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Monti, minaccia e/o risorsa della casta.

 

Monti, minaccia e/o risorsa della casta.

di Roberto Goldin – 27 dicembre 2012

Leggo dai vari quotidiani il freddo commento di Bersani riguardo l’impegno di Monti alle prossime politiche. E traspare in modo inequivocabile l’unica preoccupazione di questo segretario, che è la preoccupazione di ogni politico di “professione” e non per mandato.

Intervista del TG2 a Bersani

Intervista del TG2 a Bersani

Da Repubblica, un sunto dall’intervista con il TG2:“Massimo rispetto per Monti, ma aspettiamo di vedere se sarà sopra lo parti oppure no”, “Lo abbiamo sostenuto in momenti molto difficili – aggiunge – Ora aspettiamo di vedere se si collocherà al di sopra o piuttosto con una parte. Questo andrà chiarito”.
Quindi: Monti è indispensabile per la salvezza del nostro paese? Se sì, non ha importanza da chi verrà sostenuto. L’obiettivo è salvare il paese dal disastro in cui siamo.
In realtà, traspare palesemente, la preoccupazione di Bersani è che l’autorevolezza di Monti, sia in campo nostrano sia in quello internazionale, vada ad affrancare parti politiche avverse, il centro destra, a discaptito anche o soprattutto del PD.
Qui si tratta, sempre ed ancora una volta, di curare e preoccuparsi solo ed esclusivamente del proprio orto, dei propri interessi.
Pare evidente da questi momenti di poca lucidità, che si trasformano in involontaria ed innocente trasparenza, che Monti (per Bersani come per qualsiasi altro segretario di partito) non è tanto una minaccia o una risorsa per l’Italia, quanto piuttosto una minaccia o una risorsa per se stessi, indipendentemente da ciò che il nostro paese può trarne.
E’ anche, e non solo per questo, che l’elettore dovrebbe avere una cosciente repulsione verso questa nociva, vetusta e mutante idea di politica.

A difesa di Bersani potrebbe essere mossa l’argomentazione di un PD interessato a sostenere e difendere il più possibile lo stato sociale all’interno di una politica recessiva. Cioè, una sorta di parte conciliatrice tra necessità di bilancio e necessità sociali. Ma tale ipotesi non è affrancata dai fatti incontestabili cha hanno contraddistinto la mutazione del più grande partito di sinistra in un ibrido, senza arte ne parte, che nei decenni ha tradito la sua missione di rappresentante istituzionale a tutela delle fasce sociali deboli e lavoratrici in un neo sostenitore del mercato senza regole (…o che si autoregola con l’assenza di regole, grazie alla mano invisibile…). Inutile la complessa, corposa lista delle battaglie perse dai lavoratori grazie soprattutto alla mancanza di un partito che li rappresenti veramente in sede istituzionale, e di vergognosi sindacati che ormai svolgono solo la funzione di applicazione della politica del partito di riferimento, non prevedendo più la funzione di portatori d’istanze del mondo del lavoro.

Ormai dobbiamo farcene una ragione: non c’è più la sinistra perchè non c’è più la politica. E non c’è più politica perchè non c’è più la sinistra.

A seguire, sempre come riportato da Repubblica:“Parlando invece con il Finacial Times, il leader democratico sostiene di essere “pronto a discutere” la proposta tedesca per un supercommissario Ue all’economia che monitori le politiche di bilancio nazionali, piano che “non mi spaventa purché l’intenzione sia di costruire fiducia e permetterci, pur in maniera controllata e selettiva, politiche di più ampio respiro” volte alla crescita”.

Leggasi: non ostacolare, anzi favorire un percorso per il commissariamento, per la perdita progressiva di ogni fondamentale sovranità. Morte pianificata delle funzioni dello Stato come autonomia di un popolo nelle decisioni di rilancio dell’economia e nell’interpretazione ed applicazione della giustizia sociale. Precisando che l’idea di giustizia sociale è tutt’altro che un paradigma universale, ma assume priorità e significati diversi a seconda della cultura di ogni popolo.

Ed è questo, credo, l’argomento fondamentale, quello di una pianificazione di un’Europa di una élite unita finanziariamente ma sempre più disgregata al suo interno, a livello popolare, proprio a causa di un sacrificio inaccettabile che è quello dell’annullamento del multiculturalismo. Un multiculturalismo che esiste solo se si manifesta localmente nell’applicazione quotidiana dei propri valori in ogni ambito sociale: la famiglia, la scuola, il lavoro, le religioni, gli associazionismi, l’arte, le varie reti di rapporti sociali. Ed ogni popolo deve avere il diritto di poter applicare i propri valori per affermare se stesso, la propria unicità, che è una ricchezza per se stesso e per gli altri.

L’idea di una integrazione europea può essere valida solo ed esclusivamente nel rispetto delle diversità dei popoli e delle culture, evitando omologazioni indotte o imposte dalle convenienze dei pochi.

Così come più acutamente spiega Zygmunt Bauman:

Zygmunt Bauman

Zygmunt Bauman

L’Europa è stata, per secoli, un insieme composito che ogni giorno metteva in contatto tante lingue e tanti filoni culturali e li faceva dialogare tra loro. […]L’Europa è stata e rimane la patria della traduzione perenne; nel corso di questo processo ha imparato a rendere il dialogo tra idiomi culturali e linguistici efficace e profiquo senza eclissare l’identità di nessuno dei partecipanti. Ha imparato (per dirla con Franz Rosenzweig) a trattare gli interlocutori di una conversazione come soggetti dotati di lingua e non solo di orecchie, che parlano oltre ad ascoltare. Balibar sostiene che questa tradizionale capacità pratica di parlare/ascoltare, insegnare/apprendere, capire/farsi capire (in breve, di tradurre) potrebbe essere sviluppata <<estendendo l’idea di traduzione da traduzione delle lingue a traduzione delle culture>>.

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