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PER UN MONDO MIGLIORE, di Paolo Rossi Barnard – parte seconda –

ATTENZIONE: Questo testo, come altri archiviati come “note” in questa pagina ispirata all’eccezionale lavoro di Paolo Rossi Barnard, viene divulgato per l’enorme rilevanza che può avere nelle coscienze collettive. Altri testi di altri autori sono e saranno allo stesso modo pubblicati. La proprietà intellettuale, riconoscendone il diritto, limita la divulgazione su aspetti che impattano direttamente sulla libertà di pensiero e sulla presa di coscienza.

Per un mondo migliore – parte 2°

Non ce n’è per tutti, e questo ci fa paura.

Terza ragione. Il fatto è che il Primo Mondo si sta metaforicamente svenando per continuare a garantire non solo i margini di profitto delle multinazionali, ma soprattutto il nostro standard di vita. Porto Alegre dovrà saper convertire almeno la maggioranza di quegli 800 milioni di persone il cui benessere oggi più che mai è minacciato da ogni parte. E quelle persone hanno paura. Guardiamo alcuni dati. L’agenzia di rating Standard & Poor ha calcolato che entro il 2050 il sistema fiscale dei maggiori paesi industrializzati collasserà, con indebitamenti del 200% sul PIL, e questo signifca la disintegrazione delle previdenze sia pubbliche che private. Negli Usa: dal 1973 al 1993 la retribuzione media è crollata dell’11% – in Virginia, nella culla della New Economy, la lista d’attesa per un posto al dormitorio è di 70 famiglie al giorno – l’organizzazione Living Wage è nata per chiedere il salario di sopravvivenza(!) per milioni di famiglie americane – il numero di coloro che vivono sotto la soglia di povertà è di 33 milioni, mentre la povertà infantile oggi è superiore a quella di 20 anni fa (13 milioni di bambini) e questo è dovuto agli stipendi stagnanti e all’alto costo della vita – il numero di cittadini americani senza copertura sanitaria è cresciuto nel 2001 di 1.400.000 unità, per un totale di 44 milioni di individui. In Gran Bretagna: gli ultimi dati sulla povertà parlano ufficialmente di 1 povero su 4 cittadini, i livelli di impoverimento sotto Tony Blair sono superiori a quelli dell’era Thatcher (19bis), come dimostra il coefficiente di povertà GINI che è passato da 29 punti (Thatcher) a 35 (Blair), mentre gli esperti della previdenza integrativa britannica hanno già affermato che neppure i fondi pensione privati potranno garantire una sopravvivenza decente a milioni di futuri pensionati. Il numero di studenti inglesi dei ceti medio-bassi che hanno oggi accesso alle ‘Grammar Schools’, e cioè all’istruzione che più garantisce occupazione, è ai minimi storici. In Giappone: il 3% delle imprese giapponesi si trova oggi a mantenere a galla l’87% dell’economia al collasso, il debito nazionale è al 130% del PIL, i consumi sono alla paralisi, la deflazione è in agguato. La Germania ha toccato il tetto storico di 6 milioni di disoccupati, al livello della repubblica di Weimar, perché oggi assumere in Germania costa il 40% in più che in Olanda o in GB. E anche la ridente Italia si ritrova con 2.600.000 famiglie ufficialmente povere (l’11%), mentre la Fiat calava del 10% all’anno nelle vendite, col risultato che si è visto. Nel nostro Paese negli ultimi due anni i salari degli operai sono aumentati appena dello 0,25 per cento, mentre quelli dei colletti bianchi sarebbero addirittura diminuiti dell’1,1 per cento (come potere d’acquisto). I fallimenti aziendali nel Primo mondo sono all’apice, i licenziamenti pure: Ford, Motorola, Consigna, Fiat, France Telecom, Alcatel, Hitachi, General Motors e Philips hanno in pochi mesi licenziato un totale di 222.000 lavoratori.

Di fronte alla PAURA che ciò crea in noi, i politici occidentali hanno deciso di proteggere il nostro standard di vita in una lotta senza esclusione di colpi e con l’arma del Protezionismo. Un dato: il Protezionismo delle merci americane voluto da Reagan e da Clinton è stato superiore a quello di tutti i presidenti americani nei passati 50 anni, George W. Bush mantiene il passo e l’Europa non fa meglio. E’ in gioco il nostro standard di vita, e lo reclamiamo senza pietà.(20)

Che il Neoliberismo sia una delle principali cause dei nostri stessi guai economici è possibile, ma il punto è un altro: Porto Alegre sta dicendo a questi 800 milioni di impauriti e insicuri, aggrappati alle loro auto, alle vacanze, ai loro posti di lavoro, ai fondi di investimento, alle offerte speciali, ai telefonini, ma soprattutto ansiosi di non farcela a mantenersi a galla, che la soluzione sta in un Altro Mondo in Costruzione, di cui innanzi tutto non conosciamo il prezzo, ma che soprattutto verrà fra quanto? 50 anni? 150 anni? 500 anni? Ma l’infermiere di Parigi, il commerciante di Positano, la biologa di Madrid, il meccanico di Livorno, il taxista di Francoforte o la maestra di San Diego hanno paura oggi, e vogliono oggi soluzioni a breve termine. Cercano casa, devono curarsi o ripagare i mutui, hanno i figli all’università, devono comprare un’altra auto o pagare le spese di condominio e hanno PAURA, paura di non averne abbastanza, di perdere il lavoro, paura dell’immigrazione, del terrorismo, e di tanto altro.

