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Società

Progetto di Ricerca Governare la Paura

Progetto di Ricerca Governare la Paura

Governare la Paura

Governare la Paura

Nella storia del pensiero filosofico e nelle scienze sociali si sono susseguiti, a partire dall’età antica, modelli di definizione e razionalizzazione dei sentimenti e delle passioni. L’attività razionale, operante per divisioni e contrapposizioni (come le contrapposizioni tra ragione e passioni, tra stato di natura e società, tra certezza della conoscenza scientifica e ingovernabilità della dimensione pulsionale), ha elaborato una serie di categorie definitorie e di dispositivi di controllo in relazione ai mutamenti della società e dell’epoca nella quale essa si è sviluppata.

Le definizioni, elaborate sino alla prima metà del XX secolo, sembrano però difficilmente integrabili nella realtà contemporanea, tanto che in più discipline si è prodotta un’ideologia della crisi che, lentamente e impercettibilmente, ma in modo inesorabile, si è insinuata ad ogni livello della società, dallo spazio pubblico alle sfere più intime e private, fino a costituire, in ognuno di noi, il modo di pensarsi come persona.[1]

Questa ideologia di ripiego viene spesso caratterizzata come una narrazione o una cosmologia incompleta che non appare in grado di sostituire davvero quell’ideologia delle organizzazioni panottiche moderne,[2] che ha consentito la ricostruzione di un ordine politico e sociale nel corso del secolare processo di crisi e caduta dell’ordine medievale. Si è così finiti col caratterizzare l’età contemporanea con i concetti, che sembravano descrivere la modernità, preceduti dal prefisso “post” (post-moderno, post-illuministico, post-nazionale, post-industriale, post-metafisico, per citarne solo alcuni esempi). Passato più «post»: è questa la ricetta di fondo con cui viene fronteggiata una realtà che appare in disgregazione.[3] Si finisce così per cercare di capire il presente operando con una nozione di passato che diviene sempre più schematica, unitaria, monistica: si riflette sulle difficoltà del XX secolo come se i secoli che lo hanno preceduto fossero stati univocamente stabili, schematicamente codificabili, orientati alla realizzazione di un obiettivo chiaro e in definitiva «sicuri» per coloro che li hanno vissuti.[4]
Certamente molti sono gli studi che negli ultimi decenni si sono concentrati sui concetti di paura, rischio, sicurezza come nuclei fondanti i metodi della convivenza delle società occidentali, studi che sono per lo più monodisciplinari; tuttavia la novità che contraddistingue questo progetto di ricerca è l’intento di analizzare tali concetti da un punto di vista multidisciplinare, allo scopo di evidenziare che la questione del governo della paura abbraccia e attraversa diverse competenze scientifiche e rimodella non solo il nostro stile di vita (attraverso, per esempio, la minaccia del terrorismo, della diffusione di pandemie o del global warming) o le politiche nazionali e internazionali (dalle nuove legiferazioni restrittive sui diritti civili che contraddistinguono le democrazie occidentali alla produzione di norme e regolamenti sulla sicurezza delle città o degli ambienti di lavoro, solo per citare alcuni degli esempi più evidenti), ma anche gli approcci scientifici che non possono più rimanere confinati dentro steccati disciplinari e necessitano di competenze plurime e differenziate per comprendere la portata complessa di questi fenomeni. Malgrado, infatti, la grande apertura degli studi sulla sicurezza inaugurata dall’opera di Richard Ullmann[5]all’inizio degli anni ’80 e portata avanti negli anni ’90 dalla cosiddetta “Scuola di Copenhagen”[6] e dagli studi post-moderni sulla sicurezza di David Campbell[7], scarsa attenzione è stata prestata alle rappresentazioni artistiche della paura e a come queste vadano lette nel contesto di una ricerca che voglia coglierne anche implicazioni politiche.
Tre sono le osservazioni che rendono necessario un supplemento di riflessione sul problema della percezione e della rappresentazione della paura, cioè del suo governo:

1. L’ideologia dominante delle scienze sociali e umane si è costruita sull’affermazione che la ragione utilitaristica occidentale (almeno da Cartesio e Hobbes in poi) è in grado di produrre spazi chiusi che generano aree relativamente al riparo dall’incertezza e dall’angoscia della morte[8]; e tuttavia, sulla scia da un lato del linguistic turn epistemologico e del decostruzionismo, dall’altro delle principali avanguardie letterarie e artistiche del Novecento così come del portato teorico e pratico di alcune delle scienze sociali (essenzialmente la psicologia e la sociologia) novecentesche, è possibile affermare che all’interno dell’ordine sicuritario e pacificato, istituito dalla modernità, permangono – e ne sono anzi coessenziali – elementi di stress endogeno ed esogeno rispetto al relativo «container» (famiglia, società civile, polis, stato, impero, globo) che svolge la funzione di contribuire a mantenere l’ordine esistente, e non a indebolirlo.[9]

