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Dopo la fine della crescita – Marino Badiale, Massimo Bontempelli – Alfabeta2 n.11

Decrescita

Dopo la fine della crescita

Marino Badiale, Massimo Bontempelli

Ogni ipotesi di cambiamento politico ed economico che voglia agire all’interno delle società occidentali  deve confrontarsi con la realtà della crisi economica iniziata nel 2007, che riteniamo destinata ad approfondirsi e ad aggravarsi. Per chi come noi sostiene che la decrescita sia l’unica prospettiva reale di fuoriuscita da un capitalismo ormai entrato in una fase di «compiuta distruttività », la questione  fondamentale si può enunciare nel modo seguente:

  • tale crisi rappresenta in sostanza «la fine della crescita», oppure possiamo pensare che l’attuale organizzazione economica e sociale possa superare la crisi e far ripartire il meccanismo della crescita?

È chiaro che la risposta che si dà a questa domanda condiziona il tipo di azione politica nei prossimi decenni: se si ritiene che la crescita possa ripartire, allora la contraddizione principale, contro la quale si ritiene che il sistema si scontrerà, è quella ecologica, perché cresceranno anche frequenza, distruttività e costi dei disastri ambientali. Se invece si ritiene che la crescita non possa più ripartire, allora ci si deve aspettare che ancora più drammatica della crisi ecologica, sempre presente e  pressante, sia la crisi sociale, che si aggraverà sempre di più. Disoccupazione, perdita di ogni residuo diritto del lavoro, fine totale di ogni intervento pubblico a favore dei ceti subalterni, impoverimento progressivo delle fasce basse e medie della popolazione: queste sono le prospettive. Come dice bene Serge Latouche, non c’è niente di peggio di una società della crescita senza crescita.

In questo articolo sosteniamo che la crescita è davvero finita, e in un articolo successivo cerchiamo di delineare quali possono essere, oggi in Italia, le linee strategiche di un anticapitalismo che abbia l’idea della decrescita come principio di riferimento.

Prima di spiegare perché riteniamo che la crescita sia davvero finita, bisogna precisare cosa intendiamo dicendo questo. Non possiamo certo prevedere tutti gli scenari possibili per la situazione economica e politica del mondo nei prossimi decenni. Non possiamo quindi escludere che si possano evolvere situazioni, oggi imprevedibili e improbabili, all’interno delle quali possa ripartire la crescita economica capitalistica.
Quello che vogliamo dire, parlando di fine della crescita, è che essa ci appare estremamente difficile a partire della situazione attuale e dai suoi prevedibili esiti nel breve e medio periodo. Alla metà del Novecento, per superare la crisi degli anni Trenta e far ripartire il meccanismo della crescita è stata necessaria una grande tragedia come la Seconda guerra mondiale, oltre a una profonda ristrutturazione economica e politica delle società occidentali. Ciò che vogliamo dire è in sostanza questo: se mai ripartirà il meccanismo della crescita, ciò avverrà in situazioni sociali e politiche del tutto diverse dalle attuali, per arrivare alle quali l’umanità passerà attraverso una profonda e drammatica crisi di civiltà.
Se così stanno le cose, è chiaro che la prospettiva della decrescita, cioè di un abbandono controllato e razionale dell’utopia della crescita infinita, è l’unica strada per evitare i drammi storici che si stanno preparando.
Vediamo adesso di argomentare la nostra tesi sulla «fine della crescita».
Di fronte alla crisi economica che ha colpito il mondo capitalistico, le argomentazioni di chi sostiene la possibilità di far ripartire il meccanismo della crescita si basano in sostanza su due argomenti:

