), il G8 ecc.- all’esterno di noi stessi, e gli puntiamo in dito contro mentre gli addossiamo la responsabilità per le ingiustizie del mondo. In ciò si denota un nostro bisongo personale e impellente di affrancarci dal ‘male’, di vederlo fuori da noi stessi e ben identificato in altri o altro, contro cui iveire e per cui sdegnarsi. Questo è non solo semplicistico, ma è soprattutto falso. Queste entità infatti siamo noi, poiché rappresentano noi, servono noi, garantiscono il nostro standard di vita, quello di tutti noi, e cioè degli 800 milioni di consumatori-elettori del Primo Mondo, a cominciare dal caffè che beviamo la mattina. Questo Impero rappresenta, serve e garantisce tutti noi in diversa misura, dal magnate all’operaio, questo va precisato, ma il fatto di ottenere minor beneficio da esso (il caso dell’operaio) non è sinonimo di minor responsabilità morale in esso, perché è fin risibile sostenere che una macchina così colossale si sostenga sulle esigenze di un nugolo minoritario di grandi ingordi; al contrario, essa si alimenta primariamente dei bisogni di milioni di piccoli ingordi, che assommati ne costituiscono l’impatto devastante; esattamente come nelle guerre, dove un singolo soldato non devasta come un bombardiere, ma un milione di soldati sono l’asse portante dell’impatto distruttivo. E chi comanda l’Impero siamo sempre noi, col consenso che gli garantiamo anche se poi scendiamo in strada a contestarlo.

Cito l’opinione di Joseph Stiglitz, l’ex capo economista della Banca Mondiale, secondo cui il vituperato Fondo Monetario Internazionale è sempre stato il braccio armato delle nostre banche di investimento nel Terzo Mondo. Gli fa eco Noam Chomsky: “Il FMI ha sempre garantito che gli investimenti occidentali ad alto rischio nel Terzo Mondo fruttassero alti profitti”. (9) Ma quei profitti sono stati intascati soprattutto da noi, i milioni di cittadini-piccoli risparmiatori/aziende/gruppi occidentali che sono la vera anima delle banche d’investimento. Quei profitti, in altre parole, hanno nutrito la nostra economia, dalla quale noi, seppure in diversa misura, abbiamo tutti attinto, che nessuno si escluda, e da cui attingiamo e attingeremo.

Ed è altresì noto come il FMI abbia lavorato sodo per garantirci le cose anche più semplici. Chiunque di noi abbia mai bevuto un caffè o indossato una maglia di cotone non può chiamarsi fuori. E’ il Fondo Monetario che per decenni ha incoraggiato i Paesi poveri a intensificare l’agricoltura da export, di cui caffè e cotone sono due esempi, col miraggio di alti ricavi in moneta forte per le loro casse statali. Questo ha portato quei Paesi a sottrarre terre all’agricoltura di sussistenza (quella che produce cibo quotidiano) per piantarvi le cosiddette ‘commodities’ (caffè, cotone, semi oleaginosi ecc..). Risultato: i mercati sono stati inondati da questi prodotti, il loro prezzo è crollato, i Paesi poveri non hanno incassato quel che gli era stato promesso, e sulle nostre tavole o nei nostri negozi appaiono caffè e cotone a prezzi contenuti (nonostante il lucro dei vari intermediari e la speculazione delle Borse occidentali). Un esempio recentissimo è quello del cotone: super produzione mondiale nell’anno 2001/02 con crollo del 35% dei prezzi sui mercati, e guai grossi per i Paesi africani produttori. (10)

Dunque il Fondo Monetario siamo anche noi, tutti noi.

