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Dossier Argentina – per capire l’elezione di Jorge Mario Bergoglio

Dossier Argentina

Carlo Talenti

II.1 Dossier Argentina

 

II.1.1. L’editoriale di congedo in prossimità delle vacanze estive, suggerendo qualche buona lettura, metteva opportunamente in evidenza il libro segnalato in La sezione laica, L’isola del silenzio di Horacio Verbitsky, coraggioso giornalista che ha denunciato al mondo alcune vergognose violenze compiute dai militari argentini in pieno accordo con la chiesa cattolica. Il testo dell’editoriale – forse per le urgenze imposte alla redazione dalla mancanza di tempo – non rende tuttavia piena giustizia a Verbitsky, perché presenta come “ipotesi” fatti che – dopo la caduta della dittatura – sono stati rigorosamente documentati e accertati in sede di processi pubblici nei confronti dei responsabili delle torture e delle sparizioni di individui innocenti. Per fugare possibili equivoci dedichiamo il primo articolo del secondo anno de La questione laica al Dossier Argentina citato nella recensione in questione. Il testo completo del dossier è disponibile su internet mediante Google nella voce “Dossier Argentina”, oppure con il richiamo “hortusmusicus.com/pdf/587”. Ci limitiamo quindi a darne un breve riassunto con qualche commento.

II.1.2. Il dossier, opera di Gaspare De Caro e Roberto De Caro, comprende nove fitte pagine su tre colonne e ha per titolo Breve storia dell’Argentinitad. Le ultime due pagine sono dedicate alla bibliografia, con citazioni documentarie. I due autori segnalano come testo fondamentale per il loro lavoro di sintesi il libro di Loris Zanatta, Dallo Stato liberale alla nazione cattolica.

Loris Zanatta

Loris Zanatta

Chiesa ed esercito nelle origini del peronismo. 1930-1943, Franco Angeli, Milano 1996. Il quadro storico che se ne ricava offre una accurata documentazione di eventi tragici, e si può considerare paradigmatico per convalidare una teoria della legittimazione della violenza ad opera della religione, e in particolare della religione cattolica del nostro tempo.

I poteri in gioco sono quelli classici: religioso, militare, politico e nello sfondo, ma di grande peso, quello economico. Disputato tra il potere religioso e il potere politico sta il potere educativo. Quest’ultimo, per quanto al senso comune sembri di importanza primaria perché predispone i costumi e le conoscenze tecniche e teoriche dei gorvernati (sudditi o cittadini), in realtà opera secondo indirizzi di potere gerarchicamente più alti. E tra i quattro poteri citati, quelli che legittimano l’uso della violenza sono o quello sacro della religione o quello profano della politica; e questi appunto tendono a controllare gli indirizzi

dell’educazione.

La forza, come tale, è costituita o dall’esercito o dalla ricchezza, ma più concretamente da un intreccio dell’uno e dell’altra. Infatti, tenendo conto che la ricchezza costituisce una forza mobile e flessibile in moneta o in metalli preziosi o in titoli di credito, mentre un esercito possente è il risultato di una grande massa di uomini e di armi, di una complessa organizzazione e di un lungo esercizio, quasi sempre il controllo più consistente della forza è dato dalla ricchezza. Certo una volta costituito, un esercito può rivolgersi anche contro chi lo finanzia, ma non fino al punto di eliminare i produttori della ricchezza che lo sostengono; perciò, la forza si presenta come una varia combinazione del potere economico e del potere militare.

Ne consegue che religione e politica si disputano il controllo della forza offrendo lo strumento prezioso della legittimazione che giustifica l’arbitrio inevitabile con il quale la forza viene esercitata. Tra di loro prevale il potere che riesce a presentare l’arbitrio come un arbitrato accettabile dalle parti sociali in lotta. Per millenni questo privilegio è stato esercitato dalla religione, che opera sempre in nome di forze soprannaturali alle quali tutti gli uomini sono obbligati ad inchinarsi. Col tempo la politica si è poi resa sempre più autonoma dalla religione e ha offerto forme di legittimazioni giuridiche puramente profane, meno inique e autoritarie, e spesso in contrasto con le antiche autorità religiose.

