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Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione.

FLORIANA GALLUCCIO

L’IMPERO E LE SUE SCALE: “METAFISICA” DEL POTERE.

TRACCE PER UNA GEOGRAFIA MINORE

«Viviamo in un’epoca dominata da quelle che Spinoza chiamava le “passioni tristi”. Con questa espressione il filosofo non si riferiva alla tristezza del pianto, ma all’impotenza e alla disgregazione. […] Il fatto che il mondo attuale ci proponga di dimenticare le minacce e che veniamo costantemente invitati a “occuparci delle nostre faccende” come se la vita e il suo divenire non fossero “affar nostro” determina una politica della rimozione permanente. Ma la rimozione è sempre come sappiamo bene, una scommessa persa in partenza, perché il rimosso e il ritorno del rimosso sono due momenti dello stesso movimento. Il ritorno della tristezza sociale, quasi fosse un contenuto rimosso, si trasforma quindi in questa nuova sofferenza che bussa oggi alle nostre porte»

(Benasayag, Schmit, 2004, pp. 2 e 51)

Tra gli studi apparsi di recente in Italia, il lavoro a firma di Claudio Minca e Luisa Bialasiewicz, Spazio e politica. Riflessioni di geografia critica (2004), intende catalizzare la nostra attenzione sulle complesse e intricate relazioni che governano e definiscono i rapporti tra spazio, potere e sapere. La ricerca dei due geografi si interroga su come – nel mondo attuale – queste categorie del pensiero e dimensioni della vita umana si stiano trasformando.

Il saggio trasferisce così, nel dibattito italiano, argomentazioni e temi che hanno prodotto già da qualche anno – nel panorama disciplinare internazionale, come in Italia in altri contesti degli studi sociali – una serie di significative riflessioni (1).

Gli stimoli che il testo ci offre, al quale altri dedicheranno la necessaria attenzione nel recensirlo, spingono ad aprirci verso orizzonti solo a tratti consueti. È un percorso lungo il quale prendono corpo due linee di pensiero, che a una lettura attenta rinviano l’una all’altra: la «dimensione globale» della produzione dello spazio, riflesso ed interazione della politica (quel che gli autori definiscono «spazializzazione della politica») e la natura «biopolitica» del potere. Quest’ultima è questione reintrodotta sul finire degli anni Settanta, con una chiave di lettura originalissima, da Michel Foucault e interpretata dai due geografi in particolare secondo l’accezione che Giorgio Agamben ha filtrato in un suo fondamentale saggio del 1995, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita.

Fin qui solo pochi accenni ad alcune essenziali e tuttavia sintomatiche fonti dell’interessante contributo di Minca e Bialasiewicz, ma dietro determinate questioni fondative messe a fuoco nel loro studio aleggia, in realtà, una massa critica di argomenti esposti in un libro che non viene invece mai esplicitamente citato (forse per distanze ideologiche o divergenze teoriche). Si tratta di Empire, lavoro scritto da Michael Hardt e Antonio Negri, dedicato al «nuovo ordine della globalizzazione» (2).

Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione. Di G. Agamben

Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione. Di Michael Hardt e Antonio Negri

Pubblicato nel 2000 negli Stati Uniti e successivamente tradotto in oltre trenta Paesi, il volume è divenuto poi, in poco tempo – fin dalla sua comparsa sul mercato editoriale – il testo di riferimento del movimento new global e, secondo Stuart Corbridge, fortemente apprezzato «as much by libertarians as intellectuals of the left» (2003, p. 185). È dunque a Impero che vorrei dedicare le seguenti note, poiché i nodi che il saggio pone sollecitano interrogativi a volte impliciti nelle trasformazioni degli attuali assetti del mondo, coinvolgendo necessariamente linee di ricerca e campi propri della riflessione geografica (3).

Sono trascorsi quasi tre anni dalla pubblicazione della versione italiana di Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione (nella veste più nota e diffusa in Italia edita da Rizzoli, 2002) (4) e nel frattempo molte cose sono cambiate. Mutevoli assetti geopolitici si sono complicati. La drammatica, pur se prevedibile, trasfigurazione di alcuni eventi mostra turbolenze forti, contrassegni di una fase politica internazionale sempre più fibrillante, densa di confusioni e tensioni contraddittorie che pulsano verso la composizione dei nuovi caratteri dell’Impero.

Nel dibattito geografico italiano l’eco suscitata dal lavoro di Hardt e Negri sembra essere stata quasi nulla, o piuttosto indiretta, a volte solo riflesso di quanto è maturato in altri contesti scientifici e forum sul tema – reiterato e onnipervasivo – della globalizzazione dei mercati, spesso coniugato alla crisi del sistema statuale o della fine degli Stati-nazione (5). Da parte dei geografi italiani il libro avrebbe richiesto probabilmente un’attenzione maggiore di quella che sembra gli sia stata riservata (6), non tanto per l’impianto generale e le tesi dall’intento politico dichiaratamente antagonista e marcatamente ideologico che sostengono l’intera trama del testo (di cui si dirà tra breve), quanto per la portata complessiva delle riflessioni che modulano lo studio nella sua sostanza.

