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Crisi Economica

Non plus ultra

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L’Argentina, la sovranità e il tabù del default.

di Stefano Simoncini – Loop n.16, gennaio/febbraio 2012

no spettro si aggira per l’Europa, il default, annunciato da un mortifero araldo, lo spread. Fiumi di parole, profuse con più o meno cognizione da politici, giornalisti, economisti, gente comune, scorrono quotidianamente in questo fosco orizzonte di crisi, producendo interpretazioni e proposte disparate, spesso del tutto contradditorie, per allontanare lo spettro. Nella rumorosa confusione, pare si salvino soltanto poche certezze, una delle quali vuole che il ceto politico non sia in grado di reggere il peso della situazione, e anzi sia per lo più un’inutile zavorra, l’altra è che il baratro del default sia come una sorta di orizzonte invalicabile, una linea d’ombra oltre la quale, come per le mitiche colonne d’Ercole, esiste soltanto un mondo ignoto popolato di mostri.

E così in Italia, forti di queste convinzioni che, nella faziosità incompetente del dibattito pubblico, hanno assunto le dimensioni di articoli di fede, si è deciso di fronteggiare l’emergenza economica, e il deficit endemico di democrazia, con quella che Bobbio individuava come una delle possibili negazioni della democrazia e della partecipazione, la tecnocrazia. Dopo la videocrazia cinica d buffonesca di Berlusconi, l’immagine professorale, sentimentale e paludata del governo dei tecnici non è altro che l’altra faccia, speculare, della medaglia italiana: la maschera eraclitea (ridanciana) e dionisiaca (libidinosa) di Berlusconi ha lasciato il posto alla maschera democritea (piagnona) e apollinea (bovina, fintamente mansueta) di Monti.

Naturalmente si può discutere su quanto l’attuale governo rispetti le garanzie costituzionali, ma soprattutto sulla necessità, in Italia, di restituire autonomia all’esecutivo rispetto a un tradizionale sottogoverno di poteri e lobby che il populismo berlusconiano mascherava e potenziava al tempo stesso.

Ma il problema dell’attuale governo, l’elemento di continuità con chi lo ha preceduto, è nella insensibilità democratica, nella pretesa di operare una generale riorganizzazione dello Stato e della società, aprendo quasi una nuova fase costituente, senza un vincolo di rappresentanza, negando cioè l’utilità e la necessità dei principali dispositivi democratici, di una effettiva sovranità popolare.

Ma l’investitura dall’alto per svolgere questo delicatissimo compito da quale potere gli deriva? Pare incredibile, ma dallo stesso sovraordinato che, con le sue contraddizioni e storture, sta conducendo alla paralisi intere nazioni, il sistema bancario-finanziario. Questo governo, forte della debolezza di chi lo ha preceduto, e della debolezza di un sistema interno enormemente difettoso (come un impianto idraulico pieno di diverticoli che impediscono di irrorare il terreno della società, l’unico su cui possono attecchire copiosi raccolti), non sbaglia tanto nel merito, poichè alcune sue riforme implicano una razionalizzazione del sistema che darebbe nutrimento e respiro alla società, riattivando i presupposti strutturali della democrazia, ma svolge un pericoloso gioco nel ricevere mandato e autonomia da poteri sovraordinati che recano contraddizioni forse peggiori di quelle interne. E il rischio è che nel fallimento, come già paventa lo stesso Monti, si ridarebbe lena e linfa alle forze più antisociali e populiste, cieche e sorde ai mutamenti razionali che lo stesso Monti promuove. Perchè il grande malinteso italiano è che la crisi economica sia un’occasione preziosa, che le regole razionali del mercato stiano inqualche modo mettendo alla prova l’irrazionalità dei sistemi politici e inducendoli a un’autoriforma altrimenti inattuabile. L’errore è qui e sta producendo una pericolosa spirale, poichè le regole del mercato sono proprio le stesse che hanno contribuito a sottrarre autonomia alla politica determinando la crisi di rappresentanza e il dissanguamento della società a favore di ristretti potentati, sempre più capaci di controllare il ceto politico.

Torniamo perciò dove siamo partiti, a quanto sta avvenendo, alla terapia basata sulla dissacrazione delle regole democratiche, tra cui il sistema parlamentare, e la sacralizzazione delle regole del mercato, tra cui termini e scadenze del debito. In questo enorme malinteso ci dovrebbe venire in soccorso la storia, che potrebbe essere fatta seriamente se in Italia il giornalismo avesse un senso, se non fosse esso stesso afflitto da quella nostra terribile malattia endemica che è il potere esercitato come carisma sacerdotale, a causa dell’egemonia delle caste e dei monopoli.

L’Argentina, corroborata da altri casi più recenti come l’Islanda, è lì a ricordarci qualcosa di molto chiaro: che la crisi, anche senza mutare radicalmente i rapporti di produzione e il sistema economico, si contrasta procedendo in una direzione che è esattamente opposta a quella intrapresa dai governi meridionali europei. Si contrasta rafforzando, e non mortificando, il vincolo di rappresentanza, attraverso una presa di coscienza diffusa che soltanto il reale esercizio della sovranità popolare, il potenziamento della partecipazione e la sua estensione dalla dimensione politica a quella economica, con un protagonismo effettivo della società, possono produrre una crescita responsabile, e riforme strutturali realmente eque e stabili. Si contrasta desacralizzando le regole del sistema finanziario, che dopo aver messo in ginocchio gli stati li continua a vampirizzare per alimentare altri domini e altri imperi. Si contrasta facendo un’opera di conciliazione di passati conflitti non attraverso la rimozione e la frustrazione di ogni desiderio di giustizia, ma con un fermo riconoscimento delle responsabilità personali e storiche di ogni delitto e oppressione, ciò al fine di risaldare le identità collettive in un nuovo ciclo storico realmente consapevole. Da questa articolata consapevolezza e dall’autorevolezza e autonomia derivatagli dal consenso popolare Néstor Kirchner ha potuto vincere il suo braccio di ferro con l’FMI, forzare le regole fino a ridurre il debito esigibile del 70-75 per cento. Con ciò ha liberato risorse che, insieme alla svalutazione monetaria, all’esportazione di materie prime in rialzo sui mercati internazionali, al volano dell’economia brasiliana, ha prodotto la ripresa rapidissima che abbiamo sotto gli occhi. Certamente in Europa e in Italia non sussistono le stesse condizioni congiunturali e strutturali, ma quei presupposti, partecipazione, autonomia della politica e rifiuto del vampirismo finanziario, sono presupposti assolutamente ineludibili.

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