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Società

TZVETAN TODOROV: LA SPECTRE DELL’ORDINE MONDIALE

TZVETAN TODOROV: LA SPECTRE DELL’ORDINE MONDIALE

02.06.2004

Tzvetan Todorov

Tzvetan Todorov

Il nome Tzvetan Todorov è noto per i suoi fondamentali studi sui formalisti russi. Docente dell’Ecole pratique des hautes études e della Yale University e direttore del Centre de recherche sur les arts et le langage di Parigi, da alcuni anni ha affiancato alla sua ricerca di «critico letterario» un ripensamento filosofico sul ruolo del soggetto nel costituirsi della Storia. Significativi su questo versante, sono i suoi recenti contributi riguardo all’attuale scenario geopolitico e al conflitto in Iraq (ricordiamo Il disordine mondiale. Le riflessioni di un cittadino europeo, Garzanti). In Italia su invito

Il nuovo disordine mondiale. Le riflessioni di un cittadino europeo

Il nuovo disordine mondiale. Le riflessioni di un cittadino europeo

dell’Università di Cosenza e del Teatro Parenti di Milano per partecipare a un seminario sull’«Utopia e l’Eresia», il teorico di origine bulgare si definisce, nella nostra breve conversazione, «un europeo del XX secolo» abituato al vecchio ordine mondiale che si basava sulla rivalità tra due superpotenze e due sistemi politici e idologici ben individuabili, ma che non può che constatare che quel mondo non esiste più e che sono altri le tensioni e i conflitti che caratterizzano il cosiddetto «nuovo ordine mondiale».

Qual è la maggiore novità di questo nuovo ordine?

Dopo l’11 settembre la principale novità, a mio avviso, sta nell’aumento della potenza di singoli individui o di gruppi di individui. Prima solo uno Stato, uno tra i più potenti anche, era in grado di organizzare un’azione tanto complessa come quella a cui abbiamo assistito. Questa volta è stata opera di una quindicina di persone. Credo che gli sviluppi di questa situazione potranno essere ancora più drammatici di quelli che caratterizzano attualmente le relazioni tra gli stati e tra gli esseri umani. Questi uomini e donne, associati tra loro per il conseguimento di un obiettivo, potrebbero infatti procurarsi armi di distruzione di massa (chimiche, biologiche, nucleari) e attentare all’esistenza di tutto il pianeta. Finora non è accaduto, ma non è ipotesi così lontana della possibilità che si realizzi.

Lei crede che questo tipo di terrorismo annunci la tanto temuta epoca incentrata su uno scontro tra civiltà?

E’ facile cadere nell’errore di credere che si tratti di uno scontro tra civiltà. I protagonisti del conflitto in corso possono essere interessati a presentarlo sotto questa veste per garantirsi l’adesione e il consenso a livello mondiale: guerra santa islamica da una parte e crociata cristiana dall’altra. Ma non tutto l’Islam è guerriero, non più di ogni cristianesimo e, soprattutto, non tutte le cause della guerra sono religiose. Gli attentati non rappresentano un nuovo attacco della barbarie alla civiltà, o dell’oppressione contro la libertà, o del bene contro il male. Le guerre sono sempre state condotte in nome di nobili ideali e lo stesso fanatismo appartiene a tutti i tempi. Quello che è terrorismo per alcuni è la lotta per la libertà di altri. Le faccio un esempio: prima di prendere il potere, le milizie sioniste in Palestina erano considerate organizzazioni terroriste, come anche il Fln in Algeria, l’Anc in Sudafrica, i mujaheddin nell’Afganistan occupato dai sovietici o l’Uck in Jugoslavia. Una volta conquistato il potere o liberato il paese dall’occupazione non sono state più definite terroriste. Inoltre, non sono d’accordo con chi parla dell’esistenza di un totalitarismo islamico.

Il totalitarismo implica l’unificazione di tutti i livelli della società: l’ideologia, l’economia, la politica, la vita privata. L’islam non dispone del controllo della società intera alla maniera di Stalin o Hitler, solo per fare il nome delle due persone che rappresentano nell’immaginario collettivo i due modelli di società tipiche dei totalitarismi del Novecento.

Ma qual è, allora, un’immagine che resituisce questo nuovo contesto geopolitico…

E’ come se il vecchio mondo immaginato, non troppo tempo fa, da George Orwell, quello in cui si contrapponevano immensi imperi totalitari, avesse lasciato il posto ai nemici di James Bond nei romanzi di Ian Fleming: l’Impero trema ma questa volta dinanzi alle imprese di un megalomane miliardario che, dalle sue grotte segrete, spedisce aerei kamikaze contro i grandi simboli dell’America. I terroristi hanno una rete delocalizzata e vivono grazie agli effetti di quella globalizzazione economica che ci hanno presentato con tanto entusiasmo. Le operazioni economiche sfuggono al controllo politico degli stati: si possono difendere frontiere e confini ma il denaro non si ferma alle frontiere. La cosa importante da capire è chi e come ha finanziato un attentato come quello delle Torri Gemelle.