Ad oltre cinque anni di distanza dalla pubblicazione originale, si può effettivamente iniziare a valutare il senso e l’ampiezza dell’influenza che l’opera ha esercitato nell’orientare alcune attuali ipotesi di ricerca negli studi sociali o – come si direbbe con un’espressione cara ad una diffusa tendenza maturata in questi «tempi postmoderni» – le narrative correnti nelle quali siamo immersi, fino a risuonare nei dibattiti mediatici intrisi di geopolitica ai quali siamo letteralmente sotto-posti (tali aspetti sono messi ampiamente in evidenza anche dal saggio di Minca e Bialasiewicz che, peraltro, li leggono alla luce di una visuale «postmoderna»).

Il testo di Hardt e Negri si snoda per oltre quattrocento pagine, risultando estremamente denso, fortemente articolato ed esigerebbe non solo più di una lettura, ma forse uno spazio più ampio per scriverne e discuterne, rispetto a quanto sia possibile fare in questa breve nota.

Costruito con una considerevole ed argomentata ricchezza di fonti, il libro è suddiviso per parti; nella prima, dedicata a La costituzione politica del presente, vi sono tratteggiati i lineamenti generali che caratterizzano la visione dell’Impero proposta dagli autori: La tesi di fondo che sosteniamo in questo libro è che la sovranità ha assunto una forma nuova, composta da una serie di organismi nazionali e sovranazionali uniti da un’unica logica di potere. Questa nuova forma di sovranità globale è ciò che chiamiamo Impero (Impero, p.14, corsivo mio). L’analisi dell’Impero parte, quindi, dalla ricostruzione della genesi del relativo concetto politico-giuridico, che si dipana dalla fondazione imperiale dell’antica Roma per intrecciarsi con le «origini cristiane della civiltà europea» (ibid., p. 27). Nelle parti seconda e terza sono poi chiariti i passaggi dalla modernità alla post-modernità, letti come transizione dall’imperialismo alla dimensione odierna dell’Impero: L’imperialismo costituiva una vera e propria proiezione della sovranità degli statinazione europei al di là dei loro confini […] L’Impero emerge al crepuscolo della sovranità europea. Al contrario dell’imperialismo, l’Impero non stabilisce alcun centro di potere e non poggia su confini e barriere fisse. Si tratta di un apparato di potere decentrato e deterritorializzante, che progressivamente incorpora l’intero spazio mondiale all’interno delle sue frontiere aperte e in continua espansione (ibid., p. 14).

In entrambe le sezioni si procede con una ricostruzione storica delle forme di egemonia apparse in Europa. Nella seconda (Passaggi di sovranità), affrontando una riscrittura dei processi culturali che hanno caratterizzato la storia delle idee e connotato le diverse forme di conoscenza affermatesi in Europa, si mette a fuoco la genealogia del concetto di sovranità moderna – dall’umanesimo all’illuminismo fino all’affermazione dell’idealismo hegeliano. L’idea di sovranità, nata nelle sue specifiche definizioni all’interno della peculiare tradizione europea, diviene sostanziale cardine giuridico nella costruzione dell’eurocentrismo. Nel definire le difficoltà che la crisi contemporanea della forma-stato mette in mostra, non esercitando più alcuna presa all’interno della formalizzazione giuridica della sovranità statale, gli autori trattano di Due Europe e due modernità e circoscrivono in tal modo le trasformazioni introdotte dalla «rivoluzione» della modernità nella storia dell’Occidente. Con arguzia i due studiosi delineano l’irruzione del piano di immanenza nella concezione trascendente del mondo medievale, che tra XIII e XIV secolo stava andando in crisi. La prospettiva della trascendenza, in maniera irriflessa, trasla sottilmente nelle metafisiche dominanti dei secoli successivi per trasformarsi in un orizzonte – delle forme di conoscenza e dei materiali processi di produzione – teso a contenere la forza dirompente e potenzialmente eversiva delle moltitudini degli oppressi. Per un tratto negate, le moltitudini subalterne compaiono comunque sulla scena della riflessione politica mediante percorsi di pensiero portati avanti da una precisa tradizione filosofica, puntualmente ricostruita. Così Hardt e Negri chiamano in causa le visioni del mondo di Guglielmo da Ockham, Duns Scoto, Nicola Cusano, Pico della Mirandola, Charles de Bouvelles, Francis Bacon, Galileo Galilei, Baruch Spinoza per tessere il filo che riannoda, in vario modo, la «valorizzazione del piano di immanenza» con la liberazione delle forze dell’utopia. Gli autori accennano, quindi, alle posizioni di Pascal, Descartes, Kant, Hegel e Schopenhauer, per approdare poi a un inquadramento della crisi del mondo contemporaneo che si collega alle più recenti teorie sui limiti del «nuovo ordine del mondo», evidenziando quanto siano ormai inadeguate e non più proponibili le classiche definizioni della sovranità giunte a compimento nel corso dell’età moderna: la modernità non è né uniforme né omogenea, ma è costituita da almeno due tradizioni distinte, in contrasto tra loro.

  • La prima inizia con la rivoluzione dell’umanesimo rinascimentale, da Duns Scoto a Spinoza, e consiste nella scoperta del piano di immanenza e nella valorizzazione della singolarità e della differenza.
  • La seconda, il Termidoro del Rinascimento, è caratterizzata dal tentativo di tenere sotto controllo le forze utopiche liberate dalla prima mediante la costituzione e la mediazione dei dualismi, sino alla concettualizzazione della sovranità moderna come soluzione provvisoria (ibid., p. 138).