Soffermiamoci sulla paura. La giusta idea (e tema noto a Porto Alegre) secondo cui la vera prevenzione dei conflitti sta nella giustizia sociale ed economica globale non tiene conto di una cosa: che di fronte alla paura, la parte meno evoluta della natura umana diventa ‘di destra’ e chiede a gran voce soluzioni semplicistiche a problemi complessi (che è il classico impianto della mente conservatrice). E’ precisamente per questo che di fronte all’11 Settembre, che di fronte a Richard Reid con l’esplosivo nelle scarpe, che di fronte all’orrore della scuola di Beslan, che di fronte allo spaccio di droga e alla violenza urbana, che di fronte alle convulsioni dei miliardi di disperati del mondo, il politico che propone tali semplicistiche soluzioni ottiene ampi consensi. Berlusconi, Blair e Bush l’hanno capito e in questo sono stati geniali. Porto Alegre è tutto il contrario. E’ moralità, intelligenza, dedizione, elasticità delle analisi, creatività, e soprattutto un lungo paziente lavoro per ottenere risultati duraturi a lungo termine. Ma sapremo comunicare e convincere 800 milioni di persone spesso impaurite che è meglio la gallina domani piuttosto che l’uovo oggi? E nel frattempo? Perché anche se magicamente potessimo spegnere oggi stesso i mefitici motori (che noi alimentiamo) del Fondo Monetario, del WTO, delle bolle speculative, del Pentagono, della Commissione Europea, del Neoliberismo e dei nostri consumi, l’abbrivio dell’odio contro di noi che abbiamo creato al Sud e la corsa dei poveri al materialismo a tutti i costi durerebbe ancora decenni, e ancora per decenni i benestanti del Nord dovrebbero fare i conti con i Bin Laden, con i rapimenti, con i fanatismi, con le mafie globali, con tutto quello da cui ci sentiamo minacciati oggi. E la domanda è: in quei lunghi anni di attesa saprà Porto Alegre tenere vivo il consenso per le soluzioni intelligenti e a lungo termine? Sappiamo benissimo che oggi, e in futuro, ogni qual volta ci sarà un altro Daniel Pearl (21) assassinato dai fanatici o un’altra Beslan, milioni di persone qui da noi riprecipiteranno nell’ansia e nella vecchia convinzione che il dialogo non paga. Meglio le bombe. E infatti le macerie delle Torri Gemelle non erano neppure state rimosse che già Thomas Friedman scriveva sul New York Times: “Abbiamo ascoltato gli europei e abbiamo optato per il Dialogo Costruttivo. I nemici dell’America hanno sentito in ciò puzza di debolezza, e per questo noi abbiamo pagato un prezzo enorme… Quale è l’alternativa degli europei? Aspettare che Uday Hussein, che è ancor più psicopatico di suo padre Saddam, possegga armi biologiche per colpire Parigi? No, Bush sta dicendo a questi Paesi e ai loro terroristi: ‘Sappiamo cosa state ordendo, ma se credete che staremo ad aspettare un altro attacco vi sbagliate! Siete dei folli? Incontrate Donald Rumsfeld, è ancor più folle di voi!’ … L’intenzione di Bush di essere almeno folle come i nostri nemici è ciò che di giusto sta facendo.” (22)

Non è la cecità di queste parole che conta qui, quello che conta è che riflettono il consenso di milioni di occidentali impauriti.

E noi non li ASCOLTIAMO! Non sappiamo ascoltare la paura delle persone comuni, quelle che così spesso ignoriamo e anzi, che scartiamo con un certo disprezzo come rappresentanti di una bieca via di comodo, egoista e insensibile ai drammi dei poveri. Ma che errore. Dovremmo fare il contrario e imparare ad accoglierli con le loro paure, ascoltandole innanzi tutto, prima di proporgli ogni altro discorso.

E dovremmo saper rispondere efficacemente a fatti come questo: la Commissione USA per l’11 Settembre nel suo rapporto finale ha puntato il dito contro l’Amministrazione Clinton perché nel maggio e nel dicembre 1998 il presidente americano cancellò due operazioni per catturare Bin Laden in Afghanistan, per il rischio di vittime civili e per non essere criticato internazionalmente come ‘aggressore’. L’agente della CIA Mike Scheuer scrisse allora “Ci pentiremo di non aver agito” ..

.. Poi ci fu l’11 di Settembre, con la tragedia che è stato in USA e per tutto il mondo dopo (e con la manna che ha rappresentato per l’establishment della destra militare). E dunque di fronte a un’opinone pubblica che ora sa che Bin Laden e la catastrofe globale che ha innescato furono lasciati essere per ‘qualche scrupolo’ di legalità internazionale, cosa rispondiamo noi? Forse qualche slogan garantista totalmente inadatto a placare la loro frustrazione e rabbia, tanto meno a convincerli? Farcela qui sarà durissima.

Porto Alegre tiene conto nelle sue pubbliche manifestazioni e nelle sue strategie comunicative dell’insormontabile muro di insicurezze e di paure dietro cui sempre più l’Occidente si va barricando?

Quello che ci necessita sono strategie formidabili di comunicazione e di creazione di consenso, ma che siano nuove, perché come ho già detto i fallimenti a catena del passato ci impongono un radicale ripensamento dei nostri metodi di impegno e di lotta. Posso qui offrirvi alcuni spunti sui cui iniziare a immaginare i nuovi metodi che ci necessitano, una sorta di guida generale. Eccoli.

Chiamiamo chiunque si riconosca nei valori del Movimento per la Pace e per la Giustizia Globale a:

– FARSI CARICO DEI PROPRI TALENTI, NON IMPORTA SE MOLTI O POCHI, CON PARI DIGNITA’ RISPETTO A CHIUNQUE ALTRO

– FARSI CARICO DELLE PROPRIE RESPONSABILITA’, SENZA SCARICARE LE COLPE SOLO SUI POTENTI

– ACCETTARE DI PAGARE OGNI PREZZO LUNGO LA STRADA PER UN MONDO MIGLIORE

– CREARE CONSENSO FRA LA GENTE SUI VALORI COMUNI E SU QUEI PREZZI DA PAGARE.

