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Per uscire dall’incubo della crescita – Marino Badiale, Massimo Bontempelli – Alfabeta2 n.14

Decrescita

Per uscire dall’incubo della crescita

Marino Badiale, Massimo Bontempelli

In questo articolo continuiamo le considerazioni iniziate in “Dopo la fine della crescita” (Alfabeta2, n.11). In quell’articolo abbiamo sostenuto che siamo arrivati in sostanza alla “fine della crescita”. Ma una società organizzata sulla crescita che non riesce a crescere, o non riesce a crescere abbastanza, è un vero incubo,  come dice Latouche. Se le nostre argomentazioni saranno confermate dai fatti, ci troveremo di fronte ad una sempre più massiccia perdita di valore e di dignità del lavoro. Ma questa perdita di dignità e valore è una dramma sociale e civile. Nelle società occidentali, il lavoro è stato un elemento strutturante fondamentale del comportamento etico, della coesione sociale, della stessa memoria storica. Se il lavoro perde ogni valore economico, viene meno ogni sua centralità sociale ed etica. Cosa lo sostituisce? La centralità del denaro e del consumo. Il denaro, comunque ottenuto, diventa fonte di legittimazione sociale, e il consumo cui esso dà diritto diventa unico fine dell’azione. In questo modo perdono di valore merito e competenza. In una situazione di crisi, questa realtà di destrutturazione della coesione sociale assicurata dal lavoro diventa ancora più drammatica, perché ci troviamo in una società regolata dal denaro in cui una larga parte dei cittadini di denaro ne ha sempre meno.

Questa è la situazione, se restiamo dentro alla società della crescita. E’ chiaro allora che la decrescita è l’unica speranza di evitare questa situazione drammatica. In particolare, nei confronti della svalorizzazione del lavoro, l’ottica della decrescita porta a rivalorizzare il lavoro non facendo aumentare il prezzo della forza lavoro, ma rendendo il lavoro sorgente di scambi non mercantili, all’interno di un generale processo di de-mercificazione della società che diminuisca il potere e la rilevanza del denaro.

E’ chiaro che la transizione ad una società liberata dal dogma della crescita pone problemi enormi. Tali problemi nascerebbero anche nel tentare la decrescita a partire da una fase “normale” del capitalismo; tanti più ne nascerebbero oggi, all’interno di una delle crisi più gravi delle economie capitalistiche. I motivi di difficoltà sono essenzialmente due: da una parte la crisi fa aumentare la disoccupazione, dall’altra aumenta l’importanza del commercio estero.

Per quanto riguarda il problema della disoccupazione, abbiamo già spiegato in scritti precedenti [1] quale sia la nostra posizione: la disoccupazione generata dalla crisi, e quello che viene generata dalla misure di decrescita nella fase della transizione, deve essere riassorbita da un deciso intervento statale, finanziato da un forte attacco ai grandi patrimoni accumulati grazie alla ingente redistribuzione di ricchezze e redditi dovuta a trent’anni di politiche neoliberiste. Lo Stato deve assumere i disoccupati e fornire loro un reddito monetario. Dove possibile, i lavori che lo Stato organizzerà con questa forza-lavoro saranno quelli finalizzati a portare la società nella direzione della decrescita. Dove questo non sarà possibile, la nuova forza-lavoro sarà comunque chiamata a svolgere lavori utili ai cittadini.