Questa tesi, per molti versi assiomatica, racchiude una tra le istanze critiche nevralgiche sulle quali è costruito il saggio. Molti dei teorici appena richiamati, ed in particolare Spinoza, prefigurano per l’appunto quell’«architettura» di senso nella quale la secolarizzazione prende corpo e che, al contempo, rappresenta la linea di orizzonte di tale «prima modernità», la cui portata politica risulta sapientemente occultata dalla tradizione della «scienza normale», supporto questo necessario per dare sostanza all’egemonia di quella «seconda modernità» che, a parere degli autori, nel mondo post-moderno della globalizzazione offre al nostro sguardo la misura di una sua crisi definitiva.

L’attenzione riservata dai due studiosi alla genealogia della sovranità, alle forme del potere sovrano nel corso della storia europea, risulta maggiormente fedele alle fonti e dunque più calzante (cfr. Impero, pp. 80-98). Contrariamente alle premesse, invece – allorché provano a decifrare le nuove forme assunte dai «reali» rapporti di sfruttamento e di dominio all’interno dell’Impero – risalta una costante, ma non sempre esplicitamente dichiarata tensione verso una filosofia della storia che permea tutto il lavoro, che ne costituisce la trama, il canovaccio e diviene per molti versi anche il limite più evidente dell’intera argomentazione.

In questione è la costruzione di un «nuovo» concetto di sovranità, in quanto «nuove» sono le dinamiche che presiedono al controllo e alla produzione dello spazio e allora Hardt e Negri sottolineano come, lungo una traiettoria di pensiero che va da Kant a Foucault, il problema – continuamente posto dagli interrogativi inscritti nelle differenti filosofie maturate nel solco tracciato dall’illuminismo – é dove si collochi il limite storicamente mutevole tra un «dentro» e un «fuori», dove divenga possibile situare il confine tra questi due topos, quale ne sia la soglia spazio-temporale. Secondo i due studiosi nel mondo dell’Impero questa distinzione non ha più senso, non è più possibile circoscrivere un «fuori», i confini

scompaiono. «Occorre superare l’alternativa tra interno ed esterno» (7) con le relative categorie dicotomiche sulle quali si intessono quasi tutti i ragionamenti: coppie opposizionali insite nelle strutture logiche della formazione del pensiero occidentale, la cui espressione suprema é ascrivibile allo schema della dialettica hegeliana (sé/altro; servo/padrone). I due autori, dunque, ribaltano completamente la prospettiva che definisce la distinzione tra un «dentro» e un «fuori» e per sostenere la loro tesi vagliano tre posizioni decisive nell’ambito della tradizione delle dottrine politiche della modernità, ossia quelle di Machiavelli, Spinoza e Marx (8). Lentamente il discorso si attesta ancora una volta sul piano metafisico, alla ricerca dell’Assoluto: Nella sua forma ideale, il mercato mondiale non conosce nessun fuori: il suo dominio è il mondo intero. La forma del mercato mondiale è un modello per comprendere lasovranità imperiale. Come, per Foucault, il panopticon rappresenta il diagramma del potere nella modernità, il mercato mondiale rappresenta adeguatamente – anche se non è un’architettura, ma piuttosto un’antiarchitettura – il diagramma del potere imperiale.

Lo spazio striato della modernità era costituito da luoghi fondati su un continuo rapporto dialettico con un fuori. Lo spazio della sovranità imperiale, al contrario, è libero. Libero dalle divisioni binarie e dalle striature prodotte dai confini della modernità, lo spazio imperiale è solcato da un numero imprecisato di linee di frattura, che lo fanno apparire come uniforme e continuo. In tal senso, alla crisi della modernità, ormai così netta e definita, subentra l’onnicrisi dell’Impero. Nello spazio liscio dell’Impero non c’è un luogo del potere. Il potere è a un tempo, ovunque e in nessun luogo. L’Impero è un’utopia, un non-luogo (Impero, pp. 180-181). Credo, in effetti, che esista una differenza tra un’«utopia» (il luogo che non c’è: la proiezione di un modello di un mondo possibile) e un «non-luogo», ossia la svaporizzazione delle molteplicità di senso, inserita però materialmente, nei luoghi storicamente sedimentatisi nel territorio.

Marc Augé - Non-luoghi

Marc Augé - Non-luoghi

I «non-luoghi» descritti da Marc Augé (1993) sono, ad esempio, gli shopping mall disseminati in tutto il mondo dei flussi dei mercati globali. Privi di quelle connotazioni intrinseche e specifiche dei luoghi, si rivelano tuttavia capaci di organizzare le dinamiche sociali all’interno del circuito mondiale delle merci, fino a scandire i ritmi e i tempi della quotidianità e paradossalmente sembrano sostituirsi alle «piazze» del mercato, a quelle forme di socializzazione che si costruivano negli spazi esterni e «pubblici» della modernità.

Se tali valutazioni investono i rapporti tra spazio, luogo e territorio, del resto, occorre precisare come, in sequenza, nel delineare il passaggio dalla sfera delle idee alla sfera della produzione, Hardt e Negri si ispirino dichiaratamente al pensiero di Marx. L’intento ambizioso è quello di stabilire parallelismi con il Capitale, laddove si passa dallo studio dei processi regolativi dello scambio a quelli della produzione (cfr. Impero, p. 18). Poi, nella terza parte (Passaggi di produzione), ancora in sintonia con la periodizzazione della sezione precedente, l’analisi si concentra sulla storia delle forme di produzione e percorre le trasformazioni economiche innescatesi sul finire del XIII secolo, quando nella fase tardomedievale, con l’avvento del mercantilismo e successivamente con il dilagare del capitalismo, iniziano a profilarsi nuove soggettività».