Gli indirizzi generali dei Metodi, alcune proposte:

1) Sancire che per ottenere un Mondo Migliore la prima cosa da fare è di far sì che le persone recuperino il libero pensare, e che non adottino un pensiero preconfezionato da altri. Un popolo di pensatori fotocopia non porterà mai a un mondo morale. Per ottenere ciò dai nostri simpatizzanti va innanzi tutto contrastato lo Star System dei Guru del Movimento, che è replica identica di quello dei VIP mass mediatici. Infatti, come questi ultimi, anche noi abbiamo creato schiere di seguaci acritici e adoranti, gente che si pone nei nostri confronti sminuendo sé stessi nel senso che si sentono ‘meno importanti, meno esperti, meno forti’. Da questa sudditanza traggono il vantaggio di delegare ai Leader sia il pensare che l’analisi delle realtà, che noi forniamo già confezionati, ma divengono inaffidabili, volubili e inerti, e questo è il motivo per cui nel complesso il Movimento ha prodotto poco e male, pur essendo composto da milioni di persone. E’ essenziale smontare il principio secondo cui chi più sa più conta, e sancire che il pensiero di ogni persona, anche se semplice, è potenzialmente centrale alla pari con chiunque altro. Vogliamo persone che abbiano fiducia nel loro potenziale intellettivo, a qualunque livello, e che da ciò traggano l’autostima per agire.

2) Stabilire il principio guida dei metodi, che è: creare consenso come unica via, e modellare i metodi su questo fine. Non sono a conoscenza di una via alternativa nello sviluppo della civiltà umana se non quella dell’ottenimento del libero consenso. Dunque i vecchi metodi che si sono dimostrati meno efficaci a tale fine devono divenire secondari.

3) Digerire fin dall’inizio che il cammino è lungo, si parla di un impegno di un ventennio e oltre, prima di vedere un concreto risultato. Non ci è utile chi è motivato da emozioni e da gratificazioni a breve.

4) Sancire che la forza dei metodi sta in due cose: disciplina e creatività. Disciplina: nulla ottiene alcunché senza costanza nel tempo e senza una coesione dove non ci sia spazio per le ‘prime donne’ che ci ingaggiano in eterni dibattiti dove nessuno vuole rinunciare al primato delle sue idee. Creatività: per scardinare un set mentale acquisito e consolidato (quello della maggioranza commercialmediatica) occorre trovare la porta d’accesso che fa saltare il meccanismo, come il punto di frattura del cristallo. Questa porta la si trova solo con inventiva e intelligenza. I metodi vanno pensati a 360 gradi.

5) Iniziare dalla comprensione di come hanno avuto successo i nostri avversari: la conoscenza dei ‘Chi’, ‘Come’, ‘Cosa’ degli Altri, e cioè chi erano, come hanno fatto e cosa sono diventati coloro che in pochi anni hanno fatto a pezzi il mondo progressista, figlio di 100 anni di lotte dal basso. Vi sono, qui, lezioni essenzial per evitare di perderci in vagheggiamenti buonisti ma ‘chimerici.’ E contemporaneamente approfondire la conoscenza dei milioni di elettori-consumatori che danno vari gradi di consenso agli Altri, capire cosa li muove, e soprattutto cosa gli impedisce di attivarsi per tutelare sé stessi nonostante il disagio crescente.

6) Creare un network di attivisti motivati, formati alla comunicazione, disciplinati, finanziati, che penetrino ovunque, che si propongano ovunque, che siano visibili sul trerritorio nazionale. Visibili qui è parola chiave: dobbiamo preoccupare l’avversario, facendogli vedere che i creatori di un consenso contrario al loro sono oggi fra la gente a macinare pensiero alternativo al loro, sempre, ovunque. Finché ci percepiranno come scoordinate chiassose e colorite fioriture delle piazze italiane non ci temeranno mai; ciò che li terrorizza è di saperci ovunque, come un’ombra onnipresente, che li incalza dappertutto, e costanti, come gocce che scavano la roccia, moderati ma implacabili, e coesi nel limare le fondamenta del loro palazzo di cartapesta, perché sanno che così gli crollerà addosso. Questo temono.

7) Lavorare dal basso verso il basso e dal basso verso l’alto. Significa lavorare con la gente, ma anche con i politici (a debita distanza da loro), e rivolgersi alle classi dirigenti, chiedendo incontri dove trovare quel punto che ci unisce, perché noi sappiamo (e loro stanno intuendo) che un mondo così sbilanciato non gli conviene, e le prove di ciò stanno affiorando sempre più. Infine, trovare finanziatori/benefattori.

8) Ottenere finanziamenti da cercare fra entità facoltose (famiglie private ricche ma ‘vicine’, gruppi d’affari e/o filantropi progressisti..) sempre spingendo sul tasto del vantaggio a lungo termine delle nostre idee, un vero e proprio investimento per il futuro, e anche qui abbiamo già una mole di argomentazioni notevole. I finanziamenti sono basilari, perché un network di creatori di consenso non può esistere su basi puramente volontaristiche, e perché alcuni metodi costano denaro e sono imprescindibili.

9) Avere il coraggio di pensare a metodi non tradizionali per noi, che non appartengono alla nostra consuetudine. Come si diceva, molti dei metodi tipici del Movimento devono rimanere come scelte secondarie anche se talvolta ancora importanti. Il pragmatismo deve trovare spazio fra i metodi, a pari dignità con l’idealismo e la moralità.

10) Mai prediligere azioni emozionanti e di rottura, o violente. No agli scudi di gommapiuma, ai caschi e ai passamontagna, e no alle occasioni create ad arte per indossarli. No alle disubbidienze blitz, come sfasciare un CPT o imbullonare le serrande della Adecco. Dobbiamo vedere l’avversario come oggetto da studiare e da rispettare, e da battere solo sul terreno del consenso. Va fatta, prima di qualsiasi azione, una valutazione scrupolosa dell’impatto sul pubblico in termini di creazione di consenso.