Il “caso Argentina”, a partire dall’Ottocento, presenta una esemplificazione elementare di questa distribuzione dinamica dei poteri e del grado di violenza che il prevalere della legittimazione religiosa può giustificare .

II.1.3. Nel 1816 l’Argentina si proclama definitivamente indipendente dalla Spagna e da quel momento la sua politica è condizionata dalla lotta tra movimenti progressisti e forze conservatrici che, nella prima metà dell’Ottocento, trasformano la carta politica del centro- e del sud-America dando origine a stati nazionali autonomi. Solo il Brasile si organizza in monarchia costituzionale ad opera di Pedro I, reggente della colonia e figlio del re del Portogallo Giovanni VI, rientrato in patria dopo le guerre napoleoniche.

Antônio Joaquim Franco Velasco Dom Pedro I mperador do Brasil

Antônio Joaquim Franco Velasco Dom Pedro I mperador do Brasil

L’orientamento delle forze indipendentiste è in genere liberale secondo gli ideali illuministici ed è in parte sensibile alle idee del socialismo utopistico che precede le dottrine di Marx.

Le nuove configurazioni nazionali passano attraverso un periodo di assestamento nel quale si alternano fasi di anarchia ad altre di tirannia, sia per la definizione dei propri confini territoriali, sia per la neutralizzazione delle forze conservatrici che a tratti riconquistano il potere. Le rivendicazioni sono, in buona parte, quelle classiche che si stanno da tempo affermando in Europa: sovranità popolare, governo rappresentativo, eliminazione o riduzione dei privilegi ecclesiastici, libertà di parola, libertà di stampa, abolizione della schiavitù, diffusione dell’alfabetizzazione con rafforzamento dell’istruzione scientifica negli studi medio superiori, istituzione di università e accademie statali, finanziamento dei settori della ricerca specialistica più avanzata, e infine rifacimento dei codici di diritto civile, commerciale e penale. Tutti obiettivi che trovano la loro garanzia nella redazione di nuove carte costituzionali. L’Argentina trova il suo assetto moderno nella costituzione del 1853, che riunifica tutte le province provvisoriamente staccate dal governo di Buenos Aires.

Nel complesso la seconda parte dell’Ottocento costituisce un periodo di relativo consolidamento dei nuovi ordinamenti e orientamenti liberali, con qualche apertura ai problemi della giustizia sociale. Anche in Argentina le conquiste dello stato liberale sembrano ben avviate: separazione tra stato e chiesa, controllo politico sull’esercito, sull’istruzione elementare, superiore e universitaria, e libertà di insegnamento che favorisce libertà di costumi e di convinzioni religiose. In questo contesto, il cattolicesimo non è la religione di stato, i vescovi devono essere nominati con il gradimento del governo, l’istruzione religiosa cattolica non è obbligatoria.

Generalmente, la filosofia dominante è il positivismo di Comte, Stuart Mill e Spencer. Ciò non impedisce un notevole sviluppo dell’attività letteraria e della ricerca storica, e il rinnovamento delle arti figurative. Queste tendenze trovano espressione in molte riviste specialistiche e nella grande stampa di informazione. Si tratta di orientamenti politici, sociali e ideologici aspramente avversati dal Vaticano, che si attiene rigidamente alla condanna del processo di secolarizzazione sanzionata dal Sillabo emanato l’8 dicembre 1864 da papa Pio IX.

