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Crisi Economica

L’Europa dell’est ha dubbi sull’Euro

L’Europa dell’est ha dubbi sull’Euro.

Tomas Sacher, Respekt, Repubblica Ceca.


Con l’eurozona in piena crisi, i paesi dell’Europa ex comunista non sembrano più interessati ad adottare la moneta unica.
Budapest va per la sua strada e a Praga si pensa a un referendum.


Come dev’essere considerata l’intenzione del premier ceco Petr Nečas di indire un referendum sull’adozione dell’euro?

Come un “trionfo della ragione” o come una “coltellata alla schiena” contro Angela Merkel, la salvatrice della moneta unica?

La Repubblica Ceca deve trovare il suo posto e ritagliarsi un ruolo nella crisi che sta attraversando l’Europa. Intanto, nel vecchio continente, ogni paese sta affrontando la questione in modo diverso.

Semplificando un po’ le cose, i dieci stati dell’Unione europea che non fanno parte della zona euro possono suddividersi in quattro gruppi:

  1. quelli che si oppongono apertamente all’adozione della moneta unica: Gran Bretagna, Danimarca e Svezia;
  2. quelli che vorrebbero adottarla ma che ancora non soddisfano le condizioni di adesione: Lituania, Lettonia e Bulgaria;
  3. gli europeisti convinti: Polonia;
  4. i cosiddetti paesi “problematici” che, a causa di una situazione economica e di bilancio difficile, al momento non possono neanche considerare la possibilità di un ingresso nell’euro: Romania e Ungheria.

La Repubblica Ceca fa ancora parte del secondo gruppo, ma sta cambiando posizione e punta a entrare nel primo. All’interno del quale, Londra e Copenaghen hanno negoziato una clausola di esclusione che di fatto permette loro di non adottare la moneta unica. La Svezia, invece, non beneficia di questo status particolare ma, dalla vittoria del no al referendum del 2003, fa parte degli avversari dell’euro (1) (2). A ben vedere, però, la posizione svedese è più sfumata. La paura di allontanarsi dal cuore dell’Europa può spiegare le recenti dichiarazioni del primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt. Secondo Reinfeldt, Stoccolma potrebbe partecipare al piano di salvataggio della Grecia, anche se, non facendo parte dell’eurozona, non sarebbe tenuta a farlo. Il timore di perdere il controllo del proprio futuro oggi colpisce anche la Danimarca che, insieme alla Gran Bretagna, è considerato il paese più euroscettico dei ventisette. Gli osservatori, tuttavia, continuano a sottolineare che già da tempo Copenaghen è di fatto indirettamente un membro della zona euro. La corona danese, infatti, è direttamente legata all’euro, in base allo stesso meccanismo che si applica ai paesi membri nei due anni che precedono il loro ingresso nella moneta unica.

Nell’attuale Unione europea il referendum è uno strumento piuttosto anomalo. Di recente gli unici paesi che hanno considerato la possibilità di convocarne uno sulla moneta unica sono la Lettonia (3) e la Polonia (4). Nel caso della Polonia, a spingere per una consultazione popolare sull’euro era soprattutto il partito di opposizione Diritto e Giustizia, guidato da Jaroslaw Kaczynski, che però a ottobre è stato di nuovo sconfitto dalla formazione del premier europeista Donald tusk. La Lettonia, invece, un paio di anni fa si trovava in una situazione simile a quella che oggi attraversa la Grecia. Le difficoltà economiche hanno costretto il paese ad adottare le misure drastiche  raccomandate dalla BCE e dall’FMI: tagli agli stipendi e ai sussidi sociali, nuove tasse e aumento del prelievo fiscale. Molti osservatori avevano immaginato un’esplosione di nazionalismo e sentimenti antieuropei. Ma, almeno per ora, le loro previsioni non si sono avverate.

Un asse imprevisto.

Tutte queste considerazioni non valgono però per la Repubblica Ceca. “Immaginare un ingresso a breve termine nella zona euro è assurdo. L’unione monetaria è diventata un’unione del debito e non vedo per quale motivo dovremmo rimborsare i debiti altrui”, ha spesso ripetuto negli ultimi tempi Petr Nečas. Va detto, tuttavia, che l’attuale premier ceco non arriva certo agli eccessi di antieuropeismo del presidente Vàclav Klaus. “L’idea di indire un referendum”, ha spiegato Nečas, “nasce dalla consapevolezza che entrare nell’euro avrebbe costi elevati, e che quindi, per i paesi come la Repubblica Ceca, è preferibile un’integrazione meno rapida”.

Nessun altro paese al di fuori della zona euro, a eccezione dell’Ungheria, ha una posizione simile. “Non possiamo contare sull’Unione per una crescita rapida. L’Ungheria deve seguire la sua strada”, ha detto di recente il primo ministro Viktor Orbàn, considerato nelle altre capitali del vecchio continente come un autocrate che sta allontanando il suo paese dall’europa.

Altro: http://www.presseurop.eu/it/content/article/1156311-ai-confini-dell-euro

 

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