In contrapposizione polemica alla nascita del concetto di «individuo», diffusosi con l’irrompere del mondo borghese, il recupero dell’idea di soggettività qui mira a sottolineare la distanza teorica rispetto alle correnti interpretazioni dell’individuo inteso come ideal-tipo. L’individuo compone quelle aggregazioni che hanno costituito – fin dal nascere della scienza borghese in età moderna – le «popolazioni» delle contabilità e delle statistiche statali e i «popoli» delle nazioni: aggregati che diverranno oggetto di controllo della sfera biopolitica nella transizione dalla società disciplinare alla «società del controllo», come suggerisce per l’appunto il pensiero di Foucault. Il concetto di soggettività ipostatizza – dal suo canto – soggetti multiformi, sfaccettati, dai molteplici profili, che danno vita alla «moltitudine», accezione

quest’ultima riferita in modo esplicito alle tesi presenti nel Trattato teologico-politico di Baruch Spinoza.

Si giunge, quindi, alla parte quarta (Il declino e la caduta dell’Impero), sezione conclusiva nella quale Hardt e Negri, dichiarando la loro prospettiva tesa a privilegiare le moltitudini dei «vinti», tentano di aprire un varco alla riflessione su «nuovi mondi possibili», forme alternative e antagoniste nei confronti della società del controllo che nella contemporaneità si rivela attraverso il potere dell’Impero.

La società del controllo è:

un tipo di società in cui i meccanismi di comando divengono sempre più “democratici”, sempre più immanenti al sociale, e vengono distribuiti attraverso i cervelli e i corpi degli individui.

I comportamenti che producono integrazione ed esclusione sociale vengono quindi sempre più interiorizzati dai soggetti stessi. In questa società il potere si esercita con le macchine che condizionano direttamente i cervelli (nei sistemi della comunicazione, nelle reti informatiche, ecc.) e i corpi (nei sistemi del Welfare, nel monitoraggio delle attività, ecc.) verso uno stato sempre più grave di alienazione dal senso della vita e dal desiderio di creatività. La società del controllo può quindi essere definita come una intensificazione e generalizzazione dei dispositivi normalizzatori della disciplina che agiscono all’interno delle nostre comuni pratiche quotidiane; a differenza della disciplina, però, questo controllo si estende ben oltre i luoghi strutturati dalle istituzioni sociali, mediante una rete flessibile e fluttuante. (ibid., p. 39).

Si conferma, in tal modo, il richiamo a quel modello del potere rizomatico, reticolare, decentrato e non gerarchico, descritto da Deleuze e Guattari. La possente metafora del rizoma, in effetti, è stata ripresa da molti studiosi del territorio e della sovranità, proprio al riguardo delle dinamiche originatesi dall’interazione e dall’integrazione delle reti materiali e immateriali, incrementate dalla spinta deterritorializzante dei processi produttivi, con i quali si coniugano sul finire del Novecento nella transizione verso il postfordismo. All’immagine del rizoma, inoltre, viene affiancata e contrapposta la configurazione di forme arborescenti. Queste ultime interpretano una struttura dei poteri – presenti ad

esempio nell’articolazione degli oligopoli – modellati come alberi, con rami e radici: centri di potere le cui diramazioni riproducono una organizzazione di tipo gerarchico. Le continue ibridazioni tra i due modelli paradigmatici dell’articolazione dello spazio e delle strutture del potere, appena tratteggiati,

segnano per Hardt e Negri il passaggio dalle matrici moderne del comando imperialista alla realtà post-moderna dell’Impero.

Il motivo ispiratore del lavoro, ossia la necessità di giungere a una diversa comprensione delle forme attuali assunte dalle logiche del potere sub specie dell’Impero, fa affermare pertanto ai due studiosi:

Pur senza sottovalutare le importanti linee di continuità, pensiamo tuttavia che sia importante notare come i conflitti e le rivalità tra le varie potenze imperialistiche siano stati per molti aspetti sostituiti dall’idea di un unico potere che le sovradetermina tutte, le organizza in una struttura unitaria e le riduce a una nozione comune del diritto che è nettamente postcoloniale e postimperialistica. Questo è il vero e proprio punto di partenza del nostro studio dell’Impero: un nuovo concetto del diritto o, meglio, una riformulazione dell’autorità e un nuovo disegno della produzione delle norme e degli strumenti giuridici della coercizione atti a garantire i contratti e a risolvere i conflitti (ibid., p. 26, corsivo mio).

Vi è qui il nucleo della prospettiva nella quale si muovono gli autori, quello che a loro avviso è un autentico passaggio di scala: ideologicamente inquadrato in una visione del Potere unidimensionale, sembra far riecheggiare l’immagine di un corpo dello stato organicamente organizzato, fatto di parti coerenti e connesse – esattamente in controcanto rispetto a quella visione del plurale e del molteplice alla quale dichiarano di aderire – e nei confronti del quale muovono una critica serrata già dal capitolo sulla Governamentalità disciplinare (cfr. in particolare la parte terza).