Dapprima, la legittimazione dell’esercizio della forza sembra rimanere saldamente in mano allo stato argentino; tanto che, nel 1884 viene espulso il delegato apostolico in seguito alla sua dura reazione contro la decisione governativa di affidare la direzione di alcune scuole ad educatori protestanti. E ancora nel 1899, mentre è presidente l’anticlericale Julio A. Roca, l’esercito ha mano libera per attuare un vero e proprio genocidio degli indios, che prelude alla formazione di grandi latifondi in mano ad un ristretto ceto di ricchi borghesi. Il Vaticano protesta invano contro questo massacro, sostenendo che i militari sottraggono gli indios all’incivilimento culminante nella conversione al cattolicesimo. Una motivazione piuttosto tendenziosa, che non condanna nella sostanza l’intervento, ma che avanza una presunzione di diritto nell’esercizio del potere.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento l’assestamento della composizione gerarchica dei vari ceti sociali è condizionato dai continui flussi di immigrazione dall’Europa che offrono manodopera a buon mercato e contemporaneamente l’opportunità per pochi di costruirsi grandi fortune. Spesso al seguito dei nuovi venuti si trova un clero povero e diseredato, per lo più opportunista, ma col tempo sempre più sensibile al diffondersi dell’ingiustizia sociale.

Fin quando si sente forte, lo stato argentino tratta la chiesa come instrumentum regni, incoraggiando la formazione di un clero “devoto alla sovranità della nazione”. Ma intanto favorisce l’apporto di ingenti capitali stranieri e l’incremento del commercio internazionale. Con questi sviluppi della politica liberista si esaurisce l’orientamento progressista del movimento iniziato con la dichiarazione di indipendenza dalla Spagna.

II.1.4. All’inizio del Novecento, coma accade in Europa, si diffondono alcune filosofie che criticano il positivismo e l’esaltazione del progresso scientifico e tecnologico da parte dei ceti imprenditoriali; in particolare, le filosofie di Boutroux, di Bergson, di Croce e di William James; al loro seguito, ritornano orientamenti idealistici e spiritualistici più aperti al dialogo con l’esperienza religiosa. Intanto il Vaticano, esperto ormai degli esiti del processo di secolarizzazione in Europa, vede prontamente delinearsi la debolezza crescente della politica anticlericale dello stato liberale e programma con lungimiranza un inarrestabile processo di restaurazione. Costruendo abilmente una solidarietà sempre più stretta con l’esercito, la chiesa cattolica potrà alla fine presentarsi come la più sicura espressione dell’argentinitad, cioè della identità nazionale.

Il punto debole dei governi liberali è il loro crescente timore di fronte alle rivendicazioni sociali dei ceti diseredati e sfruttati. Prima ancora che si affermi la rivoluzione russa, la chiesa cattolica argentina organizza i suoi interventi con una critica implacabile al comunismo, presentato come conseguenza inevitabile della dissolutezza di costumi favorita dalla libertà di pensiero, di stampa e di educazione. Così, come prevede l’analisi marxista, i liberali si rendono gradualmente conto che, al di là delle buone ragioni della cultura laica, i loro più sicuri alleati politici possono essere soltanto i difensori della tradizione e cioè i cattolici, che in Argentina non fanno tempo ad organizzarsi in un partito politico, ma vengono inquadrati direttamente nelle associazioni clericali guidate dal Vaticano.

Intanto, in Europa, terminato il massacro della prima guerra mondiale, il dopoguerra è caratterizzato da scompensi sociali e politici che danno origine, in Russia, al regime sovietico, e nel resto d’Europa, all’affermazione di molti movimenti fascisti; purtroppo le democrazie liberali assistono incerte a queste derive di destra fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Lontana da questi eventi, la chiesa cattolica argentina può attuare il suo piano restauratore con la massima intolleranza, perché gode il vantaggio di un contesto continentale costruito sulle solide e spietate tradizioni autoritarie della monarchia spagnola – o di quella portoghese in Brasile – tradizioni che non hanno dato spazio ai movimenti protestanti europei. La presenza di questi ultimi negli Stati Uniti d’America non rafforza i movimenti liberali dell’America Latina, perché ai nordamericani interessa soltanto poter controllare il Centro- e il Sud- America come fonte di materie prime e come mercato privilegiato.

Quanto alle popolazioni indigene, la situazione delle due Americhe è simile: il Nord-America ha fondato il suo sviluppo sul genocidio degli “indiani”; il Sud-America sul genocidio dei maya, degli aztechi e degli indios. Gli USA non concedono privilegi al Vaticano sul proprio territorio, ma possono tranquillamente tollerare che i meso- e i sud-americani sviluppino la propria religiosità in un meticciato di tradizioni pagane assorbite dal cattolicesimo.