Veniamo ora al secondo problema sopra indicato: l’aumento dell’importanza del commercio estero. La questione sta in questo: da una parte l’impostazione decrescista implica la diminuzione degli scambi con l’estero, dall’altra, per un paese come l’Italia, la necessità di importare materie prime (soprattutto energetiche) resta fondamentale, e un rilancio delle esportazioni appare quindi necessario per una bilancia commerciale equilibrata. Gli squilibri della bilancia commerciale non sono alla lunga sostenibili, specie in una situazione economica come quella attuale dell’Italia. Si tratta di una situazione che non può durare a lungo, e questo del tutto indipendentemente dalle ipotesi di decrescita. In particolare, gli squilibri commerciali interni fra i paesi dell’eurozona rendono probabile la fine dell’euro. La differenza fra le economie dei paesi “forti”, come quelli nordici, Germania in primo luogo, e quelle dei paesi deboli (soprattutto i paesi mediterranei, ma anche l’Irlanda) è tale da lasciare solo due possibilità: o i paesi “forti” in sostanza pagano per quelli deboli, o questi ultimi dovranno tagliare il debito con manovre finanziarie durissime. E’ ormai noto il fatto che tutte le ultime decisioni a livello economico prese nell’UE spingono in quest’ultima direzione [2]. Ma le misure economiche durissime che vengono prospettate significano la catastrofe sociale per i paesi a cui vengono imposte. E non si sa neppure se esse servirebbero a qualcosa: dato che sicuramente avranno effetto depressivo sull’economia, potrebbero abbassare PIL e debito nella stessa misura, e in tal caso il fondamentale parametro del rapporto debito/PIL resterebbe  immutato, invece di diminuire.

Occorre dunque cercare un’altra strada, per evitare al nostro paese uno spaventoso arretramento sociale e civile. E’ nostra opinione che l’unica strada possibile sia quella dell’uscita dell’Italia dall’euro. Non si tratta, sia chiaro, di una passeggiata. Nelle condizioni attuali l’uscita dall’euro causerebbe una serie di problemi molto gravi, e avrebbe dei costi pesanti. Si tratterebbe di un autentico shock, di uno tsunami, di un terremoto. Ma un terremoto ha un inizio e una fine, e quando è finito si può pensare di ricostruire. La permanenza nell’euro, nelle condizioni attuali, significa una serie di terremoti che devasterebbero il paese senza la possibilità di una via d’uscita. L’uscita dall’euro contiene almeno la speranza di una ricostruzione, la permanenza nell’euro alle attuali condizioni significa una spirale devastante il cui unico esito possibile è la distruzione di quel che resta di convivenza civile nel nostro paese, e forse del paese stesso.

Quanto al modo concreto di organizzare l’uscita dall’euro, abbiamo l’esempio dell’Islanda, che ha lasciato fallire le banche indebitate con l’estero accettando una certa svalutazione della moneta nazionale. Più importante ancora, abbiamo l’esempio dell’Argentina, che è uscita dalla rovinosa “dollarizzazione” della sua economia prendendo una serie di decisioni difficili (rinegoziazione del debito pubblico, temporaneo congelamento dei conti correnti per evitare la “corsa agli sportelli”) che le hanno permesso di uscite dalla crisi.

In Italia, per uscire dall’euro, occorrerà prendere misure analoghe a quelle dell’Islanda e dell’Argentina, lasciando svalutare la nuova moneta nazionale, e approntando programmi di austerità sui beni importati, in modo che tale svalutazione abbia il minor effetto possibile. Occorrerà poi elaborare misure di protezione delle industrie esportatrici (meglio se non quotate in Borsa), che trarranno vantaggio anche dalla svalutazione. Il mantenere un buon settore dedito all’esportazione permetterà di rendere meno dura l’inevitabile svalutazione.

Queste sono solo alcune delle misure economiche necessarie per avviare la transizione sociale verso  una società liberata dal dogma della crescita. Molti restano i problemi, economici, politici, culturali,  da discutere per elaborare un convincente programma politico per la decrescita [3], della cui necessità molti si rendono ormai conto. Speriamo con questo scritto di aver dato un contributo a tale programma.


[1] Si veda M.Badiale-M.Bontempelli Una politica economica per la transizione, Alfabeta2 n.9. Id., Il ruolo dello Stato nella transizione, Alfabeta2 n.10.

[2] Si veda M.Badiale-F.Tringali, Liberiamoci, Abiblio, Trieste 2011.

[3] Si veda M.Pallante (cura di), Un programma politico per la decrescita, Edizioni per la decrescita felice 2008.

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