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Crisi Economica

Atene ha bisogno del nostro aiuto

– N.936 – 17/23 FEBBRAIO 2012

Ludwig Greven, Die Zeit, Germania


L’austerità sta accelerando il crollo della Grecia. Al paese serve un piano per crescere. Anche nell’interesse di Berlino.



Atene, Grecia, 12 febbraio 2012. Dimostranti si proteggono dai lacrimogeni

Atene, Grecia, 12 febbraio 2012. Dimostranti si proteggono dai lacrimogeni

Le ultime notizie dimostrano che l’Europa è divisa. In Germania le esportazioni hanno toccato per la prima volta il valore di un miliardo di euro. L’economia continua a crescere, le entrate dello stato  aumentano, il tasso di disoccupazione cala e il sindacato Ig Metall ha chiesto un aumento salariale del 6,5 per cento per i metalmeccanici in  considerazione degli ottimi proitti registrati dalle aziende.
Ma se la Germania è un’isola felice, la Grecia è un paese sull’orlo del baratro e in preda al caos. Piegandosi alle pressioni dell’Unione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale, il governo greco ha varato un nuovo piano d’austerità. Il pil continua a contrarsi: quest’anno potrebbe calare dell’8 per cento.
E il paese resta a un passo dalla bancarotta. L’erogazione del secondo pacchetto di aiuti, pari a 130 miliardi di euro, è stata più volte rimandata perché i ministri delle finanze dell’eurozona dubitano che il governo greco e i partiti che lo sostengono possano mettere davvero in atto le misure di risparmio. E hanno ragione, visto che i tagli già approvati in passato non hanno funzionato. Anzi, hanno solo peggiorato i problemi. Inoltre bisogna tenere conto del fatto che in Grecia c’è giustamente una forte
resistenza a questo piano d’austerità, che produrrà un ulteriore impoverimento nel paese.
È questa la prospettiva dell’Europa unita? La terra che ha dato origine alla cultura occidentale e alla democrazia si è trasformata di fatto in un protettorato di Bruxelles, senza nessuna speranza di  miglioramento. Il continente è sempre più diviso tra un nord ricco e un sud povero dove alcuni cittadini non hanno di che vivere. Nel frattempo in Germania la maggioranza prende seriamente in  considerazione una riduzione delle tasse nel mezzo della crisi inanziaria più grave degli ultimi decenni.
Ma quello che succede nel resto del continente non può lasciarci indifferenti. E non solo perché produce un’ondata di nazionalismo e inasprisce il clima politico, come si vedrà già alle prossime elezioni greche. I tedeschi dovrebbero preoccuparsi anche perché questa pessima evoluzione della crisi, causata in misura sostanziale dal governo di Berlino, mette a rischio il nostro stesso modello di sviluppo: la Germania è un’economia fiorente anche perché le sue aziende fanno afari e profitti a spese dei
paesi più deboli, dove i salari sono (ancora) troppo alti rispetto alla produttività e la domanda
interna si contrae a causa delle dure misure d’austerità. Nel frattempo in Germania il moderato aumento dei salari degli ultimi anni e le riforme del mercato del lavoro volute dal governo rosso-verde di Gerhard Schröder hanno reso l’economia così competitiva da diventare una minaccia per gli altri paesi dell’Unione europea, compresa la Francia.

Perdite miliardarie

principali creditori della grecia

principali creditori della grecia

Ma chi continuerà a comprare i prodotti tedeschi in futuro? I paesi in crisi non ci servono più perché sono un peso per le nostre preziose casse? Chi la pensa così sbaglia: a trarre il maggior beneicio dai programmi di salvataggio dell’euro, dalla moneta unica e dal mercato comune non è la Grecia, ma la Germania. Se la Grecia fallisse, le banche tedesche (ma non solo loro) perderebbero altri miliardi di euro e alla fine sarebbero i contribuenti della Repubblica federale a dover rimediare alla situazione.
Se l’euro crollasse e si tornasse al marco, la vecchia moneta tedesca subirebbe una drastica rivalutazione. Secondo le stime degli esperti, ci sarebbe un rincaro del 40 per cento delle merci prodotte in Germania. A quel punto per il modello di crescita tedesco fondato sulle esportazioni sarebbe la
fine.

Potenza ostile
Nel sud dell’Europa, non solo in Grecia, si respira aria di tempesta, e la minaccia incombe soprattutto sulla Germania. A quasi settant’anni dalla ine della seconda guerra mondiale, il nostro paese è considerato di nuovo una potenza ostile. C’è già chi invoca passi radicali contro le decisioni imposte
da Bruxelles e da Berlino.
Ma come dar torto a un popolo ridotto in miseria? Queste persone dovrebbero forse stare a guardare mentre il loro modesto modello previdenziale va a rotoli e i loro politici si trasformano in semplici  esecutori?
E questo solo perché le banche e gli speculatori possano recuperare almeno una parte dei crediti che nel corso degli anni hanno concesso volentieri a tassi d’interesse salati?
Non può essere questa l’Europa in cui vogliamo vivere, un’Europa in cui banche e hedge fund decidono quali paesi possono sopravvivere e quali no. Il prezzo di questa politica d’austerità voluta  sostanzialmente dalla finanza e dalla cancelliera Angela Merkel è la disintegrazione dell’Europa. E produrrà una depressione cronica che prima o poi colpirà anche la Germania.
La Grecia ha bisogno della nostra solidarietà, di una ristrutturazione completa dei suoi debiti e di un programma di rilancio dell’economia, non di altri piani d’austerità e di pacchetti di salvataggio. Solo
così il paese avrà la speranza di potersi rimettere in piedi tra dieci o vent’anni e di far parte a pieno diritto dell’Unione europea.
Questo programma di crescita non costerebbe di più dei piani di salvataggio attuali, e offrirebbe ai cittadini greci ed europei una prospettiva per il futuro.
È questa la prospettiva per cui vale la pena lottare, non per l’estromissione della Grecia dall’eurozona e dall’Unione europea.
La Grecia deve essere un esempio che porti la stessa Europa a ripensare il suo ruolo. < fp >

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