E lo stesso vale per il WTO. Un esempio fra tanti: chiediamoci perché nelle Conferenze Ministeriali di Doha e Cancun sia gli Stati uniti che l’Unione Europea hanno concesso quasi nulla sull’Agreement on Agriculture (Accordo sull’Agricoltura, su cui non è stato concesso alcunché neppure dopo). I Paesi in via di Sviluppo chiedevano che quell’accordo fosse modificato al fine di obbligare noi ricchi a smantellare il sistema di ‘Protezione’ (il Protezionismo) che offriamo alla nostra agricoltura (un miliardo di dollari al giorno di sussidi), poiché esso è causa di orrenda povertà fra i contadini del Sud del mondo. La risposta non va cercata nei corridoi del WTO a Ginevra o della UE a Bruxelles, bensì fra i banchi frutta dei nostri ipermercati e soprattutto fra i nostri agricoltori, che dal 1962 in Europa sopravvivono grazie a questo sistema. I nostri, noi, ancora noi.

A Doha l’ Italia aveva fatto muro perché i mercati tessili non fossero più di tanto liberalizzati, e questo per proteggere non solo gli interessi dei ‘padroni’ del made in Italy, ma anche dei loro lavoratori del settore, operai, tecnici, autisti, che godono delle nostre protezioni doganali, le quali però penalizzano drammaticamente gli sforzi di tanti artigiani esportatori dei Paesi poveri. O noi o loro, e il WTO aveva scelto noi. Poi nel gennaio del 2005 è arrivato l’accordo WTO cosiddetto delle Multifibre, che ha certamente liberalizzato i mercati del tessile, questa volta lasciando alla deriva sempre i soliti milioni di lavoratori tessili del Sud a favore della manodopera cinese (e penalizzando anche qualcuno al nord), ma di nuovo a tutto vantaggio di chi? Dei consumatori occidentali, non v’è dubbio, e cioè noi.

Anche noi siamo il WTO. (11)

Sono questi due esempi del famigerato Protezionismo commerciale con cui i governi dei Paesi ricchi sostengono, o hanno sostenuto, i propri mercati. Il nostro Protezionismo (per esempio, ogni anno 50 miliardi di dollari di sussidi per i combustibili fossili che consumiamo e, ripeto, 360 miliardi di dollari di sussidi per la nostra agricoltura) costa al Sud il doppio di quanto ricevono in aiuti. Con una mano gli diamo un pezzo di pane mentre con l’altra gliene togliamo due, e questo per ‘proteggere’ in nostri mercati, che sono i nostri posti di lavoro che sono la nostra economia. Noi, sempre noi.

I governi dei G8 sono giganti coi piedi d’argilla, arroganti all’apparenza, ma dentro tremebondi all’idea di perdere i consensi dei loro elettori, cioè noi. Sanno bene, i Bush, Blair, Putin, Chirac, Berlusconi ecc., che dovranno continuare a garantirci: il consumo del 45% di tutta la carne e pesce del globo – del 58% dell’energia disponibile – del 74% delle risorse telefoniche – dell’84% di tutta la carta – dell’87% dei mezzi di trasporto esistenti e l’86% dei beni di consumo in generale. (12) In un mondo che sta esaurendo le risorse il loro compito è duro, perché noi queste cose le diamo per scontate ogni giorno, tutti noi, compresi quelli, come me, che poi lottano contro il Neoliberismo. Le diamo per scontate ogni giorno, a scapito di miliardi di poveri, eppure sappiamo bene (quasi tutti, ma non tutti) che per garantircele i nostri governi non si fanno scrupolo di sganciare qua e là qualche bomba cluster o missile Cruise. Scrive in proposito George Monbiot, uno dei più rispettati intellettuali ‘antagonisti’ del mondo: “Il nostro governo (britannico, ndr) sembra aver calcolato che l’unico modo di ottenere l’energia per permettere agli uomini e alle donne inglesi di rimanere sulle loro auto è di assecondare gli Stati Uniti a qualunque costo.”

Il G8, e la miseria creata nel Sud dalle sue politiche economiche e dalle sue guerre tese all’approvvigionamento di quanto ho scritto sopra, siamo noi.

