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Un immaginario nuovo – Soggettività disobbedienti e dominio.

Un immaginario nuovo
Soggettività disobbedienti e dominio
di Marco Scotini – alfabeta2 – 25

alfabeta2

L’affermazione contemporanea (quotidiana, capillare, generalizzata) di macchine di coazione all’obbedienza sempre più potenti tradisce un’ammissione originaria, irrefutabile, preventiva: il riconoscimento di fatto ce la disobbedienza sia diventata ormai forma (operativa e simbolica) del dissenso globale. Nonostante tutto, dalle proteste anti-WTO di Seattle alle strategie messe in piazza dal movimento Occupy, non siamo riusciti ancora a ricondurre l’agire disobbediente (la molteplicità di suoi modi, delle sue storie e delle sue geografie) su un piano politico vero e proprio.

A fronte della più che decennale proliferazione molecolare di mobilitazioni dal basso, del dispiegamento globale di forze sociali insubordinate e antagoniste, della emersione di network eterogenei e plurali, pare ci sia oggi un’impossibilità di raccogliere la stratificazione di tutto ciò entro una nuova soggettività militante.

Così come ancora non appare possibile far precipitare questo enorme potenziale sotto una nuova concezione dell’azione politica all’altezza dei tempi e in grado di produrre un orizzonte di rottura sociale decisiva con il comando capitalistico: un orizzonte macro-politico, plurale, continuo, efficace.

L’impressione generale è che il potenziale eversivo delle mobilitazioni contro l’ordine contemporaneo si esaurisca, ogni volta, con l’evento stesso a cui esse hanno dato luogo, senza che questo abbia la capacità di far sedimentare protagonismi sociali e prassi organizzate in una nuova forza politica, in una struttura stabile di potere.

Allora, qualche domanda categorica s’impone. Abbiamo a che fare con un vero e proprio gap politico perchè siamo ancora legati a categorie classiche fondate sul soggetto rivoluzionario e su un’idea di rappresentanza che impediscono una lettura adeguata degli eventi in corso (e delle loro possibilità politiche)? Piuttosto che della mancanza di un reale spazio di politicizzazione da vedere, si tratterebbe dunque di un’incapacità di guardare? Oppure è nella stessa natura della disobbedienza il fatto di sfuggire a una teorizzazione stabile per acquistare senso e spessore  teorico in relazione alle sue determinazioni pratiche (contingenti e locali), al suo concreto accadere storico qui e ora? O non ci troviamo piuttosto di fronte a un processo di innovazione radicale del conflitto sociale in cui la disobbedienza, tutt’altro che essere un deficit di produzione politica, ci spinge a immaginare un mutamento paradigmatico delle condizioni di possibilità dell’azione sociale? Quali sono i concatenamenti possibili di una politica come esperimento? Quali sono in nostri equivalenti dello sciopero, del sabotaggio, del tumulto della militanza e delle altre tecniche di lotta politica?

Eppure dai giorni di Seattle a quelli di Occupy Wall Street, dall’insurrezione zapatista a quella araba, un’identica tensione trasformativa del mondo (globale, caotica, plurale) non ha mai cessato di agire. Un nuovo orizzonte comune, trasversale a centro e periferie, si è aperto e continua sempre più ad aprirsi: un immane laboratorio di conflitto si afferma attraverso una molteplicità di focolai che si alimentano a vicenda, irrimediabilmente  concatenati tra loro, dentro lo stesso spazio globale. Al declino irreversibile del modello politico fondato sulla rappresentanza, alla nuova centralità neoliberista dell’economico e alla polizia sovrana, le mobilitazioni insorgenti rispondono con una devastante sperimentazione politica che disarticola le classiche modalità di esercizio del potere e recalcitra alle logiche della rappresentazione e della totalizzazione (forma-partito, quadri dirigenti, classi sociali, Stato). Se per Gerald Rauning il movimento

Gerald Raunig

Gerald Raunig

Occupy ci sbarazza definitivamente dall’idea di unità e di maggioranza, Maurizio Lazzarato dichiara nel testo che segue :<<Le mobilitazioni che sorgono un po’ ovunque nel mondo affermano che all’interno della democrazia rappresentativa <<non ci sono alternative>> possibili>>.