Attribuire a un unico centro di Potere metafisico (?) l’idea di un Impero quale forma sovrana del governo globale riflette la visione di un capitalismo che sembra essere un processo coerente, pur «virtualmente» proiettato nello spazio liscio e rizomatico dei Mille Piani nei quali Deleuze e Guattari vedono frammentarsi e moltiplicarsi le soggettività e i processi di produzione sociale, economica, culturale, attraverso la comunicazione, i corpi, l’affettività. Tale punto di vista sembra di fatto tendere a ridurre ad unum la multidimensionalità dei poteri e del Potere, procedendo quasi in controtendenza rispetto alla visione postfordista e postmoderna della moltiplicazione dei poteri che, nella recente fase di globalizzazione dell’economia, si strutturano mediante i processi di deterritorializzazione e delocalizzazione. L’Impero se da un lato produce identità ibride, gerarchie flessibili, spazi plurali, dall’altro, «modulando reti di comando», sembra annullare le differenze, esaltando l’unica antinomia che pervade indiscriminata i vari momenti della storia: il divario ora più esacerbato e profondo tra condizioni «morali» e materiali di opulenza e povertà.

Ancora una volta le chiavi di lettura offerte dal testo soffrono nel ritrovarsi inserite all’interno di una logica riduttiva di tipo oppositivo, che comprime e appiattisce la grande ricchezza delle pluralità, dichiarate invece da Hardt e Negri come oggetto preminente della loro riflessione. Tale appiattimento riduce e al

tempo stesso assimila in sequenze indistinte le diversità dei soggetti sociali, dei territori locali, degli stati colonizzati del Terzo e del Quarto mondo, dei paesi attraversati dalla transizione post-coloniale dai nuovi processi di formazione del capitale, dai flussi imprevedibili del capitale finanziario, da «orde» di nomadi, migranti dalle molteplici appartenenze religiose e culturali. Soggetti e dinamiche collocati con una semplicità che non si può ritenere ingenua, in una costruzione del discorso in sostanza dicotomica. Si afferma dunque una logica binaria che, pur rimessa in discussione e criticata fin dall’inizio, si insinua a più riprese quasi a prefigurare una dialettica della liberazione dal capitalismo (aleggia ancora il

fantasma di Hegel, dunque?).

L’Impero policentrico e deterritorializzato, di cui qui si tratta sembra, infatti, mettere a nudo la trama di una visione panottica e onnipotente del Potere – la reificazione, come già detto, del panopticon di Foucault che controlla in modo «coerente» un mondo a «parti intere» – immessa in una prospettiva dalla quale viene governato l’intero pianeta e che, argomentata in tal modo, appare contraddittoria, un controsenso. Al di là degli «spazi lisci» del mondo virtuale e delle sue icone ideali, quel che sembra tagliata fuori nella sua essenziale presenza è la densità striata della storia.

Riaffiora, così, nel corso dell’intera ricostruzione teorica, l’idea di uno sguardo strabico, rivolto a «soggetti» difficilmente individuabili – o meglio a forme fantasmatiche – che si stenta a riconoscere: le moltitudini antagoniste e disobbedienti irrompono con le varie rivolte presenti in molte parti del mondo e vogliono riappropriarsi della conoscenza, costituendo il posse (9), liberando il desiderio (ancora un assoluto metafisico?). Proprio il processo di globalizzazione creerebbe le condizioni per le moltitudini ineluttabilmente mosse da volontà rivoluzionaria!) non solo di subirne le contraddizioni, ma in quanto soggetti di sfruttamento indistinto, di attraversarne le discrasie per trasformare – capovolgendoli – i rapporti di forza prodotti dalla società del controllo. A questa idea corrisponde il recupero della figura del povero che in tutte le epoche storiche rappresenta per gli autori l’icona delle moltitudini deprivate, vinte, subalterne.

Icona che incarna in sé l’apologia di una liberazione di cui si fa fatica, tuttavia, a intravedere i passaggi e le istanze autenticamente trasformative, poiché rade sono le tracce indelebili lasciate nel corso della nostra storia presente (10).

Fin qui in sintesi la costruzione formale dell’opera; d’altro canto non appare possibile rendere conto delle letture dalle molteplici chiavi, come dello sconfinato mare di note o recensioni dedicate al libro, che esondano pure dal grande oceano di Internet (11). Allo stesso modo risulta arduo trasporre la «polifonia» dei discorsi e delle sollecitazioni che lo studio propone, per cui vorrei tentare di procedere con un metodo che sembra suggerito dall’ordito stesso del testo. Enucleare soltanto alcuni passaggi centrali e con piccoli saggi puntuali definire una sorta di tracciato puntiforme – rizomatico per l’appunto – che potrebbe, sotto certi profili, rendere conto della pluralità dei piani ma anche delle omologie del discorso portato avanti con questo lavoro.

1. Fin dalle prime battute gli autori, per sviluppare il filo del loro ragionamento, dichiarano in modo  esplicito l’adozione di un approccio «necessariamente interdisciplinare», ineludibile per comprendere le connessioni che percorrono la formazione dell’Impero.