E qui, per essere più specifico, cito l’esempio dell’India attingendo dalle ricerche di Vandana Shiva. La popolazione di questo Paese ha pagato i seguenti prezzi per l’applicazione dei nostri dettami economici: 1) sono stati sprecati 1,37 miliardi di rupie nel tentativo di lanciare un’industria nazionale della floricoltura da esportazione (che ne ha guadagnati solo 0,32) – 2) è stata ridotta la sicurezza alimentare nazionale del 70% – 3) i laghi per l’allevamento intensivo di gamberetti da esportazione hanno distrutto aree 200 volte più vaste, a causa della salinizzazione e dell’inquinamento dei terreni; conseguenza ne è che per ogni posto di lavoro creato in quel settore, 15 famiglie hanno perso il sostentamento – 4) nel caso degli allevamenti di bestiame da export, per ogni dollaro guadagnato dall’India ne sono stati persi 15, pagati dai contadini che non hanno più il letame da usare come concime e come combustibile domestico (poiché le vacche vengono macellate dopo pochi mesi), che devono essere rimpiazzati da concimi chimici e combustibili fossili importati. Ora, chi li acquista quei fiori, quei gamberetti, quella carne, pagati in India a prezzi bassissimi? Soprattutto noi occidentali, è la risposta fin troppo ovvia. (13) Ma veniamo alle guerre, il bersaglio che più accende gli animi dei Movimentisti.

Oggi, più che in passato, le guerre siamo noi, perché noi le ‘consumiamo’, proprio come un alimento. Esse, come è noto, inseguono il petrolio, e il petrolio noi.. ce lo mangiamo. Nessuno può chiamarsi fuori. Infatti, al contrario di quanto comunemente si immagina, i combustibili fossili disponibili non vengono risucchiati in prevalenza dal colosso industriale e militare del mondo tecnologico, che pure ne consuma una porzione, ma piuttosto dalle nostre bocche. Per produrre ogni singola caloria di cibo (soprattutto grano) che noi ingurgitiamo occorrono in media da una a dieci calorie di combustibili fossili. I cereali per arrivare sulla nostra tavola richiedono 4 calorie fossili per ogni caloria che ci dannno. La carne di manzo ne richiede 35 di calorie fossili per darne una a noi, quella di miale vuole 68 calorie fossili per ogni caloria alimentare che offre. Ogni innocente verdura che vediamo in vendita è all’apice di uno spreco incredibile di idrocarburi. Per lavorare e fertilizzare i campi dello Stato americano dello Iowa occorre ogni anno l’energia equivalente a quella di 4.000 bombe termonucleari, energia fornita interamente dal petrolio. Il globo consuma ogni anno 100 miliardi di Kilowatt, quasi tutti prodotti da combustibili fossili, e il 73% di questa energia va in agricoltura, luce domestica e trasporti, che tutti noi consumiamo. Un europeo medio necessita di 2.500 calorie alimentari al giorno, ma poi consuma 125.000 calorie di petrolio al giorno per vivere. Noi mangiamo e viviamo soprattutto di petrolio, siamo idrovore di idrocarburi, e lo siamo tutti, e tutti abbiamo vissuto fino ad oggi di ciò che le guerre ci hanno garantito. Le guerre ci ‘alimentano’, e noi ingurgitiamo.

Ma la cosa più eclatante è che nonostante il Neoliberismo (“l’Impero”) non garantiscano a tutti noi occidentali lo stesso livello di agio e nonostante le nefandezze che esso combina per nostro conto, noi (che nessuno si escluda) lo ‘finanziamo’ da cinquant’anni ogni volta che acquistiamo plastica, carta, detersivi, caffè, computer, telefonini, ogni volta che usiamo un bancomat, che andiamo in vacanza, che cerchiamo lavoro, o che investiamo i nostri risparmi, oppure ogni volta che facciamo il pieno al motorino per andare a una manifestazione.

Alcune prove di ciò che ho appena scritto.