Maurizio Lazzarato

Maurizio Lazzarato

Il no attuale, il rifiuto dell’obbedienza, il dissenso contemporaneo non ripropongono una posizione dialettica con il potere ma si affermano come forze di creazione e sperimentazione: di linguaggi, dispositivi, istituzioni e soggettività. Lo spazio a cui si espongono è quello di nuovi immaginari e nuove possibilità di vita che trovano impegnati tanto modelli estetici quanto forze produttive e movimenti sociali. Dentro questa articolazione complessa e di sperimentazione non si tratta tanto di <<alleanza>> tra istanze attiviste e pratiche artistiche (o culturali) perché con questo termine si intende un <<patto comune in vista di obiettivi comuni>>. Al contrario, il nesso è a monte.[…]

Una cosa certa è che questa pratica disobbediente non è più dell’ordine della disobbedienza civile, non è

Raffaele Laudani

Raffaele Laudani

solo o affatto potere destituente, secondo l’accezione con cui Raffaele Laudani definisce la disobbedienza. Com’è noto, accanto e oltre questa concezione di stampo liberale che <<esprime una disobbedienza alla legge>> ma nei limiti della <<fedeltà a essa>>, con la crisi della modernità e del fordismo sarebbe sorta un’altra concezione di tipo radicale che avrebbe finito per mutare il carattere della disobbedienza civile in disobbedienza sociale. Una forma di disobbedienza, quest’ultima, che non può ridursi agli aspetti normativi tecnico-giuridici per essere compresa. Poiché il potere, foucaultianamente, non si basa più soltanto su modelli giuridico-istituzionali come la teoria dello Stato o della sovranità, la disobbedienza sociale si concentra adesso sui meccanismi di potere di fatto e che non sono oggetto di deliberazione. Sui modi concreti, cioè, con cui il potere penetra in maniera anonima nel corpo della società, oltre il velo delle norme formali. Se condizione della disobbedienza civile era il riconoscimento di un ente superiore che produce norme e che, come tale, non viene posto in discussione, tale ruolo di soggezione alla sovranità o a

Paolo Virno

Paolo Virno

un’entità trascendente non è più garantito dai modi della disobbedienza sociale. Come Paolo Virno non ha mai smesso di dire fino dal 1993, il primo ordine a essere violato dalla disobbedienza sociale è infatti una norma che precede tutte le altre ed è presupposta da tutte le altre. Questa norma non scritta e che nessuno mette in dubbio afferma l’obbligo di obbedienza come tale. Essa recita:<<E’ necessario obbedire alle norme>> come presupposto dell’autorità in quanto diritto di comandare e di essere obbediti. La disobbedienza sociale non viola legge ma modifica le condizioni in cui continua a proporsi il vincolo statale come tale. Con il cambiamento dello scenario economico-sociale nel capitalismo postfordista, muta anche la proposta della pratica antagonista. Le regole o i principi che presiedono alle norme della disobbedienza non sono più di tipo negativo, non indicano più i limiti che i nostri atti non dovranno vallicare ma cominciano a enunciare  princi pi di azione. Indicano cosa fare. Non affermano più solo diritti, rifiuto e resistenza ma diventano immediatamente produttive e creative. Diventano <<pratiche costituenti>>. In questo senso la disobbedienza sociale è un momento della produzione contemporanea della moltitudine o, meglio, delle nuove soggettività politiche che rappresentano il potenziale della moltitudine (moltiplicazione, rifiuto del blocco morale, composizione asoggettiva per Raunig). In particolare la disobbedienza oggi è tale da coniugare lavoro, intelletto, azione, affetti, media e comunicazione. Dunque la sua espressione autonoma e affermativa si esplica anche (e simultaneamente) nella modellizzazione di un immaginario nuovo, nella capacità di intevento nel piano simbolico, nella potenza di produrre nuovi segni e altre rappresentazioni (Marcelo Exposito).  Quando si disobbedisce produciamo noi stessi come molteplicità di modi possibili, ci autorappresentiamo. Le soggettività disobbedienti intervengono sul carattere mediatizzato della storia.  Da un alto, fanno vedere ciò che gli agenti centrali dell’autoritarismo mediatico nascondono o sottraggono alla vista. Dall’altro, cercano di riappropriarsi dell’espropriazione violenta dell’esperienza: producendo la storia, e rendendola visibile. Lavorano come dispositivi di profanazione e rivendicano un potenziale di sperimentazione rispetto alla direzione politica o al comando capitalista, concatenando media e socialità.

A questo rinnovato protagonismo pratico della disobbedienza corrisponde una produzione teorica altrettanto ricca ma che va declinata in senso operativo. L’esaurimento della rappresentanza è ormai un fatto compiuto. Perché allora non avanzare un discorso politico autonomo? In un nuovo Che fare? Perché voler continuare in questa impasse senza fare programmi, senza osare spingerci più in là?

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