Detto ciò, la domanda successiva è: Porto Alegre sta comunicando con la gente, sta creando consenso?

Porto Alegre sta comunicando?

Quarta ragione. Come si crea consenso? O forse è meglio formulare la domanda con maggior precisione: quali sono i metodi migliori per comunicare con la mira di creare consenso? Se assumiamo come vicina al vero la descrizione che ho fatto degli 800 milioni di consumatori-elettori benestanti del Primo mondo, e cioè gente in maggioranza assai restia al cambiamento del loro standard di vita per il bene comune, la provocatoria risposta che mi viene di getto è: non i metodi di Luca Casarini.

Casarini è un uomo di grande talento, scrive benissimo, come oratore non è da meno ed è figura indispensabile nel panorama odierno, per tenacia e per creatività, guai mancasse. Ma la sua comunicazione è, a mio parere, un disastro.

La sua lotta “all’Impero”, ho già scritto, è deviante e fallimentare rispetto alla realtà, ma ciò che è anche insidioso nella sua ideologia sono il concetto di ‘disubbidienza’ e il fervore ‘epico’ con cui sia lui che coloro che lo condividono la mettono in pratica, come se avessero ricevuto una investitura di paladini di giustizia globale. Mi soffermo brevemente sulla sua retorica. Scrive Casarini: “Siamo disposti, per cambiare il mondo, a metterci in gioco fino a questo punto, sfidando la violenza dell’Impero? Questa è la domanda e il contrasto è fra chi è disposto a combattere pagando prezzi altissimi e chi invece arriva fino a un certo punto e poi lascia perdere”. (23) Sottolineo proprio quest’ultima frase perché mi sembra sia arrogante e discriminante porre un limite ‘virile’ sotto il quale un impegno minore contro le ingiustizie va considerato con un certo spregio; saremmo fortunati, e ci sarebbe da esserne grati, se tutte le persone anche solo una volta nella vita facessero con noi un pezzettino della strada. Ma nel brano che ho citato è soprattutto evidente la retorica epica con cui Casarini pone sé stesso e chi lo condivide sulle perigliose barricate della lotta ai malvagi (“..chi è disposto a combattere pagando prezzi altissimi..” – sarebbe stato auspicabile qui un po’ di rispetto sia per i luoghi del mondo dove veramente si pagano prezzi altissimi nella lotta ‘all’Impero’, sia per coloro che li hanno pagati, da Bhopal all’Ogoniland). I toni sono da guerra santa, e non abbiamo forse già imparato dove esse ci portano?

Cosa fa credere a Casarini che ‘disubbidire’ sia ancora oggi la strada più efficace? La precarietà di questa posizione è presto dimostrata se ci immaginiamo la stessa ‘disubbidienza’ praticata, con altrettanta fervente convinzione di essere nel giusto, dalla Destra conservatrice. E infatti essa lo fa: Bush sta ‘disubbidendo’ ai seguenti trattati internazionali e alle seguenti istituzioni 1) Biological Weapons Convention 2) Anti Ballistic Missile Treaty 3) Small Arms Treaty 4) International Criminal Court 5) Kyoto Protocol 6) UN Convention Against Torture 7) Comprehensive Test Ban Treaty 8) Organization for the Prohibition of Chemical Weapons 9) United Nations Charter (24). Oltre all’Iraq, i governi di Israele, Turchia, Marocco, Croazia, Armenia, Russia, Sudan, India, Pakistan, e Indonesia stanno ‘disubbidendo’ a 91 diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. (25) Di Silvio Berlusconi è superfluo scrivere. Ma attenzione: tutti costoro sono ferventemente convinti che la loro ‘disubbidienza’ sia un sacro dovere per il bene delle rispettive comunità o del mondo intero. Se è legittimo per Casarini disubbidire, lo è per Bush, poiché non esiste sentenza divina che aprioristicamente legittimi la giustezza della causa del primo rispetto a quella del secondo; è solo una questione di individuali convinzioni. E allora va chiesto: ‘disubbidire’ è un diritto solo se si ‘disubbidisce’ dal basso?

E’ una strada questa che rischia di aggrovigliare il Movimento, più che spianarci la strada. Fare a pezzi i centri di ‘accoglienza’ temporanea per immigrati, i Mac Donalds, tentare di penetrare la Zona Rossa di Genova o di incatenare le saracinesche della Adecco non hanno portato a nessuna efficace comunicazione con la pubblica opinione, non hanno creato consenso sui temi della fame, delle guerre o dell’ambiente ecc., e di questo non mancano purtroppo le evidenze. Ma soprattutto nasce qui il sospetto che al ‘metodo’ Casarini interessi assai poco penetrare le anime degli 800 milioni di consumatori-elettori benestanti del nostro mondo; si ha l’impressione che la prima preoccupazione di coloro che sposano questo metodo sia di soddisfare un proprio bisogno di emozioni forti, quell’adrenalina che viene dagli slanci di Don Chisciottiana memoria, ‘noi gli idealisti arrabbiati contro l’Impero del Male..’. Dov’è il canale di comunicazione e creazione di consenso fra il fervore dei centri sociali e i consumatori dell’Esselunga o delle Ipercoop, fra le truppe dei ‘disubbidienti’ e i tifosi di Luna Rossa o i giovani in carriera, fra le tute bianche e i milioni di italiani che si informano al bar, guardando le reti televisive, o, peggio, per sentito dire? E si tratta dei commercianti, delle casalinghe, dei giovani dei call center, dei lavoratori più svariati, degli anziani, milioni di anziani, che votano, consumano e che certamente ancora non abbiamo informato a sufficienza, tanto meno convinto. Provate a sparpagliarvi fra loro e a chiedergli chi sono i ‘no-global’. Io ho sentito riposte da brividi. Ve ne do un esempio emblematico: alla recente partenza delle Carovane della Pace comboniane a Limone sul Garda (07/09/04), abbiamo vissuto l’aperto ostruzionismo organizzativo da parte sia delle autorità locali che del parroco del paese. Perché? Semplice, erano terrorizzati dall’arrivo dei “no-global..che avrebbero sfasciato tutto” (!). Ecco come abbiamo saputo comunicare chi veramente siamo, noi del Movimento. Qui la responsabilità è nostra. Punto.