Si è già detto che il Neoliberismo, con il suo bagaglio di distruzioni umane, ambientali, e militari, e con i suoi portabandiera come il FMI o il WTO, ci è stato letteralmente imposto (e sovente da noi ben accolto) da fondazioni e lobbies. Esse hanno stanziato migliaia di miliardi con cui si sono letteralmente comprate il consenso nelle sfere politiche di tutto il mondo, con cui hanno allevato schiere di economisti che hanno piazzato nei posti chiave del potere accademico o politico, lanciando così una inarrestabile globalizzazione dei mercati con tanto di regole ferree che la cementano nelle nostre vite, regole volute da loro, addirittura a volte scritte da loro, e il cui strascico si chiama povertà, devastazione ambientale e talvolta guerre. (14) (15) Queste lobbies e fondazioni, che sovrastano persino i nostri governi, hanno nomi precisi: Trans Atlantic Buisness Dialogue (TABD) – European Services Leaders Group (ESLG) – International Chamber of Commerce (ICC) – Investment Network (IN) – European Roundtable of Industrialists (ERT) – Liberalization of Trade in Servicies (LOTIS) – American Enterprise Institute – Philip Morris Institute – European Policy Center – The Cato Institute – The Heritage Foundation e altri. Ma chi sono esattamente? Non sono altro che raggruppamenti di grandi industrie occidentali o dei loro ideologhi, che noi serenamente foraggiamo con i nostri consumi ogni giorno. Ed è qui il punto: i miliardi con cui queste lobbies si sono impadronite del mondo politico, economico e accademico vengono direttamente dalle nostre borse della spesa. E dunque esiste veramente un filo diretto che lega lo zucchero che noi mettiamo nel caffè e la spietata globalizzazione neoliberista del WTO. Esiste perché Eridania (il gigante italiano dello zucchero) è membro dell’Investment Network, la potente lobby che si riunisce direttamente dentro il palazzo della Commissione Europea a Bruxelles, e che consegna alla Commissione i diktat che essa porterà al tavolo del WTO. Lo stesso filo c’è se acquistiamo una Panda. Infatti Fiat e Pirelli sono membri dell’Investment Network e dell’European Roundtable of Industrialists. E se mangiamo pasta? Se facciamo foto? Se compriamo i cotton fioc? Se ci squilla il telefonino? Se andiamo al cinema? Se facciamo fotocopie o accendiamo il computer? Ancora peggio, poiché Barilla, Canon e Kodak, Johnson & Johnson, Motorola, Ericsson e Nokia, Time Warner, Rank Xerox e Microsoft sono tutti membri dell’International Chamber of Commerce, che è oggi la più potente lobby del mondo, quella che per esempio chiese nero su bianco al Cancelliere tedesco Schroder un attacco frontale agli Accordi Multilaterali sull’Ambiente e alla etichettatura ecologica dei cibi. E se voliamo verso le nostre ferie in Grecia? E se sverniciamo le nostre persiane? E lo yogurt, la lavastoviglie, la passione per la Ferrari, Internet, la birra con gli amici, il Viagra e tutti i farmaci più importanti? Siamo daccapo: Boeing (che fa anche armi), Dow Chemicals, Danone, Candy, Shell, Microsoft, Hewlett Packard, IBM, Carlsberg, Glaxo, Bayer, Hoffman La Roche, Pfizer, Merck sono tutti in prima fila nel Trans Atlantic Buisness Dialogue, nel European Services Leaders Group e nella International Chamber of Commerce. Il TABD compila liste di ‘desiderata’ che pretende siano inserite nelle regole di globalizzazione del WTO; è di fatto l’autore di alcune di quelle regole ultra neoliberiste contro cui noi scendiamo in piazza. (16) Val la pena che qui mi ripeta: noi scendiamo in strada a contestare il mondo che hanno creato, mentre finanziamo quel mondo e le sue spietate regole col nostro stile di vita. E allora non è forse futile e contraddittorio chiedere giustizia globale puntando il dito contro i palazzi del potere e non contro noi stessi? Ecco perché a Genova la strategia vincente sarebbe stata quella di voltare le spalle al G8 dei capi di Stato e di rivolgersi al G8 vero, quello della gente, andando per le strade d’Italia, nelle scuole, negli ipermercati, nei parchi, nelle stazioni ferroviarie a creare consenso.