2.Nell’ambito della visione positivistica che ha informato lo sviluppo delle discipline scientifiche a partire dal XIX secolo è dominante l’idea che la crescita delle conoscenze scientifiche allarghi lo spettro delle possibilità di esperienza dell’homo sapiense riduca la sua ignoranza. E tuttavia, come ha dimostrato per esempio Hans Blumenberg,[10] tanto più si estendono le conoscenze teoriche e crescono, in corrispondenza, le abilità pratiche, tanto più si spalancano nuovi orizzonti carichi di problemi imprevisti, che aumentano la percezione della complessità dell’ambiente e, con essa, l’incertezza.[11]  Le politiche sociali attuali si trovano così ad affrontare «sfide globali» suscitate da fenomeni, i cui sviluppi futuri risultano difficilmente prevedibili e soprattutto incompatibili con i tempi della scelta politica.[12]

3. Come già affermava Max Weber nella celebre conferenza del 1919, La scienza come professione, le esperienze che costituivano il bagaglio di conoscenze degli uomini e attraverso le quali essi percepivano e rappresentavano il mondo sono oggi cambiate da due punti di vista: sono mutate tanto nel loro contenuto, nella direzione di una crescente percezione della complessità dell’ambiente in cui si muovono, quanto nella loro forma, nella direzione di una crescente artificializzazione dell’esperienza che si fa del mondo.[13]
Alla luce di questo quadro problematico è compito prioritario delle scienze umane e di quelle sociali tentare una verifica dei modelli teorici del passato per vedere quali strategie di elaborazione e superamento delle passioni sono stati messi in atto all’interno di quadri storici, sociali e politici via via diversi tra loro per mostrare come ciascun modello teorico si è cimentato con il problema di definire le passioni umane, nello specifico la passione della paura, allo scopo di ricavare dal proprio quadro definitorio una strategia di orientamento dell’individuo all’interno dell’ambiente naturale e di quello sociale. Tale orientamento appare sempre teso a ridurre la complessità dell’ambiente, a rendere disponibili a ciascuno un numero finito di opzioni di condotta possibili e a individuare una strategia capace di produrre accordo tra ciò che è necessario accettare razionalmente e ciò che ad esso va subordinato.[14]
Se si rilegge la modernità come un’epoca caratterizzata da opzioni di sicurezza tra loro differenziate e, talvolta, in competizione – come si è già fatto nella ricostruzione della storia della scienza[15] – si potranno osservare con maggiore chiarezza gli strumenti e le opzioni che sono divenuti dominanti negli ultimi cento anni nella stigmatizzazione dello «straniero» e del «nemico». Una revisione della modernità politica ed antropologica, che ne metta in rilievo le diverse opzioni, costituisce la base critica da cui muovere per individuare non solo le sfide inedite cui oggi rispondiamo con difficoltà, ma anche la fisionomia dei dispositivi di controllo e rappresentazione della paura che mutatis mutandis continuano a funzionare. Particolarmente rilevante sarà il contributo delle riflessioni sulle tradizioni non europee tanto sul piano della ricostruzione storica che su quello dell’analisi della produzione letteraria: queste tradizioni infatti, con l’incremento dei flussi migratori e il costante rimpicciolimento della percezione delle distanze geografiche sono sempre più tradizioni propriamente “anche europee”.[16] La loro inclusione in una disamina delle opzioni moderne dovrebbe contribuire a definire i dispositivi produttori di sicurezza maggiormente in grado di dare il via ad un processo di integrazione che superi la contrapposizione tra cittadino e straniero e contenga i processi di polarizzazione dei conflitti sociali su base etnica, culturale e religiosa, che oggi dominano le società occidentali sia nei loro rapporti interni sia in quelli internazionali, tesi per lo più ad un’estrema conflittualità e polemicità declinata sull’asse dello scontro noi-loro.[17]
L’obiettivo della ricerca è quello di impegnare e coordinare queste competenze, promuovendo un confronto e una ricerca inter- e pluri-disciplinare che ancora elude gran parte degli studi sull’argomento. Questa ricerca si propone quindi, di ampliare la ricerca già esistente sui concetti di paura e sicurezza, facendo dialogare branche di letteratura e competenze disciplinari diverse, cercando di intrecciare storia della filosofia, filosofia politica e morale, storia del pensiero politico, teoria delle relazioni internazionali, sociologia, storia della letteratura e dell’arte, discipline orientalistiche, attraverso un lavoro collettivo nel quale singole unità di ricerca si concentrano su ambiti – tematici e disciplinari – di analisi, collegati e dialoganti fra di loro.
Sulla base dell’approccio multidisciplinare qui adottato, è possibile formulare tre domande, intorno alle quali, si articolerà l’attività di ricerca del gruppo:

1. Quali sono gli «spazi chiusi» sui quali si è fondata in epoca tardo medievale e poi moderna e quali quelli su cui si fonda oggi l’ordine che garantisce l’esorcizzazione dalla paura e, quindi, il senso di sicurezza? Ma contemporaneamente quali sono stati e quali sono gli elementi che suscitano lo stress e la paura latente necessari al mantenimento di un ordine politico, sociale e psichico?

2. Quali sono gli strumenti di cui dispongono le scienze sociali, giuridiche e politiche per recepire, descrivere e disciplinare l’aumento dell’insicurezza determinato dalle accresciute capacità tecnologiche degli attori sulla scena sociale e politica? Come e se tengono conto della natura auto-riflessiva della percezione del rischio e delle dinamiche che scatenano insicurezza e quindi paura?

3. Come muta nel tempo la rappresentazione simbolica della paura a fronte del mutare degli strumenti con cui gli individui e le società nel loro complesso fanno esperienza del mondo? Sulla base della constatazione che il soggetto ha subito una svolta edonistica e narcisistica nella sua costituzione – cui dovrebbe corrispondere una società sempre più individualizzata – quali simboli e quali medium rappresentativi hanno guidato e guidano la percezione pubblica del rischio?


[1] R<del cite=”mailto:srodeschini” datetime=”2006-11-06T12:14″>.</del> Bodei, Geometria delle passioni, Milano, Feltrinelli 1991.
[2] Zygmunt Baumann, La società dell’incertezza, Bologna, Il Mulino1999, Michel Foucault, Histoire de la folie à l’âge classique, Paris, Plon 1961.
[3] Ulrich Beck, Risikogesellschaft, Frankfurt a. M., Suhrkamp 1986.
[4] Paolo Rossi, Paragone degli ingegni moderni e degli ingegni postmoderni, Bologna, Il Mulino 1989.
[5] Richard Ullman, “Redefining Security”, International Security, 8(1), 1983, pp. 129-153.
[6] Buzan Barry, Wæver Ole, de Wilde Jaap, Security: A New Framework for Analysis, Boulder & London, 1998.
[7] David Campbell, Writing Security. United States Foreign Policy and the Politics of Identity,  Minneapolis, MN, 1992.
[8] Basti pensare ad alcuni testi classici come le Meditazioni metafisiche di Descartes, il Leviatano di Thomas Hobbes, la hegeliana Fenomenologia dello Spirito o La dialettica e l’idea della morte di Kojeve.
[9] Roberto Escobar, Metamorfosi della paura, Bologna, Il Mulino 1997.
[10] Hans Blumenberg, Die Wirklichkeiten in denen wir leben, Stuttgart, Reclam 1971.
[11] Roberto Esposito, Immunitas, Torino, Einaudi 2002
[12] Danilo Zolo, Il principato democratico, Milano, Feltrinelli 1992.
[13] Peter Sloterdijk, Sphären I, Blasen, Microsphärologie, Frankfurt a. M.,  Suhrkamp 1998; Sphären II, Globen, Macrosphärologie, Frankfurt a. M.,  Suhrkamp 1999; Sphären III, Schäume, Plurale Sphärologie, Frankfurt a. M.,  Suhrkamp 2004.
[14] Niklas Luhmann, Politische Theorie im Wohlfahrtstaat, München, Olzog 1981.
[15] Steven Shapin, Simon Schaffer, Leviathan and the Air-Pump. Hobbes, Boyle, and the Experimental Life, Priceton N. J., Princeton University Press 1985.
[16] Dipesh Chakrabarty, Provincializing Europe: Postcolonial Thought and Historical Difference, Princeton N. J., Princeton University Press 2000; Homi K. Bhabha, The Location of Culture, London-New York, Routledge 1994
[17] Jürgen Habermas, Der gespaltene Westen, Frankfurt, Suhrkamp 20043; Amarthya Sen, Identity and Violence: the Illusion of Destiny, New York, W. W. Norton & Co 2006.

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