E’ essenziale smettere di parlarci addosso: i nostri convegni, incontri, dibattiti, vedono riunirsi ormai sempre gli stessi volti, lo stesso ‘popolo’ di gente già sensibilizzata che parla sostanzialmente a sé a stesso, con rare eccezioni.

Lo stesso vale per tutte le anime del Movimento, che hanno il dovere di spingere lo sguardo oltre l’immediata gratificazione del proprio agire per verificare quanto realmente quelle azioni (marce, occupazioni, slogan, disubbidienze, iniziative politiche ecc.) stiano penetrando e convincendo la nostra immensa quanto statica collettività. Come ho già scritto, finora l’evidenza dei risultati è sconsolante. Mentre ‘gli altri’ .. gli altri invece lavorano da 30 anni senza una pausa, mai!, e con disciplina assoluta, ben inseriti in ogni anfratto della nostra esistenza. Varrebbe la pena qui di riprodurre “The Conservative Message Machine Money Matrix”, il lavoro che l’americano Rob Stein ha fatto proprio sulle sconsolanti differenze di portata e di operatività fra l’agire Neoliberista e quello Progressista (Movimento incluso). Ne riassumo alcuni passaggi perché sono

assai utili: I conservatori furono geniali nell’aver saputo mettere da parte le rispettive differenze politiche, gli ego, e le priorità in conflitto, per coordinarsi in una unica metodologia che sospinge senza tregua i loro valori – Essi facevano parte di fazioni talvolta opposte (destra estrema, destra classica, neoliberisti, neoconservatori, evangelici ecc.) ma formarono alleanze strategiche su temi fondanti – I loro gruppi sono ‘mission critical’, coordinati, disciplinati, motivati, e non si fermano mai. – Al contrario, i progressisti sono atomizzati, balcanizzati, indisciplinati e scoordinati alle radici. – Essi devono imparare a mettere da parte gli ego e gli istinti competitivi, e devono coordinarsi in alleanze ben gestite, efficaci, disciplinate e focalizzate su temi fondanti per tutti. – Il lavoro va fatto sia dal basso verso il basso (dai gruppi alle persone) che dal basso verso l’alto (dai gruppi ai centri di potere), dobbiamo essere tecnologicamente sofisticati e abili con i nuovi media.

Dunque, diviene essenziale rivedersi nei metodi di azione e di comunicazione con serena umiltà, per metterci nelle condizioni di avere un impatto reale, così come ‘gli altri’ hanno saputo fare nei 30 anni durante i quali hanno sovvertito il mondo, niente meno.

Dobbiamo porci due domande: 1) Come tramutare l’ampio consenso che la società civile occidentale dà al suo benessere – col suo corredo di ottusità morale, egoismo, diffidenza di ciò che è nuovo, pigrizia mentale, tendenza conservatrice del gruppo – in un consenso verso l’esatto contrario, verso l’autocritica, l’altruismo intelligente, il desiderio di sperimentare, la creatività, e una radicale rivoluzione dell’essere ‘gruppo’, che sono l’essenza del pensiero di Porto Alegre?

2) E come dialogare con miliardi di esseri umani del Sud del mondo, che oggi dopo secoli di strazianti privazioni sono in corsa verso un materialismo che difficilmente ammette mediazioni, affinché non replichino il nostro scempio economico e interculturale?

Una precisazione è importante.

Comunicare e creare consenso oggi è opera di difficoltà estrema, soprattutto per un motivo, eccolo: si chiama velocizzazione della vita di tutti noi. E’, per il cittadino medio, forse il principale ostacolo all’adozione di stili di vita sostenibili, equi e solidali, in altre parole il principale ostacolo all’adozione dei principi di Porto Alegre. I ritmi di crescita economica desiderati ci tolgono il respiro, l’impegno del lavoro oggi è una spirale in crescita continua. L’economia britannica vola ben al di sopra della media europea, ma Londra è esente dal rispetto della Direttiva Europea sul Tempo di Lavoro e molti inglesi stanno a lavorare più di 48 ore alla settimana. Tony Blair se ne vanta. Ed Campodonico, giovane rampante della New Economy di Seattle, lavora 84 ore alla settimana, e il suo ex datore, la Microsoft, lo portava come modello. (26) Stiamone certi, questo è il futuro dei nostri giovani, ma anche il presente non ci lascia spazi. Il fatto è che per aderire al progetto di Costruire un Altro Mondo bisogna 1) informarsi 2) dibatterne 3) partecipare 4) farsi carico dei PREZZI e tanto altro. Le giornate della nostra vita sono fatte di 24 ore; se togliamo il lavoro, la famiglia, il sonno, il mangiare, e la fatica di vivere di ciascuno di noi, non rimane più nulla, anzi, già non è rimasto nulla a metà strada di questo calcolo.

Come faremo a comunicare con persone che non hanno lo spazio di vita per ascoltarci? Porto Alegre ha affrontato questo tema?

Credo che la ‘nuova’ comunicazione per creare consenso debba accantonare come secondari – nel senso di utilizzabili come seconde scelte anche se ancora utili in particolari frangenti- gli strumenti che per quarant’anni abbiamo privilegiato (manifestazioni, marce, sit-in, occupazioni, disubbidienze ecc.) e che appaiono ormai spuntati, per le ragione che ho spiegato in questo scritto. Credo fermamente che vada trovato un modo diverso di chiedere alla gente di sensibilizzarsi verso i mali globali e di assumere comportamenti che concretamente li combattano. Certamente appellarsi al senso morale, al rispetto dei diritti dei più deboli va bene, ma abbiamo visto che non basta. Far leva sull’orrore che suscitano le immagini di bimbi in agonia, di donne che si cibano di radici, di arti amputati dalle bombe, va bene, ma abbiamo visto che non basta. Recitare all’infinito le cifre della grottesca sperequazione della ricchezza nel mondo o dell’ingordigia delle multinazionali va bene, ma ancora non basta. Tutto ciò è stato fatto alla nausea e siamo a questo punto.