La riflessione che propongo è che la parete divisoria che amiamo erigere fra noi e ‘loro’, e cioè fra il popolo delle persone sensibili alla giustizia globale e i malvagi timonieri del Neoliberismo, è purtroppo un artificio ingannevole. ‘Loro’ sono anche noi, e noi siamo anche ‘loro’. Non ammetterlo condannerà Porto Alegre a decenni di manifestazioni, di invettive, di sforzi, di impegno militante e all’uso di una montagna di energie del tutto inutili, sprecati poiché diretti contro ‘Loro’, e cioè contro il bersaglio sbagliato. Il vero bersaglio siamo NOI. Da questo fallimento noi usciremo al peggio affranti, ma chi sta nella parte sbagliata del mondo ne uscirà affamato e chi sta dalla parte sbagliata dei cannoni ne uscirà morto,

Dobbiamo subito guardarci allo specchio e chiederci: come possiamo agire per ottenere coerenza fra il nostro standard di vita e i nostri ideali? E come convincere altri a fare lo stesso? La risposta che propongo ha un passaggio obbligato: Il calcolo esatto dei PREZZI che gli umani, ed in particolare noi occidentali, devono pagare per cambiare il mondo. Le domande sono: quanto costa l’Altro Mondo in Costruzione? Siamo disposti a pagarne il prezzo?

Quanto costa un mondo migliore?

Seconda ragione. Di fatto non conosciamo esattamente quali sono i PREZZI che noi ricchi dovremmo pagare fin da oggi per garantire in futuro a miliardi di persone i diritti al nutrimento, alla salute, all’istruzione, alla prosperità. E se non li conosciamo cosa mai cambieremo?. Chiedo: Porto Alegre ha listato quei prezzi e li ha comunicati agli 800 milioni di consumatori-elettori benestanti che poco ci conoscono ma che sanno benissimo ciò cui non vogliono rinunciare? Gridare giustizia globale, rispetto per l’ambiente o stop alla guerre è bene, ma ciascuno di noi, quando rientra a casa dalle manifestazioni, si fa carico dei prezzi da pagare? Mi spiego meglio.

Vogliamo costruire un mondo migliore trasformando e/o eliminando il WTO, il Fondo Monetario, la General Dynamics, i Trips, la BigPhrma, la Goldman Sachs, la Novartis, un mondo senza l’11 di Settembre e senza Intifada, senza Bhopal e senza Operazione Condor o Plan Colombia, un mondo senza bambini schiavi e senza più le foto di Salgado a dirci quanto orrore accade ogni giorno, un mondo che chiude la School of the Americas e dove John Poindexter e il suo Information Awareness Office non hanno ragione di esistere, un mondo dove Amnesty International va in pensione, e dove anche le braccianti di Haiti possano aprire un rubinetto dell’acqua e farsi il bagno prima di coricarsi. Un mondo, infine, che non necessiti di camere di tortura in Paesi lontani per garantire a noi il carburante per il nostro standard di vita.

Ma tutto ciò è gratis per noi? Stiamo coi piedi per terra, e allora agli economisti di Porto Alegre chiedo: nell’Altro Mondo Costruito quali saranno le rinunce al consumo che ci toccheranno, e quanto della nostra vita socio economica dovrà radicalmente mutare? Quanta occupazione dovremo perdere se vorremo veramente permettere alle economie del Sud di sbarcare sui nostri mercati? Potrò ancora volare Roma-Londra-San Francisco-New York per 1.400 euro? Quante volte potrò usare l’anticalcare nella mia doccia? Quante auto a famiglia e a che costo il carburante? La tuta da calcetto in puro cotone africano costerà sempre uguale? E la plastica? le tv? i cd? E il cibo? Noi ricchi potremo ancora spendere 13 miliardi di Euro all’anno in profumi? Quanto costerà il mio caffè? Il costo dello smaltimento dei nostri rifiuti sarà sempre lo stesso quando non potremo più scaricarli in mare o in Nigeria? E Internet?