Le nostre argomentazioni intendono essere, a un tempo, filosofiche e storiche, culturali ed economiche, politiche e antropologiche. Il nostro oggetto di analisi, peraltro, esige quest’ampia interdisciplinarietà dato che, nell’Impero, le distinzioni che in passato potevano giustificare approcci rigidamente disciplinari stanno progressivamente venendo meno. (ibid., p.17)

Il confronto costante, con stimoli provenienti da altri ambiti di ricerca, riecheggia in un metodo che una certa tradizione di pensiero lungamente ha prodotto nella formazione dei saperi e nelle pratiche degli studi in geografia. Si prendano in considerazione alcuni concetti-chiave intorno ai quali sono state

costruite gran parte delle tesi sostenute da Hardt e Negri: individui vs soggettività, popolo vs moltitudine, locale vs globale, territorio vs deterritorializzazione, confini vs reti rizomatiche, imperialismo vs Impero. L’uso di simili «concetti-chiave», tradotti in una prospettiva a tratti inedita, stimola comunque – a mio avviso – la lettura del libro che, pur mostrando contraddittorietà di analisi, vale la pena affrontare, poiché il saggio induce a confrontarsi con alcune tra le più incisive riflessioni che la cultura europea abbia prodotto nel corso dell’età moderna, riattivando questioni per noi oggi decisive. Infatti, l’Impero qui delineato richiama quelle analisi del Potere che una lunga stagione della geografia radicale ha

diffusamente rimesso in discussione, volgendosi verso una ricerca tesa a denunciare quegli attori e nuclei di potere plurali, polimorfi, produttori di spazi mimetici, che presiedono sotterraneamente al governo del territorio alle varie scale.

2. A guardar bene, attraversa in larga parte Impero una sorta di filosofia della storia, e se per un verso mira a strutturare una critica del Potere sovrano paradossalmente dall’altro ne sembra affermare al tempo stesso l’ideologia, intrecciando approcci diventati oggi linguaggio corrente. Il saggio, in effetti, con un assemblaggio che riecheggia decisamente le costruzioni delle narrative postmoderne nella sostanza criticate, mescola riferimenti a universi i cui impianti differenti, come a più riprese sottolineato, risultano a volte contraddittori e confliggenti fra loro. Sotto traccia, in questo viatico, scorrono le suggestioni provenienti dalla lettura di Foucault, proprio a partire dalle ipotesi di ricerca che Deleuze e Guattari hanno condotto sulla scia della lezione foucaultiana, radicalizzandone per molti versi i contenuti (12). In fondo, sarà proprio un dominio che «non si limita a regolare le interazioni umane, ma cerca di dominare direttamente la natura umana» (Impero, p. 16) attraverso una forma paradigmatica di potere che è il biopotere – forma di controllo della totalità della vita sociale, di cui pure Minca e Bialasiewicz ci parlano – ad emergere con nettezza dalle tesi di Impero?

3. Incontrando la ricchezza di un volume come Impero, si ritrova a più riprese il pensiero di Foucault, ed in particolare lungo questo cammino affiora reiterata la sua definizione di biopolitica. Su tale concetto vorrei soffermare l’attenzione, poiché costituisce un nesso essenziale proprio rispetto alle due linee di pensiero evocate in apertura – la dimensione globale della produzione dello spazio e la natura biopolitica del Potere – focalizzati anche nel lavoro di Minca e Bialasiewicz, seppure con diversità di angoli visuali e prospettive di lettura.

È al riaffacciarsi dell’idea di biopolitica e del concetto di biopotere che una copiosa produzione di scritti e studi in questi anni, in quasi tutti gli àmbiti disciplinari, ha dedicato la sua attenzione pur con mutevoli punti di vista e talvolta fraintendimenti (13).

La controversa ed illuminante definizione di biopolitica, negli ultimi dieci anni, è stata letteralmente sottoposta a un’investigazione degna dell’acribia propria di quei medici anatomo-patologi dalla cui critica lo stesso Foucault parte con il suo Nascita della clinica (Foucault, 1998b), saggio forse trascurato, ma decisivo per l’originario progetto di costituzione di quell’Archeologia del sapere (Foucault, 1999) messa a punto dal filosofo francese. Verso la seconda metà del XVIII secolo, attraverso il controllo esercitato dall’organizzazione dello stato moderno, si afferma la presa del Potere sulla vita, con strumenti e modi che pervadono ed investono tutte le forme di vita: la proliferazione, la nascita e la mortalità, il livello di salute, la durata di vita, la longevità con tutte le condizioni che possono farle variare; la loro assunzione si opera attraverso tutta una serie di interventi e di controlli regolatori: una bio-politica della popolazione. Le discipline del corpo e le regolazioni della popolazione costituiscono i due poli attorno ai quali si è sviluppata l’organizzazione del potere sulla vita. […] La vecchia potenza della morte, in cui si simbolizzava il potere sovrano, è ora ricoperta accuratamente dall’amministrazione dei corpi e dalla gestione calcolatrice della vita (Foucault, 2003, p. 123).

Si tratta, dunque, della nascita del biopotere. Per Agamben: «uno degli orientamenti più costanti del lavoro di Foucault è il deciso abbandono dell’approccio tradizionale al problema del potere, basato su modelli giuridicoistituzionali (la definizione della sovranità, la teoria dello Stato) in direzione di un’analisi spregiudicata dei modi concreti in cui il potere penetra nel corpo stesso dei soggetti e nelle loro forme di vita»(1995, p. 7). Tale potere segue due piani intersecantisi, quello delle tecniche di individualizzazione soggettive, che portano il soggetto a vincolare la propria identità al potere del controllo sociale esterno e le procedure di controllo totalitario oggettive, con cui lo Stato assume la cura della vita degli individui. Si crea pertanto un vero e proprio «doppio legame politico» (cfr. Foucault, 1994, vol. IV, pp. 229-32).