Trovare nuove arti per comunicare i temi di Porto Alegre e per creare consenso attorno ad essi, e farlo proprio fra la maggioranza meno sensibilizzata, è la sfida principale, assolutamente la più ardua, che tutto il Movimento deve affrontare. Non farlo, e cioè reiterare i vecchi metodi, condannerà Porto Alegre all’infelice destino delle rivoluzioni naufragate degli scorsi decenni.

Il ‘nuovo’ lavoro di comunicazione va svolto capillarmente, casa per casa, scuola dopo scuola, piazza su piazza, in tv, sui giornali, presso le associazioni professionali o di categoria, ipermercato per ipermercato, con iniziative pacate, originali, in associazione con chiunque ci porga una mano. E’ un lavoro poco ‘adrenalinico’, ma darà frutti duraturi, ma soprattutto offre una speranza di far breccia fra tutti coloro (la maggioranza) che di fronte ai milioni di appelli alla giustizia e alla solidarietà non hanno trovato motivi per agire.

A chi sta storcendo il naso, ricordo che sono quarant’anni che ci agitiamo nelle piazze, che ci parliamo addosso, ma la pensionata di Leeds, il camionista di Cuneo, l’avvocato di Brema, la segretaria di Madrid o il poliziotto di Atene non li abbiamo mai veramente raggiunti, mai convinti, forse mai veramente considerati. E sono i milioni di consumatori-elettori che poi spostano il mondo, e il cui potere di conservazione può travolgere noi e i nostri ideali come l’uragano con la pagliuzza.

E con lo sguardo rivolto proprio ai consumatori-elettori di cui sopra vi propongo una riflessione, o meglio una ipotesi che potrebbe ridirigere tutta la nostra comunicazione. Eccola.

Per comunicare sono necessarie due cose: saperlo fare e aver qualcuno in grado di ascoltarti. E a noi mancano entrambe.

Come dicevo, il Movimento non ha saputo comunicare efficacemente con coloro che più importano, e cioè le maggioranze silenziose, gente che abbiamo lasciato in pasto a una comunicazione ben più efficace della nostra, quella dei media commerciali e di governo, gente come quella sostanziosa maggioranza dei cittadini italiani che non sa alcunché di tutto quello che sappiamo noi, e che ha vaghissime idee (quando va bene) su cosa sia urgente fare per sé e per il resto del mondo, e perché farlo. I nostri pochi slogan, o sono troppo generici (no alla guerra) oppure troppo complessi (temi come il neoliberismo – WTO – protezionismo commerciale – business della guerra). I nostri comunicati danno per scontata una ridda di nozioni che pochissimi posseggono, e sono a quasi esclusivo appannaggio degli utenti internet (CENSIS 2004: 3 italiani su 4 non usano mai internet). E infine taluni comportamenti di una parte del Movimento comunicano l’opposto di ciò che siamo, il che non aiuta. Nella realtà, al cittadino comune mancano persino le più elementari conoscenze sia dei meccanismi di sperequazione globale che di quelli che stanno erodendo il suo stesso vivere; in altre parole, gli manca l’alfabeto, come può comprendere le nostre prose?

Ma anche se le grandi fasce sociali fossero teoricamente edotte dei temi in discussione e di chi veramente siamo, esse non sarebbero comunque in grado farli propri e di agire con noi; o, al meglio, lo farebbero sporadicamente e con una lentezza esasperante, così come è accaduto in risposta a tutti coloro che hanno tentato negli scorsi 50 anni di sensibilizzare ai temi della pace o della giustizia globale. Infatti risposte parziali e centellinate sono venute persino da coloro (la maggioranza del “popolo della pace”) che sappiamo per certo essere edotti dei temi in discussione e di chi siamo, il che prova quanto appena affermato.

Perché tutto questo?

Qui le risposte sono numerosissime, e tutte vere: per indifferenza, per pigrizia, per basso livello morale, per egoismo, per una rimozione di quello che turba, ecc..

Ma su una ragione mi soffermo, poiché essa è a mio parere una delle più rilevanti e sprattutto una delle più curabili: il fatto è che la grande maggioranza delle persone non ha più la facoltà del pensiero/azione indipendenti, né l’autostima per metterli in pratica, e ha paura, e dunque quando gli si chiede di pensare e di agire esse rimangono paralizzate. Gli si parla e loro non sentono, non possono sentirci. In altri casi (la maggioranza del “popolo della pace”), ci sentono ma restano comunque bloccati per gli stessi motivi (es: “…sì, lo so, è una vergogna, ma io da solo che ci posso fare? cosa conterebbe? Se tutti facessimo allora sì..” ecc..).

Il pensiero/azione indipendenti vengono ostacolati fin dalla più giovane età, e a questo si aggiungono da una parte la sistematica distruzione dell’autostima che viene inflitta lungo tutto il percorso scolastico, e dall’altra l’ansia di conformarsi al pensiero dominante del gruppo per essere accettati; uniti, questi elementi portano molto spesso a non osare più alcuna forma di pensiero o azione indipendenti. Non si è più in grado di pensare da sé, si pensa per blocchi preconfezionati da altri (e qui gli esempi si sprecano), né si sa agire senza il sostegno di un gruppo. A ciò si sono poi aggiunti 30 anni di esposizione ai media commerciali sempre più martellanti, che hanno letteralmente infettato e annichilito l’anima di milioni di noi, e l’opera di paralisi del pensiero/azione indipendenti è stata completa. Infine, la paura del futuro da cui tanti sono pervasi oggi, e che è artatamente alimentata dai nostri leaders, cementifica ancor di più quella paralisi. Ecco perché gli appelli ad aprire gli occhi e far resistenza vanno in grandissima parte perduti.