Già, Internet. Leggo uno scritto di Naomi Klein sul World Social Forum di un paio di anni fa, dove la nota portabandiera no-logo scrive di una nottata in un camping per giovani a Porto Alegre dove un vasto gruppo riunito attorno a un altoparlante ascoltava una diretta dal World Economic Forum di New York. La voce era quella di una corrispondente di Indy Media, e arrivava vibrante e inalterata grazie a Internet. Scrive la Klein: “Per me quello è stato il momento più rappresentativo dell’intero Forum. Ad un certo punto il server americano si è disconnesso, ma all’istante un server italiano ci ha soccorsi!”

Certamente Naomi Klein si rende conto che il suo “momento più rappresentativo” si è materializzato per gentile concessione del controllore mondiale di Rete che è la Internet Society in Virginia, vale a dire per gentile concessione dei falchi dei Diritti di Proprietà Intellettuale come Microsoft, come Hewlett Packard o IBM, per gentile concessione degli impietosi licenziatori come Nortel & Alcatel (50.000 lavoratori a casa), come Hitachi (20.000) o come Intel e Lucent (20.000), per gentile concessione dei vampiri della speculazione finaziaria come la JP Morgan, e infine per gentile concessione dei venditori di morte come Marconi Corp., come (la ex) WorldCom, come Motorola Inc, come la Rand e come la Defense Information Systems Agency. (17)

E allora chiedo: l’entusiasmante tecnologia internet che ha soccorso Naomi Klein e i giovani di Porto Alegre sarà ancora possibile nell’Altro Mondo in Costruzione, e cioè in un mondo ripulito dai sopraccitati mascalzoni? Non si può evadere la risposta.

Altresì, è sicuramente ben accetto un Movimento che chiede pace e che contesta le nostre interferenze ‘imperialiste’ nel destino politico di tanti Paesi per assicurarci le loro risorse. Ma questi stessi contestatori, così giustamente motivati, sapranno poi farsi carico dei prezzi conseguenti a ciò che chiedono? E potrà farsene carico la società nel suo insieme? Immaginiamo che il petrolio non sia più un ‘sorvegliato speciale’, per esempio. Perché è un fatto che “… il costo della protezione delle riserve petrolifere mediorientali, pagato soprattutto dagli Stati Uniti e senza il quale tutta l’economia occidentale rimarrebbe paralizzata, è di almeno 25 dollari al barile.” (18) Ora, tutti d’accordo per l’uscita dei ‘falchi’ americani (con conseguente caduta dei loro regimi fantoccio) dal Medioriente, ma chi li pagherà quei 25 dollari extra per ogni barile estratto? Attenzione: si tratterebbe di una somma permanente e destinata a crescere, e non di un aumento una tantum cui far fronte, così come sta accadendo in questi mesi a cavallo del 2004-2005. E sappiamo quanto questo inciderebbe sul costo di ogni azione che noi occidentali, inclusi i contestatori, compiamo ogni giorno? Sapremo, o meglio, vorremo farcene carico nella pratica?

L’Altro Mondo in Costruzione vorrà essere più vicino alla natura, ed è un bene. Ma a quali prezzi? Un piccolo esempio che ha come protagonista un altro Guru anti globalizzazione, José Bové. Il francese denuncia il sistema di nutrizione dei vitelli: il latte che essi potrebbero naturalmente bere dalle vacche gli viene sottratto, poi spedito ad alcune industrie, pastorizzato, decremato, essiccato, e infine ricostituito, impacchettato e ritrasportato dai vitelli. La UE finanzia questo processo con miliardi per tenere il prezzo del prodotto industriale inferiore a quello del latte che i vitelli potrebbero semplicemente succhiare dalle vacche. Aberrante, siamo d’accordo, ma se vogliamo abolire questo ciclo ci dobbiamo chiedere: a quali prezzi? quanta economia e quanto indotto andrebbero perduti? Soprattutto quanti posti di lavoro si perderebbero? e otterremmo il consenso su questo da chi quel prezzo lo dovrà pagare?