4. Di seguito riporto alcuni ampi passi tratti dal saggio di Esposito (2004) che gettano una luce singolare sulla genesi del concetto di biopolitica, soprattutto per i riferimenti connessi alla riflessione geografica. Sostiene Esposito:
Nel giro di qualche anno la nozione di ‘biopolitica’ non solo si è installata al centro del dibattito internazionale, ma ha aperto una fase completamente nuova della riflessione contemporanea. Da quando Michel Foucault ne ha, se non coniato il termine, riproposto e riqualificato il concetto, l’intero quadrante della filosofia politica ne è risultato profondamente modificato. […] Lungi dall’aver acquisito un assetto definitivo, il concetto di biopolitica appare percorso da un’incertezza, da un’inquietudine, che ne impedisce ogni stabile connotazione. […] Per coglierne il motivo, non basta limitare il proprio angolo di visuale alla trattazione di Foucault. Bisogna risalire ai testi e agli autori da cui, pur senza mai citarli, essa prende le mosse in forma di riproposizione e contemporaneamente di decostruzione critica. Essi – almeno quelli che si richiamano esplicitamente al concetto di biopolitica – possono essere catalogati in tre blocchi distinti e successivi nel tempo, caratterizzati rispettivamente da un approccio di tipo organicistico, antropologico e naturalistico […] Ma colui su cui va concentrata l’attenzione, perché probabilmente è il primo ad adoperare il termine ‘biopolitica’, è lo svedese Rudolph Kjellen, cui si deve anche il conio dell’espressione ‘geopolitica’, poi elaborata da Friederich Ratzel e da Karl Haushofer in chiave decisamente razzista.
Rispetto a tale deriva – sfociata di lì a poco nella teorizzazione nazista dello ‘spazio vitale’ (Lebensraum) – va detto che la posizione di Kjellen resta più defilata, nonostante una conclamata simpatia per la Germania guglielmina ed anche una certa propensione per una politica estera di tipo aggressivo. (2004, pp. 3-4 e 6).
Colpisce la svista che anche filosofi dello spessore di Roberto Esposito prendono al riguardo di figure emblematiche della tradizione del pensiero geografico-politico quali Ratzel e Kjellen. Nel 1904, come tutti sanno, Ratzel muore, dunque prima della pubblicazione dei lavori di Kjellen ai quali Esposito fa riferimento. La recente e densa letteratura italiana e internazionale relativa all’opera ratzeliana ha significativamente messo in discussione una certa «banalizzazione» della produzione del geografo, evidenziando quanto sia ben più complessa e sfaccettata l’interpretazione dei suoi testi, sia per collocare le origini della geografia politica in età moderna, che la stagione della Geopolitik. Pur se una certa rappresentazione «classica» del contributo scientifico di Ratzel permane in alcuni manuali di geografia, questi sono considerati ormai pressoché superati da larga parte della comunità dei geografi. Credo tuttavia che proprio sul concetto di biopolitica – sulla sua genesi e le odierne implicazioni – bisognerà continuare a riflettere.
5. Si pensi ai riferimenti ai concetti di biopotere e di biopolitica nell’accezione coniata da Foucault e dai quali Hardt e Negri sembrano prendere le distanze, collocando il pensiero del teorico francese all’interno della sua deriva strutturalista. La critica mossa dai due studiosi investe il rifiuto esplicito di Foucault di condurre un’analisi classica del Potere sovrano, nella quale leggono il rifiuto di una politica della liberazione che non sembra trovare voce, poiché la versione foucaultiana dei dispositivi del dressage (alla lettera raddrizzamento, addomesticamento) prodotti dal biopotere nelle società di controllo, non lascia margini di fuga alla colonizzazione dei singoli, modulando il controllo dei corpi e delle menti reso possibile dalla «tecnica scatenata». Hardt e Negri sostengono, invece, che portando alle estreme conseguenze il processo di «mutazione» quasi inesorabile, esercitato dall’universo «macchinico» dell’attuale accelerata fase di globalizzazione, si potrà uscire probabilmente «fuori» da queste lacerazioni che percorrono il mondo.
Ma l’ambiente sociale e «naturale» interamente trasformato e costruito dall’uomo mostra come le macchine, che vivono della produzione immateriale, siano ormai divenute produttori di uomini tramite le biotecnologie e i sistemi di comunicazione di massa. Una natura costruita che incide e scarnifica nel profondo la condizione umana, il bios delle diverse «forme di vita» e ci pone di fronte a interrogativi dolorosi che esigono nuove definizioni giuridiche per delimitare la soglia tra vita e non vita, trascinando con sé domande pressanti circa la decodifica delle logiche e delle nuove forme in cui alla lettera «prendono corpo» il potere sovrano e i relativi mutanti paradigmi della sovranità. Un gioco perverso costruito dagli uomini, al tempo stesso carnefici e vittime di quelle protesi tecnologiche che si stanno impossessando del mondo, mentre hanno spossessato gli uomini.
6. In fondo, «oltre» lo spazio liscio dell’Impero é negli spazi interstiziali, nelle fratture dello spazio striato, nelle crepe delle interazioni fra locale e globale che occorrerebbe andare a guardare, per provare ad orientare di nuovo il cammino.
Negli scarti degli spazi e dei luoghi residuali, non connessi, marginali si potrà forse trovare uno spazio «altro». Alla ricerca di «nuovi» territori nel mondo del dominio biopolitico, probabilmente non occorrerà guardare agli «spazi bui della mente», ma interrogare le forze ctonie degli spazi pre-consci e silenziosamente irregimentati dei corpi e delle passioni per poter fare appello a quelle pulsioni – queste sì sempre più residuali – che ci parlano di amore, di passioni gioiose, di desideri in grado di trasformare le nostre vite.
È quanto in conclusione ci dicono anche Hardt e Negri, allorché intendono dare voce a una attività «costituente e non rappresentativa» che si opponga, resistendo, al potere dell’Impero e dia corpo ad un «progetto d’amore» emblematicamente ricordato dalla vicenda di Francesco d’Assisi (cfr. Impero, pp. 381-382). Su questa inusuale e forse inquietante conclusione del volume vorrei chiudere: due testi Spazio e Politica e Impero da leggere insieme – attraversando l’intensa ricchezza delle fonti richiamate – rispetto alle quali la geografia e il pensiero critico possono provare a dirci qualcosa (e forse più di una cosa) su
quella «storia naturale» nei confronti della quale molti saperi sono oggi costantemente sollecitati a confrontarsi e riflettere, guardando alle nuove soglie liminari che definiscono la vita o meglio il bios. Per dirla con Paolo Virno, «alla vita inclusa nella produzione flessibile viene contrapposta l’istanza (perspicua perché a sua volta “non specializzata”) di una ”buona vita”. E la ricerca della “buona vita” è il solo tema concreto della ”scienza dei costumi”» (Virno, 2004, p. 113).