Rianimazione.

Dobbiamo rianimare il libero pensiero, per ottenere una agire concreto. Significa reiniziare la comunicazione, daccapo, dobbiamo ricominciare da zero, e cioè proporre messaggi semplici che semplicemente aiutino a rianimare il libero pensiero. Dimentichiamoci i comunicati di tre pagine fitti di cifre e dati, gli slogan che non dicono nulla, le accuse, le polemiche e l’indignazione. Si tratta di ripartire da molto prima, da una Pre-comunicazione che propone i nostri contenuti passando dapprima attraverso una basilare stimolazione del pensiero, cui, per diverso tempo, non deve fare seguito alcunché. Significa proporre provocazioni che pur avendo una matrice riconoscibile (quella del Movimento per la pace e per la giustizia globale) dovranno lasciare ampio spazio nella mente di chi le legge per il sorgere di una risposta propria, intima, fra sé e sé, col minor condizionamento possibile, che è il primo passo nella rianimazione del pensare. Il minor condizionamento possibile singifica NON comunicare condanna, polemica, superiorità morale, o schieramento politico, come spiegerò fra poco.

A questo tentativo di rianimare il pensiero (dall’esito per nulla certo, anzi..), faranno seguito i diversi stadi di approfondimento, che attecchiranno solo se il pensiero dell’individuo si sarà scosso dal torpore di cui sopra, e solo se il Movimento saprà comprendere le vie per parlare ai milioni di persone ed esso meno vicine. Al termine di questo lungo cammino ci sarà in quelle persone, si spera, un grado di consenso verso i nostri temi. Come questo avverrà è spiegato un po’ più sotto.

Ora ricordiamoci che: mentre noi pochi attivisti tentenniamo e ci stiamo oggi perdendo in una comunicazione inefficace, coi mezzi irrisori che abbiamo, i nostri avversari comunicano 24 ore su 24, con strategie finissime, con mezzi globali e mostruosamente potenti, e con un vantaggio in partenza di almeno 30 anni su di noi. Capite il perché dell’urgenza?

In pratica, i messaggi di questa Pre-comunicazione dovranno avere le seguenti caratteristiche:

1) Non devono più centrarsi unicamente sull’appello ai valori morali. L’appello ai valori morali ha fallito: da 40 anni gli occhi spalancati di un bimbo nero col ventre deforme e le braccia ossute ci fissano dalle pagine dei giornali, dai depliant delle ONG, dai reportage tv. Quel bimbo è oggi ancora lì, stesso sguardo fisso nell’obiettivo della macchina fotografica, stessa fame, anzi, peggio. I dati ce lo confermano, e ci confermano che il mondo ricco non si è mai veramente mosso come avrebbe dovuto, ha dato solo briciole; le mosche sugli occhi di quel bimbo e il nostro senso di colpa non ci hanno mossi a sufficienza per 40 anni. E’ un fatto. L’appello ai valori della morale ha procurato solo palliativi, non è mai stato risolutivo, dunque l’evidenza storica ci dice che non funziona. Esso va tenuto per altri contesti, che qui non ci interessano.

2) Non devono essere atti di accusa dei “giusti” contro i biechi cittadini di un mondo ricco e indifferente. Lo sdegno, il rimprovero, il ricordo di quanto noi ricchi siamo insensibili e meschini, che trasudano certe crociate pro Sud, sono contro producenti, poiché fanno leva sul senso di colpa, e questo, anche se ha l’effetto di smuovere a breve alcune coscienze, alla lunga crea nelle persone astio e intolleranza ancora peggiori, con inevitabili ritorni di fiamma delle opinioni pubbliche contro il terzomondismo. Inoltre, la divisoria fra ‘belle anime’ e cittadini apatici (che più o meno involontariamente noi facciamo sentire a chi non appartiene al nostro mondo impegnato a sinistra) è ingiusta, proprio perché le persone non sono colpevoli della paralisi del libero pensiero, della mancanza di autostima e della paura che stanno alla base della loro sostanziale indifferenza. Nostro compito in questo stadio è solo di proporre stimoli di pensiero, rianimare il pensiero, nulla di più. Non dare lezioni.

3) Non devono essere complessi. La complessità dei messaggi è spesso frutto del narcisismo intellettuale di chi li formula, che in essi desidera vedere rispecchiata la propria competenza, a scapito della comprensione altrui. Le persone il cui consenso dobbiamo ottenere, sono quelle stesse persone la cui vita non solo non gli lascia il tempo per ascoltare (ritmi di vita, problemi personali, pressioni sociali, lotta per il reddito..), ma sono anche coloro che i nostri avversari hanno annichilito nel pensiero. Sottoporgli una mole di dati, concetti complessi, riflessioni faticose, stimoli articolati significa semplicemente perderli all’istante, parlare al muro. In questo i nostri avversari sono assai più raffinati di noi. Essi comunicano per sound-bites finemente pensati, ma quasi primitivi. Non importa se sono spesso menzogne, quello che conta è che fanno presa al livello Pre-comunicativo della mente umana, e funzionano nel creare consenso anche se il cittadino non ci crede particolarmente. Il trucco è sottilissimo, ma funziona terribilmente.