Il Dossier Argentina di Gaspare e Roberto De Caro documenta inequivocabilmente come l’Argentina abbia costituito per il Vaticano una specie di laboratorio sperimentale per realizzare in piena autonomia quella restaurazione religiosa che vorrebbe sradicare ogni forma di secolarizzazione e di modernità in tutti i paesi dell’Occidente dove la chiesa cattolica è presente. Ripristinare l’identità cristiana e soprattutto cattolica nei paesi di cultura occidentale è l’obiettivo primario per passare successivamente alla missione di diffondere il Vangelo nel mondo, che significa poi vagheggiare la conversione forzata di tutte le genti.

La controffensiva cattolica in Argentina inizia con il Concilio plenario dell’America Latina del 1899 tenuto a Roma da papa Leone XIII. Gli ultimi interventi decisi autonomamente dallo stato argentino sono la repressione cruenta – con centinaia di vittime – di alcune rivolte sociali: quella della “Semana Tragica” del 1919 e quella degli scioperi del 1921-22 in Patagonia, contro l’industria laniera inglese. Ma proprio questi episodi mettono in evidenza che lo stato liberale è ormai pronto a schierarsi a fianco delle forze più conservatrici.

Intanto la restaurazione procede inflessibile, ma sceglie la conquista delle istituzioni educative, evitando uno scontro frontale con le istituzioni politiche.

Nel 1914 il Vaticano impone l’uniformità e l’ortodossia dottrinale negli istituti confessionali che gestiscono l’istruzione primaria e secondaria in luoghi dove lo Stato non riesce a garantire l‘istruzione obbligatoria. Nel 1916, presso il seminario metropolitano di Buenos Aires viene istituita la prima facoltà del Sud America “autorizzata a rilasciare titoli accademici in filosofia, teologia e diritto canonico”. Il clero secolare, esposto al lassismo dei costumi quotidiani dei fedeli, viene riportato sotto la rigida giurisdizione dei vescovi. Contemporaneamente viene organizzata una imponente immigrazione degli ordini religiosi cattolici europei: e per primi si insediano diffusamente i salesiani. Arrivati in dieci a Buenos Aires nel 1975, venti anni dopo possono vantare 35 istituti disseminati nella capitale e in diverse province. Seguono i Passionisti, i Cappuccini, i Redentoristi, I Padri del Verbo Divino, i Lassalliani, i Francescani e i Domenicani; ma soprattutto si consolidano i Gesuiti, depositari di una lunga esperienza educativa delle classi agiate.

Intanto la minaccia sempre più incombente dei movimenti socialisti accelera il processo di avvicinamento della chiesa cattolica alle autorità governative, che ormai non hanno più una ideologia forte da imporre alle forze armate. Così, l’evento decisivo della restaurazione cattolica è la riconquista dell’esercito che preesisteva allo stato liberale, coinvolgeva il popolo in forza del servizio militare obbligatorio, disponeva di una struttura gerarchica estranea agli orientamenti liberali, ed era ormai il solo potere disponibile per intervenire nella repressione delle agitazioni sociali. Caduti gli ideali progressisti dell’indipendenza e del costituzionalismo, il governo può fare intervenire l’esercito in nome della “sacra difesa della patria argentina”. Ma se questa si identifica con l’ideologia cattolica cade ogni autonomia dello stato laico.

La documentazione raccolta da Gaspare e Roberto De Caro sulla cattolicizzazione dell’esercito argentino è impressionante. Fin dal 1923, con la riforma del clero castrense, la chiesa cattolica si impegna a rafforzare le strutture ecclesiastiche nelle forze armate. Particolarmente significativa è la nomina di monsignor Copello, già vicario generale dell’archidiocesi di Buenos Aires, a “vicario generale dell’esercito, assimilato al grado di colonnello”. Ma gli interventi più duri vengono attuati negli anni Trenta.