Infatti sembra ormai chiaro che uno dei costi più amari che noi ricchi dovremmo sostenere per un Altro Mondo in Costruzione è la perdita di centinaia di migliaia (se non milioni) di nostri posti di lavoro, se veramente vogliamo permettere al Sud di sbarcare sui nostri mercati ad armi pari o di ricevere i nostri agognati investimenti nel rispetto dei loro diritti. Un costo, questo, che sarà assai arduo proporre. Ne è un esempio lampante ciò che è accaduto nell’aprile del 2000 in seno alla più potente economia del mondo, gli Usa. Era quello il periodo in cui il governo federale stava proponendo di concedere alla Cina la clausola del Permanent Normal Trade Relations, con pieno appoggio all’entrata di Pechino nel WTO. Contro queste misure, Washington DC vide massicce proteste dei più potenti sindacati americani, AFL-CIO in testa con John Sweeney, ma anche James Hoffa e i suoi, fianco a fianco ai falchi della destra nazionalista e ultraprotezionista di Pat Buchanan. Il motivo di tanto clamore? Il timore, assai fondato, che il regalo concesso alla Cina significasse massicce perdite di posti di lavoro americani a favore dei più competitivi lavoratori di quel mondo più povero. Più recente è l’esempio dell’ Outsourcing, la pratica da parte di grandi aziende di affidare a Paesi terzi un settore di produzione che prima veniva soddisfatto in sede domestica. Il 30% di tutta l’industria dell’Information Technology americana è oggi ‘outsourced’ in India, dove il lavoro costa assai meno. Ma in India quelli sono fra i posti di lavoro più ambiti in assoluto. Dare a quei lavoratori paghe e diritti di livello superiore – come il Movimento auspica – significa mandarli tutti sul lastrico in 24 ore. Allora, ci sono qui due contraddizioni: vorremmo che lavorassero con pieni diritti e paghe piene, ma così gli sottraiamo il ‘competitive edge’, e cioè l’unica vera risorsa che hanno, la competitività sul lavoro. Infatti a Doha proprio i Paesi in via di sviluppo hanno accusato i promotori dei diritti globali di essere l’involontario strumento di un “protezionismo occidentale di segno contrario”, che dietro la bella facciata dei diritti per tutti in realtà mirerebbe a sottrarre al Sud l’unica sua vera risorsa, la forza lavoro competitiva. Questa spinosa questione ha animato uno scambio di battute assai significative al recente World Economic Forum di Davos (01/05), dove in notevole imbarazzo si è trovato Neil Kearney, segretario generale della Federazione Internazionale dei Lavoratori del Tessile, Vestiario e Pelle, che aveva denunciato l’entrata in vigore dell’Accordo WTO sul Tessile come strumento di ulteriore impoverimento dei lavoratori tessili del Sud. “Il WTO dovrebbe introdurre regole sulle condizioni di lavoro al Sud” aveva tuonato Kearney. Gli rispondeva Peter D. Sutherland, presidente del colosso finanziario Goldman Sachs: “..al WTO sono proprio i Paesi in Via di Sviluppo che si rifiutano di discutere le regole sulle condizioni di lavoro associate al commercio, perché temono che vengano usate da noi ricchi come nuovi strumenti di protezionismo.” (18bis) Zittito Kearney, a noi rimane il dilemma.

La seconda contraddizione è che per permettere al Sud di avere standard di vita e di lavoro dignitosi ma al contempo di mantenere gli investimenti dei ‘ricchi’ dovremmo non solo accettare massicce perdite di impiego domestico ma anche pagare le merci assai di più. Su questi problemi sono in imbarazzo tutti i sindacati occidentali, che balbettano slogan come “gobalizzazione dei diritti” per non affrontare il grande nodo.

