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Bentornato Marx!

Bentornato Marx!

Rinascita di un pensiero rivluzionario

Diego Fusaro

Bentornato Marx - Diego Fusaro

Bentornato Marx - Diego Fusaro

6.Una radiografia del capitalismo.

Sospeso tra il passato dei modi di produzione antico e feudale e il futuro del regno comunistico della libertà, il modo di produzione capitalistico è il nostro presente: ad esso quindi Marx rivolge la stragrande maggioranza delle sue attenzioni filosofiche. La stessa teologia che innerva la storia si riversa, in maniera evidente, nella spiegazione marxiana, che studia il passato esclusivamente per fare luce sul presente, a sua volta indagato, nelle sue contraddizioni, per fare emergere la sua necessaria transitorietà e il suo imminente trapasso nel comunismo.

Come si configura, in concreto, il modo di produzione capitalistico? E in che cosa si distingue dalle forme di produzione e di esistenza che l’hanno preceduto? Studiando la modernità tramite la categoria interpretativa del <<modo di produzione>>, Marx ritiene di poter individuare i tratti essenziali del capitalismo nella mercificazione universale e nel movimento illimitato di <<valorizzazione del valore>>.

Miseria della filosofia

Miseria della filosofia

In particolare, come spiega in Miseria della filosofia, il moderno modo di produzione capitalistico ebbe origine quando <<tutto divenne commercio>>, configurandosi in questa maniera come l’epoca in cui <<ogni realtà, morale o fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore>>.

Per la prima volta nella storia, nel mondo moderno la produzione non è più orientata alla soddisfazione di bisogni, ma diventa un’attività fine a se stessa, nella misura in cui non si produce più (come ancora avveniva nel mondo antico o in quello feudale) per la conservazione della società nel suo complesso, ma per accrescere sempre più il capitale, in un movimento autoreferenziale e potenzialmente senza limiti. E l’esigenza di questa <<valorizzazione del valore>> comporta di conseguenza, una produttività sempre più massiccia e più intensa: se la forma dominante nei modi di produzione precedenti – spiega Marx nel Capitale – è esprimibile nella formula M-D-M (merce-denaro-merce), che si riferisce alla trasformazione della merce in denaro con il quale si acquista nuova merce, dato il presupposto che nelle realtà precapitalistiche <<la circolazione semplice delle merci – la vendita per la compera – serve di mezzo per un fine ultimo che sta fuori della sfera circolazione, cioè per l’appropriazione dei valori d’uso, per la soddisfazione di bisogni>>, nel modo di produzione capitalistico predomina invece la forma esprimibile con la formula D-M-DI dove DI è maggiore rispetto a D. Concretamente, subentra un cambio di paradigma per cui lo scopo della produzione cessa di essere il consumo (e la conseguente soddisfazione di un bisogno) e diventa la <<valorizzazione del valore>>, ossia il guadagno, che è notoriamente un bisogno inesauribile; cioè, scrive Marx, <<la circolazione del denaro come capitale è fine a se stessa, poichè la valorizzazione del valore esiste soltanto entro tale movimento sempre rinnovato. Quindi il movimento di capitale è senza misura>>.

Il capitalismo è la prima società umana in cui l’economia non è incorporata nel più ampio tessuto della società, ma ambisce ad una autonomia assoluta. Se nei modi di produzione precedenti si vendeva per comprare, in quello capitalistico – spiega Marx – si compra per vendere, il che rende necessaria una produzione sempre più intensa che la schiavitù e la servitù della gleba, nella loro forma classica, non sono certo in grado di garantire: in questo senso, la schiavitù e la servitù della gleba rappresentano il tipico esempio di come i <<rapporti di produzione>> diventino catene per le <<forze produttive>>, imponendo la transizione a un nuovo modo di produzione. E’ a questo punto che nasce, secondo Marx, l’esigenza di un raffronto tra le figure dello schiavo antico e del servo, da una parte, e del moderno salariato, dall’altra:

le prime due forme di lavoro forzato diretto non rendono possibile una produzione allargata e finalizzata all’accrescimento illimitato della ricchezza, soprattutto per il fatto che il servo e, soprattutto, lo schiavo non hanno alcun interesse ad essere produttivi, in quanto ricevono il loro sostentamento [e non più del loro sostentamento, aggiungo io] a prescindere dal lavoro svolto. Il lavoro del “libero” operaio moderno è invece assai più produttivo perchè da esso dipende l’esistenza dell’operaio stesso, che proprio perchè non è stato acquistato dal suo “padrone” può in qualsiasi momento essere lasciato a casa: se perde quel lavoro, perde se stesso.

Non appartenendo a un padrone, si vede costretto a cercarsene uno che gli fornisca i mezzi per lavorare e per vivere, non potendoseli procurare da solo. Se l’antico schiavo non ha interesse a essere produttivo nel lavoro che è costretto a svolgere e che compie esclusivamente per evitare una dose di frustate, il lavoratore “libero” è costretto a essere produttivo per non venir abbandonato in balia della fame dal suo padrone: proprio perchè non è stato acquistato una volta per tutte, può essere lasciato a casa non appena il suo lavoro non risulti suficientemente produttivo.

[…]Proprio perchè funzionale a una produzione limitata alla sussistenza del proprietario, nella prospettiva marxiana la schiavitù antica si inabissava per le contraddizioni che essa stessa aveva generato, trapassando in nuove forme di società in cui la produzione era più efficace ai fini dello scambio e dell’arricchimento; e qualcosa del genere sarebbe poi accaduto alla servitù del modo di produzione feudale.

Per rispondere alla nuova esigenza di una valorizzazione del valore, era indispensabile quindi che il lavoratore diventasse libero, e dunque costretto a essere il più produttivo possibile.

E’ esattamente in forza della “libertà” dalla coartazione extraeconomica che <<il capitale supera in energia, dismisura ed efficacia tutti i sistemi di produzione del passato fondati sul lavoro forzato diretto (auf direkter Zwangsarbeit)>>. Fondandosi sul <<lavoro forzato indiretto>> – questa, secondo Marx, la grande differenza che lo separa dagli altri – il capitalismo supera in efficacia produttiva ogni altra epoca della storia. In questo senso, la libertà di cui gode l’operaio – dice Marx – fa di lui <<un lavoratore molto migliore>>, ossia molto più produttivo, rispetto allo schiavo antico, a differenza del quale <<è responsabile della merce che fornisce, e che deve fornire in una certa qualità se non vuole lasciarsi battere ed eliminare dagli altri venditori della stessa merce>>, che nella loro sovrabbondanza esercitano su di lui una concorrenza agguerrita e inesistente nel <<modo di produzione antico>> (dove semmai si lamentava la scarsità di schiavi).

Il modo di produzione capitalistico non esiste, secondo Marx, senza creare in modo fisiologico disoccupazione e miseria per la classe sfruttata, che deve costituire – quando già non sia attivamente impiegata nella produzione – un immenso <<esercito industriale di riserva>> sempre pronto per essere arruolato in fabbrica.

Si tratta, cioè, di un modo di produzione che, per tenere insieme la libertà formale-giuridica dell’individuo e la costrizione economica al lavoro, deve fare sì che una parte della popolazione resti costantemente nella miseria: e, ciò non di meno, il modo di produzione capitalistico è anche un modo di produzione che crea ricchezza e progresso, superando (e questa è la sua grandezza, a più riprese esaltata da Marx) la produzione finalizzata alla mera soddisfazione di bisogni naturali.

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