  • in primo luogo si sostiene che la crescita potrebbe ripartire grazie alla ripresa economica degli Stati Uniti, che potrebbero quindi riprendere il ruolo di grande mercato di sbocco della produzione mondiale. Si tratta del ruolo che hanno avuto negli ultimi decenni, ma che hanno potuto mantenere solo grazie alla creazione della bolla finanziaria che è infine scoppiata nel 2007. Chi scommette sulla ripresa statunitense pensa ovviamente a una ripresa basata sulla ripartenza dell’economia reale e sul superamento del predominio della finanza speculativa.
  • In secondo luogo, si sostiene che lo sviluppo di paesi come l’India, la Cina e il Brasile potrebbe rappresentare il nuovo motore dell’economia mondiale, e in particolare l’arricchimento della loro popolazione potrebbe creare un nuovo grande mercato per la produzione mondiale. Prendiamo allora in esame queste diverse possibilità.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, è chiaro che la loro crisi è in sostanza la crisi del modello di sviluppo keynesiano-fordista che ha permesso nel secondo dopoguerra alti tassi di sviluppo e benessere diffuso in tutto il mondo occidentale.
Molto è stato scritto su questa crisi. Riassumiamo in breve quelli che sono a nostro avviso i punti fondamentali: il modello keynesiano-fordista si basava su produzioni di massa che permettevano forti aumenti di produttività, e di conseguenza rendevano possibile ai ceti subalterni di ottenere effettivi miglioramenti del tenore di vita grazie agli alti salari e alle varie forme di reddito indiretto tipiche del Welfare State. Negli anni Settanta il modello entra in crisi per il formarsi di una «tenaglia sui profitti» dovuta da una parte alla saturazione dei mercati dei beni durevoli di massa, dall’altra alla forza che la tendenziale piena occupazione fornisce al lavoro dipendente.
La crisi si manifesta come «stagflazione», e viene superata solo con il superamento del modello fordista e riformista del secondo dopoguerra.
Il momento cruciale è, nel 1979, la manovra monetaria della Fed (presidente Paul Volcker), che crea una forte recessione che permette di indebolire il movimento operaio. La crisi generata dalla manovra di Volcker finisce nel 1983, e da lì riparte negli Usa una crescita che dura per tutti gli anni Ottanta. Tale crescita avviene però come effetto delle politiche economiche di Reagan che rappresentano in sostanza una sorta di rovesciamento del keynesismo, per cui l’intervento statale non serve più a sostenere i consumi di massa ma serve a sostenere il complesso militare-industriale (soprattutto negli Usa) e in generale la domanda di beni di investimento (attraverso commesse e sovvenzioni). Ma tutto questo si realizza necessariamente attraverso un immane trasferimento di ricchezza dal basso all’alto della scala sociale. I redditi da lavoro vengono compressi e alla tendenziale caduta della domanda che questo comporterebbe si risponde da una parte con l’ampliamento della sfera del credito, dall’altra con lo spostamento del capitale dalla produzione materiale alla finanza speculativa.
Se è realistica questa descrizione, estremamente stringata, che abbiamo dato dell’evoluzione  economica e sociale degli ultimi decenni, appare evidente come sia difficile immaginare una ripresa della crescita negli Usa. Le modalità di crescita tipiche dell’immediato dopoguerra sembrano escluse. Il neoliberismo che ha dominato negli ultimi trent’anni ha sedimentato interessi, aggregazioni sociali, legami di potere, ideologie: un forte nodo sociale e ideologico che dovrebbe essere tagliato di netto per lasciare spazio a diverse strutturazioni economiche, sociali e culturali, e non si vede quale sia il soggetto sociale dotato della capacità di impostare la dura lotta a questo necessaria. Inoltre, il ritorno alle modalità della crescita tipiche del dopoguerra richiede la presenza di una merce o di una serie di merci che possano rilanciare il consumo di massa, come furono l’automobile e le altre merci analoghe: ma di simili merci non si vede oggi traccia. Così, ci sembra difficile che possa venire rilanciata una crescita economica sul modello di quella degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta. D’altra parte, il modello di crescita del trentennio successivo ai Settanta è esattamente quello che ha portato alla crisi attuale e che si vorrebbe superare.
Non si vedono quindi elementi che possano far pensare a una ripresa non meramente episodica della crescita negli Usa.