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(1) Si confronti, al riguardo, l’insieme dei testi citati nella bibliografia che correda il volume di C. Minca e L. Bialasiewicz per avere solo in parte, ma con efficacia, la misura del dibattito che di recente è stato prodotto intorno a tali temi.

(2) Per quanto attiene alle possibili divergenze teoriche rispetto al testo di Minca, 2004, cfr. l’intero cap. IV Sintomi del passaggio (pp. 136-152), nel quale è presente una decisa critica alle ideologie tendenzialmente sottintese negli approcci degli studi postmoderni e postcoloniali.

(3) Basti rilevare che nei Ringraziamenti formulati dagli autori figura D. Harvey, al quale sono dedicate anche alcune note, con più di un riferimento ai suoi fondamentali saggi del 1984 e del 1989, ove il lavoro del geografo viene inquadrato come «punto di vista della topografia economica e della critica socialista», mentre il termine «geografia» curiosamente non compare quale prospettiva disciplinare della produzione scientifica di Harvey (cfr. Impero, 2002, nota 20, p.393).

(4) Di seguito si citerà dall’edizione italiana di Impero, 2002.

(5) Cfr. Fukujama, 1992; Huntington, 1997 e Badie, 1996 e Ohmae, 1996.

(6) Numerosissime le recensioni apparse sui principali giornali, sui più importanti settimanali di opinione, così come nelle maggiori riviste specialistiche di scienze sociali di diversi Paesi, in particolare nel mondo anglosassone. Segnalo tra le tante la nota del geografo Kirsch, 2003; un numero di Antipode, 2003, quasi interamente dedicato agli interrogativi ollevati da Impero, con scritti di Chari, Corbridge, Merrifield, Raman, Welker. In Italia, inoltre, un intero numero di Micromega (5/2001) ha ospitato il dibattito suscitato dalla pubblicazione del volume e probabilmente accelerato dall’evento dirompente dell’attentato dell’11 settembre 2001, con interventi di J. Habermas, G. Marramao, G. Vattimo, C. Taylor, R. Rorty, M. Cacciari, A. Caravero, A. Del Lago, O. Franceschelli, C. Galli, J.-L. Nancy, E. Severino, R. Esposito, lo stesso T. Negri e S. Veca.

(7) Foucault, 1998a, citato in Impero, p. 175.

(8) Hardt e Negri affermano: «Il loro pensiero è fondato nei processi reali della costituzione della sovranità di cui cercano di far esplodere le contraddizioni al fine di aprire lo spazio di una società alternativa. Il fuori viene costruito dal di dentro» (Impero, p. 176).

(9) Precisano i due autori: «Il nome che vogliamo adottare per connotare la moltitudine nella sua autonomia politica e nella sua attività produttiva è un termine latino: posse – e cioè il verbo potere nel senso dell’attività. Nell’umanesimo rinascimentale la triade esse, nosse e posse (essere, conoscere e potere) era il centro metafisico di quel paradigma filosofico costitutivo che sarebbe andato in crisi con la formazione della modernità […] Il posse è la macchina che tesse insieme la conoscenza e l’essere in un processo espansivo e costitutivo» (Impero, p. 376, corsivo mio).

(10) Cfr. ibid., pp. 152-153.

(11) Cfr. ad esempio i testi prodotti sulla scia del dibattito scaturito dalla pubblicazione di Impero e raccolti ora in Negri, 2003.

(12) Cfr. Deleuze, «Postscriptum: sulle società di controllo», tr. it. in Deleuze, 2000, citato in Impero, alla nota n. 18, p. 397.

(13) Cfr. Virno, 2003; Amato, 2004 ed inoltre Esposito, 2004.

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