4) Per rianimare il pensiero devono essere pragmatici. Significa due cose: 1) Avere il coraggio di dire le cose come stanno, senza paura di allontanarci dai nostri dogmi buonisti o dalle nostre acquisizioni ideologiche (es.: i migranti non sono solo detentori di diritti, possono anche essere responsabili attivi di grandi problemi e va riconosciuto – le destre non hanno sempre torto, vanno osservate senza sdegno preconcetto, specialmente nel loro rapporto di ascolto del grande pubblico, che è assai più sofisticato del nostro – l’interculturalità non è sempre un faro di speranza, può generare scontri tremendi a cui noi non abbiamo ancora risposte – la non-violenza necessita di un contesto preciso, in altri contesti è inutile, persino sciocca – ecc..). In altre parole, la tendenza di chi si è schierato ad assumere rigide categorie di pensiero e cliché ideologici già preordinati limita enormemente la sua capacità di comprendere la realtà e soprattutto di comunicare con chi non sta dalla sua parte. In alcuni casi dare pane al pane e vino al vino può essere in attrito con l’impianto liberalumanitario buonista pacifista di sinistra che ci siamo dati, ma può servire a catturare l’attenzione di molte persone. E questo è il primo (e unico possibile) passo per arrivare poi a fargli comprendere la nostra visione di un Mondo Migliore. 2) Proprio in virtù della necessità di superare i ritriti appelli morali per i motivi già detti, dobbiamo avere il coraggio di far leva su concetti che facciano presa immediata sul livello più basilare della mente delle persone, anche se possono apparire brutalmente pragmatici. Preciso qui, e con vigore, che far leva in questo modo è solo un necessario espediente per poter evocare quel primo scatto di pensiero in persone altrimenti irraggiungibili. Ma il metodo è certamente destinato poi a essere superato da una comunicazione più elevata e più consona ai nostri princìpi.

Dovranno dunque proporre temi ben distinguibili e certamente far intravvedere la matrice umanitaria che li ispira, ma essere il meno direttivi possibile. L’unica impronta direttiva sarà quella di forzare nel lettore una risposta quasi automatica fra sé e sé, ma non una risposta complessa, bensì una reazione di getto, che appunto faccia perno solo sul buon senso umano, che sia un primo vagito di Libero Pensare.

Domanda: e l’ottenimento del consenso?

E’ qui il punto cruciale. L’ottenimento del consenso verso i nostri temi avverrà in automatico nella maggioranza delle persone se e quando esse avranno acquisito la capacità di pensare liberamente, di usare la loro testa senza più delegare ad altri il loro pensare. Perché? Perché io ho una fede assoluta in un assioma: l’essere umano libero dalla paura, dall’insicurezza e dalla disistima di sé perché capace di pensare liberamente, non può che propendere verso i valori della pace, dell’amore, del rispetto, dell’ascolto reciproco, e di una maggiore qualità umana nell’esistenza. L’essere umano che sia libero propende immancabilmente verso quei valori, che sono i nostri valori, con grande leggerezza e spontaneità, senza bisogno di tanti convincimenti. Questo è un principio fondante dello sviluppo umano, è ciò che ci ha portati dalla barbarie alla civiltà, e funzionerà sempre. Questo sopra ad ogni altra cosa ci porterà il loro consenso.

Conclusione.

Sulla via per Costruire un Altro Mondo abbiamo dunque ostacoli immensi, forse insormontabili, forse oggi è troppo tardi per fermare la locomotiva neoliberista. Ma almeno una certezza io l’ho: dobbiamo 1) Farci carico che il Neoliberismo (“l’Impero”) siamo anche noi, tutti noi. 2) Conoscere, divulgare e farci carico degli esatti COSTI di un mondo migliore, e ottenere consenso su di essi. 3) Scoprire nuove arti per comunicare e per creare consenso attorno alle nostre speranze, imparando innanzi tutto ad ascoltare persone sempre più impaurite, senza giudicarle.

Se non lo faremo, anche Porto Alegre si dissolverà in una inezia della nostra storia.

Paolo Barnard

dpbarnard@libero.it

Bibliografia.

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2) Global Exchange, 10 Ways to Democratize the Global Economy.

3) Stime Banca Mondiale, 1999.

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b. John Vidal, The Guardian, 2/9/2002.

c. Keith Ewing, Tearfund.

d. Mark Townsend, The Observer, 18/8/2002.

5) Friends of the Earth Summit Wrap Up, 4/9/2002, The Guardian.

5bis) Global Governance Initiative, World Economic Forum 2004.

6) UNDP’s Human Development Report.

7) Alan Schriesheim, PhD, Argonne National Laboratory, 11/1997.

8) Geoffrey Lean, Environment Editor, The Independent 01/09/2002.

8bis) Global Status Report, WSSD 2002.

9) Un debito senza Fondo, Report, RAI3, 08/12/1999.

10) Ann Pettifor, Campagna Jubilee 2000, Londra, & International Cotton Advisory Committee, rapporto 2002.

11) Campagna Stop Millennium Round, 15/11/2001.

12) Behind Consumption and Consumerism, Global Issue/ONU, 12/10/2002.

13) Vandana Shiva, Export at Any Cost, Znet, 14/05/2002.

14) Corporate Europe Observatory, Amsterdam.

15) I Globalizzatori, Report,RAI3, 09/06/2000.

16) a. Corporate Europe Observatory, Amsterdam.

b. I Globalizzatori, Report,RAI3, 09/06/2000.

17) The Federation of American Scientists, Arms Sales Monitoring, 02-2002.

18) Peter Hain, speech at the Royal United Services Institute London, 17/10/2002.

18bis) World Economic Forum 2005, dal seminario: Is the WTO Tenth Birthday Worth Celebrating?

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19bis) Office for National Statistics, 05/03.

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f. HSBC.

g. Guardian Special Reports.

h. IMF World Economic Outlook 2001.

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21) Giornalista del Wall Street Journal assassinato nel feb. 2002 da un gruppo di terroristi pakistani.

(22) Thomas Friedman, NYT 16/02/2002.

(23) Un altro mondo in costruzione, Baldini & Castoldi, 2002.

(24) George Monbiot, Logic of Empire, 06/08/2002, & The Guardian 02/2002.

(25) Stephan Zunes, Foreign Policy in Focus, 03/10/2002.

(26) Report, E-conomy, 10/2000.

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