Esaminiamo ora la questione di un possibile rilancio della crescita a partire dai notevoli risultati economici ottenuti in questi tempi da paesi come Cina, India, Brasile. Il problema, nella tesi che stiamo esaminando, è che essa sembra assumere che tali paesi abbiano capacità di vera autonomia nella gestione economica. Ci sembra questa un’ipotesi non realistica: questi paesi sono quello che sono, e ottengono i loro notevoli risultati economici, all’interno del sistema dell’economia mondiale.
Prendiamo in esame la Cina. Finora la sua economia è cresciuta basandosi sulle esportazioni e sul basso costo della forza-lavoro. In questo modo essa ha accumulato grandi riserve monetarie e ha fatto crescere una numerosa classe media. Questo ceto medio potrebbe rappresentare la base di un nuovo modello basato sul consumo interno e non più sulle esportazioni. Questa politica potrebbe essere aiutata da un piano di massicci lavori pubblici, finanziati con gli avanzi delle partite correnti, che aumenterebbero la capacità di consumo della masse cinesi.
Una Cina che cominciasse a crescere basandosi sul consumo interno potrebbe infine fare da traino all’economia mondiale, sostituendosi in questo ruolo agli Usa.
Cerchiamo adesso di vedere se lo scenario appena delineato sia realistico. Vogliamo per prima cosa ricordare che le cifre della crescita cinese andrebbero corrette tenendo conto del fatto che essa sostituisce un’economica di sussistenza che non era calcolata nel PIL, e quindi la crescita produttiva reale è probabilmente minore di quanto appaia dai dati ufficiali. Il punto fondamentale da far notare, comunque, è che la Cina ha costruito i suoi notevolissimi risultati economici recenti, come si è detto, essenzialmente sui bassi salari e sull’esportazione. Il grande balzo produttivo cinese è avvenuto in questo modo, su queste basi. La trasformazione radicale di un’economia delle dimensioni di quella cinese, con il passaggio dalle esportazioni ai consumi interni, appare, in questo contesto, come un’operazione facile da scrivere sulla carta (o sulla tastiera del computer), ma assai ardua da realizzare in pratica. In primo luogo, per una politica di alti consumi interni la Cina dovrebbe rivalutare la propria moneta, ma questo avrebbe come conseguenza probabile una crisi economica, visto che le industrie cinesi attuali basano la loro attività sull’esportazione, che sarebbe danneggiata dall’aumento del cambio. In secondo luogo, la Cina detiene enormi riserve in dollari, che verrebbero svalutate se il renminbi si rivalutasse contro il dollaro. La Cina dovrebbe quindi in qualche modo liberarsi dei suoi dollari, ma questo farebbe crollare il dollaro, mettendo in crisi gli USA e quindi la domanda su cui si è retta finora la crescita cinese. Si può infine notare che una politica orientata ai consumi interni ha bisogno di alti salari, ma le industrie cinesi, abituate a essere concorrenziali grazie ai salari bassi, potrebbero reggere alti salari solo importando o producendo tecnologie produttive avanzate. Ma in un paese che deve dar lavoro a centinaia di milioni di lavoratori sotto-occupati nell’agricoltura, l’uso di tecnologie avanzate (e quindi laborsaving) indurrebbe una disoccupazione di massa dalle conseguenze imprevedibili.
Il discorso sull’India ci sembra analogo: India e Cina sono ovviamente realtà diversissime, ma rispetto al tema generale della loro possibilità di rilanciare la crescita a livello mondiale ci sembra si possano fare discorsi simili. Esaminiamo ora molto rapidamente il caso del Brasile, che è un po’ diverso perché non abbiamo qui una economia fortemente rivolta alle esportazioni. Il problema del Brasile, è che si tratta di una società fortemente diseguale, e gli squilibri nella distribuzione del reddito danneggiano fortemente la domanda.
Questi ci sembrano i motivi per i quali è corretto a nostro avviso parlare di uno scenario di “fine della crescita”. Occorre ora riflettere sul significato sociale e politico di un tale scenario. E’ quanto faremo in un prossimo articolo.

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