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Crisi Economica

La dura lezione di Hong Kong

Il libro è stato pubblicato nel 2004. Consiste in una raccolta di editoriali economico-politici sui principali quotidiani e riviste americani. Questo articolo è stato pubblicato su Fortune il 28 settembre 1998. Ripeto nel 1998. Ognuno tragga le proprie considerazioni.


La deriva americana

Paul Krugman

Capitolo 15 – Disastri esteri

La dura lezione di Hong Kong

Paul Krugman

Paul Krugman

Non ditelo a nessuno, ma mi è venuta in mente una truffa finnziaria ingegnosa. Primo, alcuni dei miei amici speculatori miliardari si mettono tranquillamente allo scoperto nelle azioni Microsoft. Poi diffondiamo la voce che Bill Gates è diventato un hare krishna o qualcosa del genere. Le quotazioni Microsoft piombano giù, e boom! Facciamo centinaia di milioni.

Okay, a pensarci bene questo non è forse un gran piano. Intanto, non ho in realtà nessun amico speculatore miliardario. E anche se ce l’avessi, c’è un altro piccolo problema: la mia truffa mi porterebbe ad avere un’interessante conversazione con la SEC, finendo con un invito gentile ma deciso a farmi passare i pochi anni che mi restano da vivere in una prigione di minima sicurezza.

Allora rivediamo il piano. Invece di cospirare contro una grande impresa, proviamo contro un Paese piccolo. Mettiamoci allo scoperto nella Borsa di quel Paese, poi vendiamo abbastanza moneta sul mercato degli scambi esteri per iniziare un’aggressione speculativa generale sulla valuta. La banca centrale di quel Paese dovrà innalzare i tassi d’interesse, facendo crollare la Borsa locale – e noi possiamo vivere da ricchi per tutto il tempo che ci resta.

Oh, ci sono ancora dei dettagli fastidiosi. Ho bisogno ancora di qualche amico miliardario. Il problema principale, tuttavia, è che questa idea mi è venuta in mente troppo tardi. Vedete, sembra che alcuni speculatori abbiano già pensato alla strategia per conto loro e l’abbiano anche messa in pratica. O almeno così dice l’autorità monetaria di Hong Kong che, come avete probabilmente sentito dire, sospetta gli investitori che vendono a breve termine di una cospirazione deliberata ai danni dell’economia della città-stato. Allora l’autorità ha versato soldi nella Borsa di Hong Kong per darle una spinta e schiacciare gli infami che vendono allo scoperto; poi ha bandito in blocco le vendite allo scoperto dei titoli maggiori, punto e basta.

Facciamo un attimo un passo indietro. Il governo di Hong Kong è da tempo famoso per i suoi atteggiamenti liberisti. In questa città, essere degli speculatori non ha mai significato dover chiedere scusa. L’autorità monetaria è stata volontariamente non interventista nelle sue politiche: istituendo un currency board che aggancia il dollaro di Hong Kong in modo rigido al dollaro degli Stati Uniti, con l’attuale moneta sostenuta al 100% dalle riserve di dollari statunitensi, è andata vicinissima al ricreare, come nessun’altra banca centrale moderna, il gold standard. Per i conservatori americani, Hong Kong è la dimostrazione vivente del fatto che tutto ciò che un governo deve fornire è una moneta solida e diritti di proprietà sicuri, poi il settore privat farà il resto.

Così, quando le autorità di Hong Kong hanno lanciato la guerra agli speculatori, i liberisti di tutto il mondo ne sono stati inorriditi, per non dire altro. Cosa è successo al sacro principio del non intervento?

Beh, non posso confermare o negare che ci siastata una cospirazione di speculatori contro Hong Kong. Tuttavia, molti economisti concordano sul fatto che ci sono le condizioni per le quali una valuta può essere soggetta a quelli che sono noti come <<attacchi speculativi che si autodeterminano>> – cioè, in cui una valuta potenzialmente solida è spinta alla svalutazione per un collasso della fiducia degli investitori, un collasso che viene poi confermato dalla svalutazione. In tali circostanze ci sono in realtà dei profitti potenziali per quelli che qualche anno fa ho proposto di chiamare <<Soroi>>: grandi speculatori che vendono la valuta allo scoperto, e poi provocano deliberatamente un attacco di questo tipo.

Hong Kong, che non vuole pregiudicare la sua credibilità svalutando ma non vuole neanche innalzare i tassi di interesse quando la sua economia sta già soffrendo una profonda recessione, corrisponde perfettamente al profilo di una vittima della speculazione. E mentre in Asia le prime dichiarazioni di cospirazione venivano da voci insistenti e anti-occidentali come Mahatir, primo ministro della Malaysia, questa volta provengono da tecnocrati ultrarispettabilicome Joseph Yam, amministratore delegato dell’autorità monetaria di Hong Kong.

Se Yam è così convinto che ci sia in atto una cospirazione, perchè non gira semplicemente le prove alle autorità di controllo e non fa interrogare da loro i responsabili del misfatto? La risposta è: quali autorità di controllo? Se cospiro contro i titoli di una impresa statunitense, allora c’è una violazione della legge statunitense. Ma se i fondi speculativi di investimento a New York attaccano un qualche mercato finanziario oltreoceano, non è ben chiaro chi, nel caso ci sia qualcuno, ne abbia la giurisdizione. Non importa se piangeremmo più per Hong Kong o per l’Argentina che per Microsoft. Le cospirazioni speculative contro le aziende sono contemplate da una regolamentazione efficace: quelle contro i Paesi no. E questa è la vera morale della storia. Se c’è un tema del caos economico degli ultimi anni, è questo: i mercati dei capitali sono globali, ma le istituzioni che li sostengono e li regolamentano – che gli permettono cioè di funzionare – restano nazionali. E’ difficile immaginare in che modo possano formarsi istituzioni veramente globali – in che modo potremmo, per esempio, perseguire gli operatori americani che lavorano a Londra, per aver manipolato qualche mercato in Cina. Ma finchè non riusciremo a capirlo, sarà una gara molto difficile.

[<<Fortune>>, 28 settembre 1998]

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