E noi che risposte diamo?. Si tratta di far accettare all’occidente prezzi inaccettabili per i nostri contadini, metalmeccanici, operai, impiegati, trasportatori, con relative famiglie, e per le aziende di tutti quei settori che verrebbero penalizzati se l’Occidente permettesse ad omologhi del Sud di veramente competere sui nostri mercati.

Io chiedo agli economisti di Porto Alegre di studiare, calcolare e divulgare i PREZZI – in termini di MEZZI RICHIESTI PER LA FATTIBILITA’, PREZZI E RINUNCE AL CONSUMO, MUTAMENTI DI STILI DI VITA, PERDITA DI OCCUPAZIONE E STRATEGIE PER RICONVERTIRLA, EQUILIBRI POLITICI, CRESCITA ECONOMICA (sia qui che al Sud) – di ognuno dei punti di lotta listati al termine delle Dichiarazioni Finali dei World Social Forum, e dei tanti altri slogan dell’Altro Mondo in Costruzione. Non conoscere quei prezzi, non divulgarli, non farsene carico e non convincere la gente ad accettarli è precisamente ciò che condannerà Porto Alegre a parlare al vento, tante belle parole ma nessun seguito fra la gente. Dunque il fallimento.

Per dare solo un’idea di quanto noi ricchi dovremmo pagare di tasca nostra per eliminare la sperequazione della ricchezza su scala globale, cito qui una cifra: un trilione e mezzo di dollari all’anno, ovvero 3 milioni di miliardi di vecchie lire annui. Chiediamoci: questa montagna di soldi garantirebbe il benessere a tutto il Terzo Mondo? Neanche per sogno. Eliminerebbe almeno la povertà? Neppure. Forse ridurrebbe la denutrizione infantile. Purtroppo no. Tre milioni di miliardi di lire sarebbero appena sufficienti per dare ai due miliardi di abitanti più disgraziati del pianeta due miseri dollari di sussistenza al giorno per un anno! (19) Vi lascio immaginare cosa ci costerebbe un mondo assai migliore. Ed è necessario qui sfatare un altro mito che spesso accompagna, in buona fede, le congetture di una parte del Movimento su come poter sanare la povertà mondiale pur mantenendo inalterato il nostro stile di vita: la ridistribuzione più equa dei profitti delle multinazionali – “..basterebbero i profitti della Nike per..” è la frase fatta che ho spesso udito. Bene, assommando gli utili dell’anno 2004 delle 100 più grandi mutinazionali americane si ottiene al cifra di 311 miliardi di dollari, che tradotti sempre in vecchie lire sono circa 612 mila miliardi. E pur immaginando, per assurdo, di poter ridistribuire interamente quella cifra fra i sopraccitati 2 miliardi di poverissimi del mondo, gli si farebbe l’insignificante e misero regalo di 40 centesimi di dollaro al giorno, altro che povertà sanata! Spero che ciò vi dia la misura di quala sia la portata del trasferimento di ricchezza da Nord a Sud che realmente ci aspetta lungo la strada di un Mondo Migliore.

Capita di rendersi conto, seguendo la vita italiana, che tanti di noi non sono disposti a pagare alcunché. Emblematica è una lettera pubblicata il 12/11/2002 dal quotidiano il Resto del Carlino, in seno a una iniziativa di ‘acquista il made in FIAT’ per sostenere la traballante azienda e i suoi lavoratori. Scrive un cittadino di Chiaravalle: “Aiutare la FIAT mi sta bene, ma la mia vecchia auto straniera con un litro fa oltre 17 km. Mi risulta che la Panda è ancora lontana da questi traguardi.” Tradotto significa: ‘nel nome di un paio di chilometri in più al litro, per me che vadano pure in fumo i redditi di migliaia di famiglie italiane’. Ora immaginate di chiedere a questa persona di far rinunce per i poveri del Sahel! E siamo in tanti con questa mentalità.

Per un mondo migliore – parte 2°

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