Cosa pensa, invece, del nuovo messianismo americano? Il progetto di G.W. Bush pare essere quello di distruggere il «male» e instaurare la democrazia ovunque nel pianeta. Non crede che questa sia un’afferamazione fondamentalista, anche se si tratta di un fondamentalismo democratico?

Sì, certo. E’ questa la principale ragione per cui mi dichiaro contrario alla guerra in Iraq. Portare la democrazia con le bombe mi pare una contraddizione troppo evidente. L’idea di democrazia è l’idea stessa di autonomia. Imporre la democrazia con la forza, la libertà con la sottomissione, l’uguaglianza con l’occupazione è un’azione che si annulla nei suoi stessi risultati. Quest’idea americana che mi pare trionfare ci porterà a nuovi conflitti e a nuovi orrori. La vera minaccia del XXI secolo viene da qui.

Ralph Dahrendorf ha scritto che la democrazia appare costantemente sopraffatta dal marketing politico, da una diffusa apatia elettorale e una galoppante anarchia di piazza, immobilizzata nei sistemi elettorali. Lei cosa ne pensa?

Il concetto di totalitarismo ha un contenuto storico e analitico molto preciso e la mia preoccupazione, oggi, è che si scorgano fondamentalismi ovunque. Sono certamente d’accordo però sul fatto che la democrazia, così come l’abbiamo vissuta fino ad oggi, è minacciata da molteplici fattori. Forse non si tratta di derive totalitaristiche in senso stretto, ma ciò non toglie che ci siano preoccupanti segnali di violenza. Nei miei ultimi lavori tendo a dimostrare che nonostante questo fosco presente il pluralismo – culturale, politico, sociale – non è scomparso: ma la possibilità di una sua scomparsa è il primo, grosso pericolo della nostra contemporaneità. E per pliuralismo mi riferismo all’imprescindibilità di avere una netta separazione del potere economico da quello politico e di questo dal potere mediatico.

Ma quale politica è immaginabile in uno scenario segnato da una guerra che si vuole permanente e da una colonizzazione mediatica dello spazio pubblico?

Per prima cosa, ritengo che anche in un mondo globalizzato come il nostro, l’azione politica resti possibile. Per agire oggi in vista della pace e della giustizia sociale l’unica possibilità concreta che ci è data è quella di agire attraverso gruppi di stati. Per questo motivo sono un fervente sostenitore dell’idea di un’Europa unita. L’Europa unita, come potenza politica mondiale, non l’Italia da sola, non la Francia, ha una grande responsabilità dinanzi a sé. Non parlo solo di potenza militare: non è indispensabile che l’Europa si confronti militarmente con gli Stati uniti. Un’Europa unita che pesa ben 450 milioni di abitanti e che si prepara ad essere una delle più grosse economie mondiali, può davvero influenzare il destino del mondo. L’unificazione europea non è l’effetto della globalizzazione. E’ vero il contrario. Il miglior modo per difendersi dagli effetti catastrofici della globalizzazione è tendere a sistemi di stati che si alleano e tentano una politica comune.

Alcuni filosofi o sociologi parlano da alcuni anni che è in atto una trasformazione antropologica della specie umana causata dalla pervasività e dalla «potenza» delle tecnologie digitali?

Non c’è mutazione della specie. Pare esserci, ma non è così. E’ dal neolitico che l’uomo si confronta con la tecnologia. Certo oggi siamo immersi in un mondo che ci fa vivere a strettissimo contatto con i più sofisticati ritrovati della scienza ma l’uomo preserva comunque la sua caratteristica principale: la libertà di scegliere. Può acconsentire o desistere agli inviti che provengono dalla scienza. L’uomo non è programmato dalle circostanza o dalle situazioni è per questo che continuo a ripetere che la tecnica è neutra, non è moralmente né buona né cattiva, e l’uomo è responsabile delle proprie azioni.

Al Festival di Filosofia di Cosenza in un contesto in cui si è discusso di «Utopia ed Eresia», lei ha tenuto una lezione sulla «Potenza dell’Amore». Può spiegarci i motivi di questa scelta?

Parto dalla considerazione che l’utopia deve sempre guidarci nella nostra esistenza di singoli e nei progetti politici che gli stati pensano di realizzare. Ma non credo alla concretizzazione reale di un’utopia. Non è possibile realizzare il paradiso terrestre perché la specie umana è imperfetta esattamente come il «giardino imperfetto» di Montaigne. Montaigne spera che la morte lo raggiunga mentre lavora al suo giardino. Ciò che voglio dire è che l’amore è certo la dimensione più bella dell’esistenza umana. Oggi si può essere un po’ scettici rispetto a quest’idea. La vita pubblica, infatti, non è organizzata secondo il principio dell’amore ma della giustizia o dell’uguaglianza che non è esattamente la stessa cosa. Ecco perché insisto sulla «potenza» dell’amore. La «potenza» non è banalmente la forza ma la «possibilità». Un costante «tendere a» che non si può arrestare esattamente come non è possibile arrestare la forza che scaturisce dalla possibilità utopica d’immaginare un mondo altro da questo.

Autore: Graziella Durante
Fonte: Il Manifesto

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