Copello organizza una chiesa militare con “biblioteca selezionata” e situata in un quartiere abitato da militari. Lo scopo è quello di farne un luogo di “aggregazione e acculturazione delle forze armate e delle loro famiglie, al di fuori delle caserme”. Il Circolo Militare diventa sede di conferenze tenute da “sacerdoti intellettuali” che spiegano agli ufficiali l’incompatibilità del socialismo e del comunismo con l’essenza cattolica della nazione. La “pomposa cerimonia” di inaugurazione della chiesa castrense avviene l’11 ottobre 1930 e rende pubblico il reciproco riconoscimento politico dei vertici militari ed ecclesiastici. In tale

occasione Monsignor Franceschi, incaricato del discorso inaugurale, proclama l’esercito “garante della nazionalità” non solo contro i nemici esterni, ma anche contro i nemici interni che mirano a corrompere l’identità cattolica della nazione argentina.

Contemporaneamente la chiesa lancia una campagna per il ripristino della pena di morte sostenendo che “la pena di morte è condannata dagli ingenui e dalla feccia della società”. Poi approva l’irrigidimento della legge marziale, accompagnata dalla limitazione della libertà di stampa e dalle epurazioni negli atenei. Barrants Molina, noto giornalista cattolico, individua nel soldato e nel sacerdote “i baluardi della patria”.

Il trionfo di questa politica restauratrice è il congresso eucaristico di Buenos Aires, al quale partecipano “masse immense di argentini”. A Tucuman nel 1933, in un congresso eucaristico preparatorio “800 soldati condotti dai loro ufficiali celebrano l’eucarestia”, un evento che diventa modello di cerimonie analoghe in tutto il paese. E infine tra l’11 e il 12 ottobre del 1934, sotto la regia di monsignor Cortesi, nunzio pontificio, il congresso eucaristico di Buenos Aires culmina nella grandiosa manifestazione di “1.200.000 fedeli che ricevono l’ostia consacrata. Particolarmente significativo è il fatto di aver educato i machos argentini ad affiancare in massa le donne in una pratica che era rimasta fino allora

tipicamente muliebre.

Padre Caggiano, assessore generale dell’Azione Cattolica, subentra a Copello alla guida del vicariato castrense, e con lui si avvia ad una brillante carriera ecclesiastica monsignor Grasselli, nominato da Caggiano segretario particolare. E qui arriviamo ai nomi dei responsabili diretti degli eventi richiamatida Horacio Verbitsky in L’Isola del silenzio. Ma per completare il percorso di preparazione che ha portato a questi ultimi sono importanti ancora due citazioni.

Pio XII, in quegli stessi anni, esprime pubblicamente il suo apprezzamento per il generale Franco in Ispagna, per Mussolini in Italia, per Salazar in Portogallo: tutti variamente meritevoli per una rinnovata presenza della chiesa cattolica nella politica di popoli che erano stati “corrotti” dalle illusioni della modernità; e nel 1940 indica l’Argentina come “modello di recristianizzazione”.

Qualche prudente riserva della chiesa cattolica verso la politica paganeggiante di Hitler non ha poi impedito la fuga in Argentina di molti nazisti responsabili di crimini contro l’umanità. Proprio l’Argentina, rieducata ferocemente alla restaurazione cattolica e alla eliminazione dei suoi nemici, era ormai diventata il rifugio ideale per coloro che avevano orgogliosamente combattuto il pericolo dell’ateismo comunista.

Il pronunciamento del 4 giugno 1943 dell’”esercito cristiano” pone fine al lungo periodo di governi costituzionalmente liberali, dando avvio ad una liturgia clerico-militare che riconosce la “Vergine Maria” come “generalessa” per decreto governativo. Questa appunto è l’Argentina ricevuta in eredità da Peron, da Alfonsin e da Videla. L’Argentina che avrebbe voluto assolvere i torturatori e i responsabili del destino infausto dei desaparecidos.

Il Dossier Argentina mostra in tutta evidenza che le vicende documentate da Horacio Verbitsky in L’Isola del silenzio non sono altro che il corollario coerente della politica argentina sottomessa alle direttive del Sillabo di papa Pio IX.

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